«Non dobbiamo, non possiamo ma vogliamo». Ancora sulle “Missæ cum populo”

Trovo che la “discussione sulle messe” (con popolo, senza popolo) stia tracimando dal dibattito fisiologico all’inutile cagnara, soprattutto per via dell’alimentazione della solita narrazione manichea fatta di squadra contrapposte.

Bertone contro Bagnasco, ’a Cei contro ’a Segreteria de Stato… – diceva l’ineffabile Padre Pizarro di Corrado Guzzanti –: a voi ve piacciono ’ste cose, no? E