Ddl Zan: quali omissioni manderanno i cristiani in galera

La conta non è semplice, il Parlamento è uno degli ambienti più corporativi del paese, i documenti ufficiali non raccolgono i numeri complessivi delle assenze ingiustificate o delle missioni compiute prima della fine della seduta, perciò quali sarebbero i deputati “liberati” dai loro compiti. Ma tutte le votazioni sono raccolte parlamentare per parlamentare e, con un po’ di sforzo, si può risalire ai differenziali. Il conteggio restituisce 97 assenti non giustificati alla specifica votazione e permette anche di correggere la voce “In Missione” dal verbale: sono 71 i parlamentari in missione non rientrati per il voto (i 5 di scarto sono rientrati dalla missione a metà mattina e quindi allo stenografico risultano assentati dopo il rientro). In tutto gli assenti notificati dai verbali della Camera alla votazione sono 168, corrispondenti al 26,7% della Camera, più di un deputato su 4. Ma fin qui in realtà bastava rendersi conto che i voti effettivi pervenuti erano 459, ben lontani dai 630 della Camera1. Inutile? Ecco che qualcosa si incrina nel rilevare che ci sarebbe quasi un margine del 233% (quasi 2 volte e mezzo) per colmare lo scarto utile tra favorevoli e contrari all’approvazione del voto finale. Davvero tra quei 168 non si potevano trovare 73 voti contrari? 

Per chi è avvezzo all’osservatorio dei lavori parlamentari la risposta può anche essere data sommariamente a priori, partendo dalla composizione delle opposizioni. Le opposizioni, perché l’opposizione permanente al Governo Conte-2 non è un’esclusiva di Lega – Fratelli d’Italia – Forza Italia. Alla Camera l’opposizione gode di 254 parlamentari della coalizione di centrodestra (127 Lega, 94 Forza Italia, 33 Fratelli d’Italia), ma dal Gruppo Misto ci sono diversi deputati che si collocano all’opposizione: 12 della corrente di Noi con l’Italia – USEI! – Cambiamo – Alleanza di Centro, che fa riferimento a Maurizio Lupi (vicepresidente del Gruppo Misto) e raduna anche i totiani, altri 3 di Popolo Protagonista (composto da Alleanza Popolare e dal Partito Socialista Italiano) il cui capocorrente Gianluca Rospi (anch’esso vicepresidente) è un ex-pentastellato di tradizione centrista. A questi 269, già di per sé sufficienti per superare il voto finale dei favorevoli, si aggiungono da 4 a 6 dei 22 deputati indipendenti del Misto, ex-Forzisti tra cui Enrico Costa, molto attivo prima in Commissione, quindi con emendamenti in Assemblea; ma anche centristi prima candidati ed eletti col PD poi delusi e fuoriusciti dal M5S che guardano a destra. In tutto l’opposizione ha malcontata una base di voto di 273-275 voti, ovvero tra gli 8 e i 10 voti di margine sulla votazione anche senza andare a considerare il dettaglio della distribuzione specifica.

Le enormi assenze, la prima evidenza: ingiustificati e missioni

Eppure è proprio nel dettaglio della votazione che l’opposizione e in particolare il centrodestra hanno mostrato la loro negligenza. Un voto segreto non permette di valutare effettivamente quali parlamentari abbiano votato a favore o contrari, le sole valutazioni che si possono fare sono sulla distribuzione delle assenze. Notevole eccezione sono quei deputati che annunciano l’intenzione di voto contro quello di gruppo, ce ne sono stati solo da Forza Italia: la deputata Giusi Bartolozzi, sempre in prima linea in Commissione e in Assemblea dichiarando il proprio favore teorico nonostante la modifica in emendamento di alcuni articoli, seguita da Renata Polverini, Elio Vito, Matteo Perego di Cremnago e Stefania Prestigiacomo.

Quest’ala che si propone di rappresentare la corrente gender-friendly di Forza Italia ha regalato 5 voti di favore, sottraendoli al bacino di opposizione, per un -10 risultante. Se da una parte questo significa che il centrodestra e i deputati del Misto contrari avrebbero dovuto cercare almeno altri 3 voti, dall’altra implica che l’assenza di un vincolo di Forza Italia sul voto ha comportato un margine che avrebbe potuto essere più basso di 10 voti. Sarebbero stati 63 in quel caso i voti necessari per rovesciare l’esito, non più 73. Il che rende le assenze anche più indicative delle scelte dei gruppi.

Delle 97 assenze ingiustificate 22 sono di maggioranza, 17 del Gruppo Misto, addirittura 58 di centrodestra, pari a quasi il 60% di tutti gli assenti ingiustificati. Da soli gli assenti ingiustificati di centrodestra coprono quasi l’80% dei voti necessari per ribaltare l’esito del voto. Se i 5 di Forza Italia non avessero votato contro il gruppo, il margine sarebbe stato coperto al 92%, mancando cioè solo altri 5 voti, facilmente reperibili nei deputati del Gruppo Misto anche soltanto tra quelli in opposizione (altrimenti ne sarebbero serviti 15). Se l’opposizione avesse fatto opposizione i numeri erano già lì, senza nemmeno scomodare i deputati non rientrati dalla missione. E questa è la prima evidenza, la più elementare che riportano i verbali di seduta. Ma un’analisi al dettaglio delle assenze (e dei tempismi delle assenze) offre un quadro molto più sconfortante. Al contrario di quanto fatto settimana scorsa per le pregiudiziali di incostituzionalità, stavolta si andrà nel dettaglio di tutte le assenze, comprese quelle di missione, per vedere quanto sia insostenibile l’idea che i numeri fossero blindati trincerandosi dietro il presupposto ridicolo che le stesse non siano differibili (atteso che la prima evidenza è che non servivano nemmeno altri rientri).

Procedendo per gruppi parlamentari, Forza Italia naufraga su 35 assenti non giustificati e altri 3 in missione, 38 su 94 del gruppo, per un 37% (4 deputati ogni 10), che salgono al 43% di non pervenuti con i 5 voti contrari. Sono quasi la metà (4 su 9) dell’intero gruppo Forza Italia – Berlusconi Presidente e costituiscono (al netto dei contrari dichiarati) l’esatta metà di tutti gli assenti di centrodestra, il 50%. Gli assenti ingiustificati del gruppo sono inoltre più del 60% di quelli di centrodestra. Un peso enorme, per il 2° gruppo di opposizione. 

Naviga non troppo distante il gruppo Lega – Salvini Premier in termini assoluti, con 32 deputanti assenti su 127, di cui 20 ingiustificati ed altri 12 in missione. Si tratta di più del 25% del gruppo, ovvero un deputato ogni 4, nonché il 42% di tutti gli assenti di centrodestra, il 35% tra gli ingiustificati e il 67% tra quelli in missione (ovvero 2 su 3). La Lega aveva quindi la maggiore responsabilità nel richiamare i deputati in missione e nel complesso pesava per 4 deputati ogni 10 assenti, appena uno in meno di Forza Italia. 

Se per Fratelli d’Italia i numeri assoluti sono inevitabilmente minori in forza del fatto che dispone di circa 1/3 dei deputati di Forza d’Italia e ¼ della Lega, non vale altrettanto in termini percentuali. Gli assenti di Fratelli d’Italia corrispondono al 18,2% del gruppo, ovvero tra 1 ogni 6 ed 1 ogni 5: sono 3 ingiustificati e 3 in missione. Il che significa che in proporzione ai rispettivi totali, ogni 3 assenti della Lega ce ne sono 2 di Fratelli d’Italia. Un dato che mal si accompagna ad un gruppo che si è intitolato la prima linea del contrasto al testo di legge, sommergendo il dibattito di interventi, indossando bavagli e manifestando davanti a Montecitorio con gli striscioni. 

Le missioni “indifferibili”. Ma dalla maggioranza rientrano eccome!

I deputati di centrodestra in missione non rientrati per la votazione finale sono 18 in tutto. Tutti indifferibili? I deputati “in missione” rappresentano senza dubbio la parte più opaca della presenza/assenza parlamentare, laddove sulla carta si tratta di compiti di natura istituzionale (nelle Commissioni, negli organi dell’esecutivo…), spesso le iscrizioni al registro di missione della seduta diventano la copertura di assenze strategiche. È quasi impossibile distinguere le une, assenze giustificate dall’attività istituzionale extra-assembleare, dalle altre, ingiustificate camuffate. Ma per l’opposizione le attività extra-assembleari di missione sono quasi sempre comunque camerali, riguardando le Commissioni. Questo significa che per un voto cruciale è quasi sempre possibile, per un deputato o senatore in missione non di maggioranza, interrompere in modo concordato coi colleghi l’attività per presentarsi in Aula e votare. Diverso è il caso di parlamentari di maggioranza, molti dei quali organici ai Ministeri e ai Dipartimenti della Presidenza del Consiglio, che dunque si devono spostare dalle rispettive sedi per dirigersi a Palazzo Montecitorio. 

In un momento di intenso lavoro dei Ministeri per gestire la crisi pandemica nello stato di emergenza con atti esecutivi ed amministrativi ordinari e straordinari (con una densità che molti giudicano spropositata), la maggioranza è comunque riuscita a far rientrare dalle missioni ben 22 su 73 deputati per la votazione. Di contro, il centrodestra ne ha richiamati soltanto 8 su 26: 3 di Fratelli d’Italia, 3 della Lega, 2 di Forza Italia. Nonostante le – quelle sì, molto più comprensibilmente – attività difficilmente differibili del Governo, il centrodestra ha dunque richiamato solo il 31% dei suoi deputati in missione, un dato sostanzialmente pari al 30% della maggioranza rientrato. Una parità ancora più sorprendente se si considera che raramente un partito di maggioranza ha inserito tanti deputati e senatori nel Governo quanto il Movimento 5 Stelle. Questo secondo elemento depone nuovamente a favore di un’opposizione ed in particolare un centrodestra che ha semplicemente rinunciato a fare opposizione. 

Nella mia analisi di settimana scorsa sul voto (vedi sopra) sulle pregiudiziali di costituzionalità e coi successivi aggiornamenti rispondevo alle risibili obiezioni di chi, come il sen. Simone Pillon, affermava che tanto tra gli assenti ingiustificati quanto tra le missioni vi fossero deputati di opposizioni isolati e quarantenati per disposizione dell’azienda sanitaria locale competente per un contatto CoViD+ o per positività vera e propria. Dedicando a chi denunciava gli assenti l’epiteto “sciacalli”, in primis il presidente del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi, con immancabile buongusto accostando al suo post scriptum una fotografia di Sua Santità, il Papa emerito Benedetto XVI.

Similmente altri facevano per Fratelli d’Italia e l’assenza ingiustificata di Giorgia Meloni, arrivando però a presentare foto senza data come prova della sua presenza, per poi rimuoverla una volta resisi conto che l’assenza fosse incontrovertibile.

Piuttosto goffamente l’ex-min. Lorenzo Fontana avanzava la stessa spiegazione di Pillon nella sua pagina Facebook per la sua propria assenza, prima minacciando querele (a chi, all’Ufficio di Presidenza della Camera?), poi aggiungendo che ci fossero ritardi burocratici presso gli uffici camerali.

La giustificazione di Lorenzo Fontana

A parte ravvisare che l’on. Fontana si è guardato bene dall’avvisare anche la stampa in via ufficiale della presunta quarantena, si ricorda che l’Ufficio di Presidenza della Camera annuncia i parlamentari in missione sia all’apertura della seduta mattutina che pomeridiana, registrando gli ingressi dei suddetti anche durante. Perciò è insostenibile che vi fossero parlamentari isolati o quarantenati per ritardi d’ufficio; semmai si può sostenere per assenza di notifica del parlamentare. I notificati positivi o contatti di positivi in attesa di verifica diagnostica sono equiparati a parlamentari in missioni per il nuovo protocollo d’emergenza via DPCM della Camera. Due settimane fa diverse fonti parlamentari riportavano che oltre ai 19 notificati ufficialmente – 11 di maggioranza, 8 tra centrodestra e Misto – dopo i focolaj che hanno coinvolto tra gli altri Maria Stella Gelmini e Maurizio Lupi, ci poteva essere un’altra 40ina di deputati in isolamento non notificato e che nelle stanze dei bottoni ciò era materia di negoziati, soprattutto per via della maggior incidenza tra la maggioranza. Quanto a Fontana, dal 27 al 29 ottobre è rimasto assente ingiustificato ad ogni seduta, rientrando il 3 novembre. Quindi o era in isolamento fiduciario (non in quarantena) e non ha notificato il motivo dell’assenza, oppure gli stenografi si sono proprio accaniti. Ma, come indicavo nei miei aggiornamenti, se così fosse ci sarebbero gravi problemi sul numero maggioranza qualificata della Camera. Ed allora perché non denunciarlo a mezzo stampa e avanzare dubbi sulla legittimità della votazione?

Assenti illustri, sospetti e puntuali… e dove trovarli

Chi è realmente giustificato per il voto finale del 4 novembre? Sicuramente l’on. Mara Carfagna (probabilmente avrebbe votato come Bartolozzi) puerpera da meno di 2 settimane (tanti auguri), i deputati Lega Francesco Zicchieri e Damiano Zoffili, positivi da settimana scorsa. Non risultano altri che 3 giustificati noti, positivi o meno: 3 su 18. Ma nel complesso nelle opposizioni sono sicuramente più i sani e negativizzati settimana questa di quanto lo erano settimana scorsa, che a loro volta erano più di quelli trovati al momento dell’insorgenza dei cluster. Rientrati gli onorevoli Gelmini e Lupi (ancora “In Missione”, ma presenti al voto), già settimana scorsa il capogruppo FdI Francesco Lollobrigida. 

Il quale però è “In Missione” tutta la giornata del 4 novembre: proprio quel Francesco Lollobrigida che in un confronto radiofonico con il presidente del Popolo della Famiglia Mario Adinolfi, il quale contestava a tutto il centrodestra la diserzione già in occasione delle pregiudiziali di costituzionalità (ed in particolare alla leader Giorgia Meloni, assente il 27 ottobre), il 29 ottobre rivendicava l’impegno dell’intero gruppo di Fratelli d’Italia e il proprio personale. 

Confronto Adinolfi-Lollobrigida

Sì, il 4 novembre si riunisce la Commissione Giustizia di cui è parte (quando?), ma non poteva andare in Aula anche solo per il voto come i compagni di gruppo Cirielli e Delmastro, anch’essi in missione? Fratelli d’Italia fa mancare un altro nome di punta trai deputati, veterano e riferimento, il Vicepresidente della Camera Fabio Rampelli che, con puntualità disarmante, ha aperto la presidenza della seduta e l’ha tenuta fino alle 11.45 (è subentrato il Presidente Fico), a meno di un’ora dal voto finale: assente ingiustificato perché la missione termina con la presidenza e riprende con la seduta pomeridiana. Che aveva da fare Rampelli, così esposto tutta l’estate con le scuole paritarie per la libertà educativa, per mancare il voto finale su un testo di legge che impone schemi educativi su genere e sessualità a scuola in spregio al primato familiare, se fino all’ora prima si trovava proprio in quell’Aula? 

Tra le altre missioni sospette merita una nota di merito l’on. Paolo Grimoldi della Lega, che all’indomani dell’approvazione del ddL Zan si lancia in altisonanti dichiarazioni contro l’indottrinamento gender: assente in missione tutto il giorno. Il capolavoro però lo confezionano i deputati Francesco Paolo Sisto (Forza Italia) e Ugo Parolo (Lega) si assentano proprio per la votazione finale (ingiustificati), per entrare in missione dal pomeriggio. Dovevano pranzare presto? E non sono solo i deputati in missione a giocare sull’assenza chirurgica solo per la votazione finale, essendo stati presenti tutta la mattina. Per Forza Italia gli assenti ingiustificati sono Valentini, Martino, Novelli, Ruffino, Sibilia (Cosmo), Rizzetto e nientemeno che l’on. Gianfranco Rotondi, autonominato depositario dell’eredità della DC. Dalla sponda Lega di questa fame incontrollabile è protagonista anche l’on. Claudio Durigon (che mi perdonerà se sembra un non voluto riferimento alla stazza), non proprio una seconda linea del Carroccio. In tutto i deputati non iscritti al registro di missione assentatisi esattamente per la votazione finale sono 9 sui 58, 3 su 18 quelli in missione. Non un’oscillazione casuale.

Ebbene, sembra abbastanza palese che tra assenti ingiustificati e missioni di cui è molto difficile spiegare l’indifferibilità, quest’emorragia di parlamentari sia tutt’altro che inevitabile, o trascurabile ai fini del voto. Lo scarto per l’approvazione rimane inferiore anche soltanto alla compagine disponibile di centrodestra. Ma un’ulteriore elemento dell’assenza di una volontà politica viene dai richiamati dalle assenze non di missioni. Sì, perché anche in questo il centrodestra patisce un altro scarto dalla maggioranza: sono 6 i parlamentari prima assenti ingiustificati presenti al voto per il centrodestra, ma 10 per la maggioranza. 

Tutte queste considerazioni sono fatte al netto delle opposizioni del Gruppo Misto. Si deve rilevare che dei 12 della corrente NCI-USEI-Cambiamo-AdC, guidata dall’on. Lupi, sono ben 8 su 12 gli assenti (di cui 7 ingiustificati) ovvero 3 su 4. Lupi interviene di rientro dalla missione a nome del gruppo, ma il suo gruppo difatti non c’è: 3 degli assenti, i deputati Germanà, Pedrazzini e Gagliardi, si assentano proprio per la votazione. Assente ingiustificato anche un deputato della corrente Popolo Protagonista, l’on. Longo. In tutto vengono a mancare 9 dei 15 deputati di opposizione delle correnti organizzate del Misto, il 60%. È l’ennesimo segnale di una ritirata generale. Dai banchi del Misto in sostegno alla maggioranza arrivano invece tutti e i 3 voti di +Europa, con l’on. Bruno Tabacci che si presenta in Aula apposta e soltanto per la votazione. L’on. Costa è l’unico indipendente che abbia annunciato il proprio voto, contrario. 

Un primo bilancio: i numeri c’erano, ma c’è chi non vuol fare i conti…

Possiamo cominciare a tracciare un bilancio. Il divario dei 72 voti che ha portato all’approvazione del ddL Zan è inferiore sia ai voti disponibili nel solo centrodestra tra assenze ingiustificate e missioni di 76 voti, minorazione che resiste anche al netto dei 3 deputati sicuri impossibilitati alla presenza in aula (73). Considerando l’opposizione organizzata anche nel Gruppo Misto, le assenze salgono ad 85 totali (82), trovando un margine di almeno 9 voti anche senza considerare assenze di indipendenti del Misto che fanno opposizione permanente ma non organizzata (come Costa). È chiaro che i tempi e i voti di opposizione sono scanditi dalla compagine di centrodestra e che quindi anche le assenze delle correnti del Misto di opposizione seguono come satelliti la gravitazione della coalizione; ovvero che gli assenti di Noi Con L’Italia – Cambiamo trovano il “via libera” quelle di centrodestra e in special modo di Forza Italia, cui sono più vicini e sostanzialmente interdipendenti. Nel grafico (in fondo) ci siamo limitati a mostrare il più immediato numero delle assenze. Ma, come detto in apertura, un’opposizione compatta, senza dissidenti, avrebbe trovato uno scarto di 62 voti da colmare (+5 per l’opposizione ; -5 per la maggioranza). Così, avendo ottenuto i 72-82 voti senza o con correnti dal Misto, l’opposizione aveva a disposizione un margine di 10-20 voti per mettere in discussione l’approvazione della legge. Se l’opposizione avesse fatto l’opposizione. 

A fronte di questa mera evidenza aritmetica, grezza, è sconcertante aver assistito a giorni di controcanto extra-parlamentare attraverso comunicati di lamentazione dal fronte associativo pro-family – al ritmo di anche 3 al giorno – ora sulle assenze dei parlamentari presunti quarantenati (senza saper indicare chi fossero, senza dire che le assenze per CoViD favorivano l’opposizione), ora su emendamenti depositati e approvati alla votazione da settimane, presentati come sotterfugi quando erano noti e visionabili da chiunque, come se la maggioranza non avesse la facoltà di stabilire l’agenda dei lavori parlamentari. Come se la maggioranza d’improvviso, perché quattro sigle prive di consenso esprimono uno sdegno dilazionato (non rilanciato da quasi nessuna delle grandi testate), dovesse smettere di fare la maggioranza di Governo. Al contempo le stesse sigle sono rimaste mute, anzi prone, elogiando i leader di opposizione proprio all’indomani del loro assentarsi dall’Aula, mancando la migliore occasione per bloccare sul nascere l’iter parlamentare del testo unificato, al voto sulle pregiudiziali di costituzionalità del 27 ottobre. Migliore, senza dubbio, del voto finale, in cui la maggioranza ha richiamato più deputati dagli incarichi di Governo. 

In quell’occasione offrii personalmente l’elenco dei parlamentari assenti (vedi sopra), limitandomi agli ingiustificati, credendo che fosse autoevidente che, con 45 ingiustificati (solo dal centrodestra) su uno scarto di 53, 9 deputati in missioni differibili potessero facilmente trovarsi, sottolineando le assenze di pregio di Giorgia Meloni e Lorenzo Fontana. Nel giro di mezza giornata il mio elenco è finito un po’ ovunque nei social-media dei pro-family, coi già menzionati goffi tentativi di smentita da parte di chi frequenta le “contaminazioni” centrodestrorse da tesserato o perfino eletto, con tanto di tacite ritrattazioni. Non ha trovato invece spazio nei siti e nei comunicati di chi insiste a proporsi come portavoce del Family Day, con un’illimitata – e aggiungo svenevole, per quanto lesta a concedersi – prova di indulgenza. Se ieri la parola d’ordine era ripetere i nomi dei “traditori” del Circo Massimo affinché fossero marchiati a fuoco nella memoria collettiva (da far invidia alla lista di Arya Stark), oggi non fai a tempo ad attizzare il fuoco per il timbro che già ti prendono a secchiate per sopire i giustificati bollori. Mutatis mutandis, proprio Lupi e con lui Alfano oggi farebbero fatica a capire perché i disertori di oggi godono di ogni possibile forma di copertura omertosa nel nome del “voto utile” (a cosa? O meglio a chi?), mentre loro nel 2016 furono crivellati nel nome di “quella piazza”.

e chi invece i conti li ha fatti prima: un secondo bilancio

Oggi si è fatto un passo in avanti, per dimostrare per ogni singola voce del tabulato parlamentare, dove fossero quei voti (davvero) utili a dar battaglia alla maggioranza, ovvero chi sono coloro che li hanno fatti mancare, su una legge iniqua che è al giro di boa del suo percorso legislativo liberticida. Ma si può farne ancora uno per evidenziare quanto sia responsabilità dei gruppi parlamentari e dei relativi partiti, non dei singoli deputati, un divario così pesante ed al contempo non insormontabile. Che conti avrebbe dovuto fare la maggioranza per avere una buona confidenza di prevalere? Ricordiamo, l’opposizione può contare su circa 275, almeno 273 deputati tra centrodestra e Gruppo Misto, organizzati o indipendenti. Ora, 3 deputati, si è detto, erano sicuramente impossibilitati alla presenza in Aula, quindi la soglia scende a 270. I voti favorevoli sono stati 265. Ebbene, non è difficile vedere che i 5 di Forza Italia sono esattamente quelli che mancano per far scendere la soglia a 265. 

Non basta? Bene, ripassiamo come la maggioranza è arrivata proprio a quei 265 voti favorevoli: 256 sono i presenti in Aula della maggioranza – da 329 nei gruppi M5S, PD, Italia Viva, Liberi e Uguali, meno i 73 assenti, 51 in missione e 22 ingiustificati – mentre 3 erano i deputati del Misto da +Europa, tutti presenti (uno rientrato apposta), per un totale di 259. I 5 di Forza Italia portano i voti prevedibili a 264, ovvero un solo voto per arrivare alla soglia utile. Una buona confidenza, dunque, se dalla maggioranza fossero stati certi dei 5 voti a favore di Forza Italia. Un ulteriore indizio che la maggioranza ha ricercato la soglia di 265 voti sta nell’osservare il ricambio in Aula del gruppo di Italia Viva, per cui 3 sono i deputati assentatisi appositamente per la votazione (anomalia assoluta nella maggioranza): Librandi, D’Alessandro e il CLino Toccafondi. Sempre 3 sono i rientrati dalla missione: Giachetti, Ferri e Paita. Tanti ne escono, quanti ne entrano. 

Dall’altra parte nell’opposizione le assenze portano a 178 presenti per il centrodestra, 6 per le correnti NCI – Cambiamo e Popolo Protagonista, meno i 5 di Forza Italia, una base di voto contrario alla votazione di 179. Ma i voti contrari sono 193, ovvero 14 in più di quelli preventivabili dai gruppi organizzati. Qui troviamo il senso di lasciare da parte i deputati indipendenti del Misto nella nostra valutazione sulle assenze. Se abbiamo verificato un margine di 10-20 voti (a seconda della disciplina di partito di Forza Italia) solo per l’opposizione organizzata e alla prova del voto abbiamo effettivamente 14 voti dei 193 voti non riconducibili ai gruppi di centrodestra e alle correnti d’opposizione del Misto: i voti non c’erano solo in via teorica fuori dall’opposizione, c’erano proprio in Aula! Non mancavano i voti in più rispetto alle opposizioni permanenti, mancavano proprio quelli delle opposizioni. Da dove vengono i voti in più? Il voto segreto non permette ulteriori valutazioni, ma è chiaro che 14 è il numero minimo, non esatto di voti non riconducibili alle opposizioni organizzate: potrebbe esserci una 30ina tra voti contro i rispettivi gruppi non dichiarati sia da maggioranza, sia dalle opposizioni (quindi dal centrodestra), sia dal Gruppo Misto, organizzati non collocati o indipendenti. 

Da una parte abbiamo dunque forti indizi sul fatto che la maggioranza abbia orchestrato le presenze in Aula sulla base di una soglia attesa utile per l’approvazione. Dall’altra l’evidenza che i gruppi di centrodestra (e le altre opposizioni a seguire) avrebbero potuto mettere fortemente in discussione l’approvazione, cercando voti fuori dai propri gruppi, persino nella maggioranza (e sono tanti i deputati di maggioranza che conservano forti dubbi sulla legge anti-omotransfobia), costringendo la stessa a richiamare un’altra 20ina di deputati al rientro, oppure tentando proprio un colpo a sorpresa, come per esempio accaduto il 6 ottobre, quando lo sgambetto del centrodestra mise la maggioranza sotto il numero legale per 2 volte prima che venisse decisa l’equiparazione tra deputati isolati causa CoViD e “In Missione”2.

Dubbi, dubbi, ma quanti sono destinati a rimanere un’incognita? La maggioranza avrebbe potuto fissare la soglia utile senza una consultazione trai capigruppo di maggioranza ed opposizione, stante che se anche si fossero accordati coi soli 5 dissidenti di Forza Italia, l’opposizione avrebbe continuato ad avere un margine di contrasto? L’accordo coi 5 dissidenti ha senso solo se la maggioranza poi concorda con l’opposizione l’assenza di “scherzi”, di tentativi d’ostruzionismo; ed al contempo le assenze così copiose dal centrodestra e NCI-Cambiamo appaiono irrilevanti solo ignorando la composizione del voto contrario. 

Ma cosa sarebbe successo se le opposizioni si fossero presentate in toto, a sorpresa? La bocciatura avrebbe avuto un effetto sismico sulla maggioranza ed il Governo, mettendo in discussione l’esecutivo che ha deciso di impegnare la Camera per una settimana e mezza, in piena crisi sanitaria ed economica e nella sua nuova acutizzazione, su una legge di ambito civile che è un vero e proprio suo manifesto politico (ideologico). Tra le ripercussioni di una sconfitta del genere c’è l’insediamento di un nuovo Governo, che abbia una maggioranza di nuova composizione, che sia di Unità Nazionale e così via. Berlusconi l’ha già dichiarato, Salvini e Meloni lo lasciano intendere: in un momento come questo non intendono in nessun modo lasciare il confortevole ruolo di opposizione, al più si propongono come “opposizione responsabile”. Se all’indomani del voto sulle pregiudiziali di costituzionalità la mano tesa viene dal leader di Forza Italia, Zingaretti e Renzi apprezzano. Allora non stupisce che più della metà delle assenze determinanti del 4 novembre tra le fila del centrodestra vengano proprio da Forza Italia. 

È ingenuo pensare che il 40% di assenti di Forza Italia documentino che l’ala interna gender-friendly sia quasi maggioritaria nel gruppo della Camera (almeno quanto pensare che nella Lega siano uno su quattro), anche se solo 5 hanno il coraggio di esporsi. Se le opposizioni avessero voluto mettere in crisi il Governo su un testo come il ddL Zan, non ci sarebbe stata dissidenza o assenza sopravvissuta all’ordine verticale. Del resto il ruolo dell’opposizione è esattamente quello di saggiare la tenuta della maggioranza in ogni circostanza utile, sottoponendola a difficoltà numeriche. Se con due votazioni in due settimane ciò è possibile e non viene fatto, il problema è di una volontà politica che manca, o meglio che c’è nel privilegiare la comfort zone dell’opposizione posizionale, anziché esercitare un’opposizione attiva. La sola conclusione possibile è che per il centrodestra sia più utile tenere M5S e PD al Governo ad arrangiarsi in una gestione della crisi di continua rincorsa, sedendosi a guardare l’indice di gradimento di Conte svanire una volta esaurita l’indulgenza della popolazione, che nella 1a ondata era molto più benevola ed in cerca di rassicurazioni istituzionali (sottovalutarlo per Salvini ha voluto dire perdere almeno 5 punti di consenso nel primo semestre del 2020). Gli equilibri parlamentari in un momento di radicale crisi valoriale generalizzata dei partiti non sono determinati da scelte etiche “discrezionali”. 

Tanto rumore per nulla. La diserzione dell’opposizione ha nomi e cognomi

Fratelli d’Italia può sommergere l’agenda dell’Aula di interventi dei deputati Cirielli, Bignami, Donzelli, ma poi la leader Giorgia Meloni si assenta (ingiustificata) dai voti decisivi come sulle pregiudiziali di costituzionalità, o a mezze e intere giornate alterne sugli emendamenti; come il capogruppo Lollobrigida e il Vicepresidente Rampelli, ora in missioni (indifferibili?), ora no, che perdono il voto finale dopo aver per mesi rivendicato l’impegno del gruppo sulle questioni fondamentali della libertà educativa, di associazione, di stampa, religiosa e di espressione. Nomi che contano, i più importanti alla Camera, che insieme a quell’irriducibile 18% di assenti tradiscono, al di là degli interventi accalorati (e non sempre puntuali) dei gregari, delle manifestazioni col bavaglio o degli striscioni fuori dalla Camera, una volontà politica quantomeno volatile. Per assistere ad un intervento di Giorgia Meloni fuori dai social e alla Camera bisogna aspettare le 19 di martedì 3 novembre sull’emendamento 6.800 (approvato, sull’estensione fino dalla scuola elementare dell’iniziative di sensibilizzazione in occasione della «giornata nazionale contro l’omotransfobia»). Ponderato, ficcante, appassionato, mosso dal più classico fervore cui ci ha abituati da vero e proprio stallone (sempre che non sia misoginia ex-ddl Zan non chiamarla “giumenta”) di razza del Parlamento, ma fatalmente insufficiente a colmare il vuoto di quell’assenza pregressa cruciale. 

La Lega può contendere il primato a Fratelli d’Italia sugli interventi accessi con gli on. Pagano e Paolini, o perfino quelli dell’on. Turri – già propositore di una legge sul suicidio assistito – che per l’occasione del voto finale si fa portavoce del gruppo, ma poi l’ex-min. Lorenzo Fontana non riesce a dare una spiegazione né formale né sostanziale delle sue assenze sulle pregiudiziali, il capogruppo Riccardo Molinari rientra dalla missione nella votazione immediatamente successiva (sul voto finale invece si è ricordato di rientrare in tempo) e sul voto finale mancano in 32, un deputato su 4. Né si ricordano interventi degli stessi Fontana e Molinari, o di Giorgetti, o di Crippa (assentatosi, ingiustificato, apposta per le pregiudiziali, come tutto il giorno del voto finale), o di Volpi (in missione sul voto finale) per citare altri nomi di punta del Carroccio, vecchi e nuovi membri della Segreteria Politica di Salvini rinnovata propria alla vigilia della discussione alla Camera del ddL Zan; nemmeno in via puramente formale per assicurare la presenza dei vertici nel sostegno al gruppo nel contrasto alla legge.

Su Forza Italia sarebbero superflui ulteriori commenti rispetto all’inclemente dato numerico. Eppure si deve rilevare che l’on. Bartolozzi – portavoce dei dissidenti – è stata la principale animatrice delle proposte di Forza Italia prima in Commissione, quindi in Aula, sempre tesa a smussare gli angoli della legge, anziché a contrastarne l’approvazione; e del resto è la prima firmataria di uno dei 5 testi di legge unificati. E se pure ha votato quasi sempre contro gli emendamenti della maggioranza e a favore di quelli dell’opposizione (firmati da lei e non), non ha mai mancato di contestare anche duramente i colleghi di Lega e Fratelli d’Italia durante la discussione, per la professata chiusura totale al testo e per i molti emendamenti ostruzionistici, tanto quanto se non più degli interventi della maggioranza (drammatica e sensazionalistica la polemica con Pagano del 29 ottobre). 

Una presenza tonante che i deputati compagni di gruppo Zanettin, Palmieri e Sisto non sono riusciti a compensare con l’alto numero di interventi; e Sisto è uno dei deputati che si è assentato apposta per il voto finale. Se si può apprezzare il rientro dalla quarantena del capogruppo Gelmini per il voto, non si può non rilevare che proprio l’on. Bartolozzi nel suo intervento conclusiva la ringrazia per averla autorizzata a tenere la sua linea di dissidenza attiva (e a tratti feroce), certificando che la sua dissidenza aveva necessità di una permissione da parte del gruppo, non atteneva cioè ad una questione di coscienza inderogabile.

All’evidenza numerica si deve anche riconoscere che i deputati seguaci di Toti e Lupi della corrente NCI – Cambiano nel Gruppo Misto si dimostrati poco altro che un’emanazione esterna di Forza Italia, sia per le assenze mostruose che per la non meno mostruose assenza di rappresentatività del portavoce, l’on. Lupi. Dichiarare il voto di gruppo con 4 presenti su 12 diventa quasi una commedia all’ombra del deputato che fu, quando in Forza Italia e NCD decideva delle sorti delle leggi (come nell’infausto caso delle Unioni Civili). Il collega Costa, di analogo curriculum e pregressi, gli fa da sparring partner dopo aver sudato ore nelle Commissioni, venendo liquidato dalla Presidenza Fico che sul voto finale gli nega l’intervento prima associandolo a Forza Italia, poi a NCI – Cambiamo (e non appartiene a nessuno dei due).

La commedia all’epilogo

L’impressione, forte, stringente è che la commedia in queste due settimane sia stata la cifra distintiva dell’azione parlamentare delle opposizioni, del centrodestra e per inerzia delle correnti del Misto. Tanto appassionati i gregari, quanto remoti i capitani, disinteressati quando non assenti. Nella più tradizionale manualistica parlamentare, impegnare le seconde linee nell’agenda giornaliera degli interventi senza garantire la necessaria presenza per la battaglia al voto, è la soluzione più comoda per mantenere il credito verso le nicchie di elettorato che considerano il tema di turno inderogabile, quando il giudizio dei partiti e dei gruppi è ben meno impegnativo. Nella migliore delle ipotesi si deve riconoscere che i numeri della Camera permettono di concludere che per il centrodestra e le altre opposizioni la lotta al ddL Zan non era una priorità. Nella peggiore, ma anche la più consistente secondo le convergenze osservate e qui spiegate, le opposizioni hanno evitato questa battaglia concordando con la maggioranza un patto di non belligeranza sul testo, per non rischiare di mettere in crisi il Governo e sostituire chi oggi ne occupa i seggi. Una partita dimostrativa di battaglia navale come nell’antica teatrale naumachia, con tutte le corazzate dell’opposizione autoaffondate sul nascere, tirata in lungo solo per assecondare il pubblico affezionato. Lesti a lasciare l’arena con le scialuppe i deputati di opposizione, per lasciare la facile sfilata trionfale a velocità di crociera alla maggioranza, mentre il pubblico dà voce alle sue inclinazioni.

Quello contrario non fa mancare i cori. Nei comunicati conclusivi di questa sceneggiatura – ahinoi, tutt’altro che sconosciuta o imprevedibile alla vigilia – le associazioni organizzatrici si lanciano su improbabili promesse come «faremo di tutto per contrastare questa deriva» (Pro Vita&Famiglia) e «davanti a questa offensiva dis-valoriale raddoppieremo la nostra azione di verità e libertà» (“Family Day” – DNF, 4 novembre). C’è giusto spazio per poche parole di stupore e disappunto simulati per 5 deputati che fanno capo ad una proponente di uno dei testi confluiti nell’unificato, poi (apoteosi del grottesco) su sconfortanti riconoscimenti «Siamo grati ai 193 deputati dell’opposizione che hanno votato contro il ddl» (FD – DNF). Non una parola sulle assenze, esattamente come settimana scorsa per le pregiudiziali di costituzionalità. Ricordando che, se va bene, dei 193 voti non più di 179 sono riconducibili alle opposizioni e non più di 173 al centrodestra, in che modo si dovrebbero ringraziare quei parlamentari che non sollevano alcuna questione interna ai propri gruppi e alla propria coalizione sulle assenze? La tentazione di rifugiarsi su Fratelli d’Italia per biasimare Lega e Forza Italia (responsabili di oltre il 90% degli assenti di centrodestra) può anche resistere qualche istante, ma poi il dubbio torna prepotentemente. Perché se Fratelli d’Italia è così dedito alla causa, non pone la questione pubblicamente su una coalizione che ha disertato in massa un voto contendibile? La risposta è tanto elementare quanto la domanda: le assenze erano predeterminate, note e consensuali a tutti i gruppi di opposizione, di centrodestra e non. Se già non l’avesse segnato la depenalizzazione del suicidio medicalizzato un anno fa, questa meta è da registrare come il nuovo primato nella ritirata della Caporetto pro-family avviata col Congresso di Verona.

Ma se non può stupire questa complicità tra alleati in Parlamento, ciò che sgomenta è la connivenza di quelle sigle associazionistiche che, incapaci di ammettere di essere parte attiva della disfatta, di fronte a 76 assenze di centrodestra (di cui 58 senza giustificazione agli atti) e 85 di opposizione (66 senza giustificazione) non provano nemmeno a chiedere spiegazioni. Dovrebbero pretendere un dettagliato resoconto sulle missioni, perché siano verificate quante realmente indifferibili; ed sugli assenti senza giustificazioni. Dovrebbero tenere la linea occupati ai telefoni, sommergerli di e-mail finché anche l’ultimo assente non ha dato conto della sua negligenza o della sua urgenza altrove.

No, ringraziano i presenti. Come se ci si potesse aspettare che invece di 193 (173 di centrodestra), i voti favorevoli fossero magari 150, o magari solo 100 o anche meno. Come se la presenza in Aula e il voto contrario fossero una gentile concessione. Così s’intende allora con “far di tutto per” e “raddoppiare l’azione”? Che hanno fatto finora, oltre a nascondere gli assenti di opposizione (“azione di verità”?) per impedire che venisse scatenata una protesta contro il centrodestra? Quali strumenti di pressione hanno messo in campo, oltre a tentare di intitolarsi una mobilitazione di piazza altrui, invitando occasionalmente Salvini e Meloni a rubare la scena? 

Ad amara sceneggiatura, più amara recensione: senza all’opposizione un gruppo indipendente dalle dinamiche interne (o di influenza satellitare) e che abbia nel proprio DNA, non nei mutevoli interessi di opportunità, la difesa dei principi non negoziabili, la mutua garanzia con cui i parlamentari si proteggono ad intra ed extra dei gruppi d’opposizione rimarrà inossidabile. Solo un gruppo con quel profilo assiologico, valoriale, avrebbe i requisiti per far saltare gli altarini e quindi avere nelle proprie mani un’arma di deterrenza perché i maggiori gruppi d’opposizione non rinuncino al proprio compito.

Oggi si ripiega sull’idea che i numeri siano meno distanti al Senato. Il che è vero, ma rilevante solo se le premesse fossero di un’opposizione interessata a fare il suo mestiere. La Camera però racconta tutt’altro su quale sia la volontà politica dei gruppi e dei loro partiti. A chi chiede l’ennesimo atto di fiducia su nient’altro che chiacchiere, bisognerebbe ricordare che nella tradizione letteraria del Far West quando ci si ritira in cerca di una posizione meglio difendibile perché si hanno i cavalli meno freschi degli inseguitori (che siano Apache, Comanche, oppure Desperados o bande di fuorilegge di varia natura) e si è in inferiori di numero, si lascia indietro sempre qualcuno che possa coprire l’arroccamento dei ritirati, suggerendo maggior cautela agli aggressori e guadagnando tempo e vantaggio per la propria fazione. Saranno poi i primi ritirati a coprire i rimasti indietro che ripiegando li raggiungono, in un patto di fiducia assoluta. Ebbene, perché dovremmo credere che quegli stessi partiti che alla Camera non hanno nemmeno voluto dare un pallido segno di esistenza in vita, dovrebbero vendere cara la pelle al Senato, quando si ripeteranno le stesse identiche condizioni di riluttanza a mettere in crisi maggioranza e Governo, con un voto segreto che concede diversi voti in più di quelli in dotazione dei gruppi, destinati a rimanere non sfruttati?

Probabilmente il commento più eloquente lo offre l’on. Edmondo Cirielli (FdI), dei più attivi alla Camera in queste settimane, mentre ProVita&Famiglia citandolo non si accorge di sconfessare la retorica della ritirata strategica: «Auspico davvero che questa legge inutile e pericolosa approvata alla Camera dalla sinistra con la complicità dei grillini venga bloccata al Senato. Ma, nel caso in cui non dovesse accadere, sono certo che verrà abrogata dal centrodestra appena tornerà al Governo». (La Voce del Patriota, 4 novembre)

La formula dell’auspicio già prefigura la resa incondizionata anche al Senato. Per bloccare la legge Zan se ne riparla non prima di quando il centrodestra sarà al Governo, cioè quando sarà vigente. E la Caporetto prosegue…


1 C’è una differenza di 3 voti sui deputati risultati assenti rispetto al conteggio parlamentare-per-parlamentare, probabilmente dovuto ad errori stenografici. Rivedendo il conteggio più volte non si riesce a ridurre il divario, che rimane a 168 assenti contro i 171 che risulterebbero dalla sottrazione sull’esito di votazione. Le considerazioni che seguono rimangono perciò vere a fortiori, nel peggiore dei casi sottostimando le assenze fino a 3 deputati.

2 Una carta utile che guarda caso non è stata tenuta per ddL Zan, ma solo per ritardare le norme sanitarie, la NADEF, lo scostamento di bilancio e le modifiche costituzionali. Passate tutte, naturalmente, a stretto giro.

Elenchi dei parlamentari dissidenti
e assenti di opposizione

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2 risposte a “Ddl Zan: quali omissioni manderanno i cristiani in galera”

  1. “Che il Male si
    manifesti sotto l’aspetto della luce, del benvolere, dello storicamente necessario, del socialmente giusto, è un fatto semplicemente disorientante per chi viene dal nostro mondo tradizionale di concezioni etiche; per il cristiano, che vive della Bibbia, ciò è proprio la conferma dell’abissale malvagità del Male.”
    (Dietrich Bonhoeffer, Resistenza e Resa, Bompiani, Milano, 1969, pag. 55)

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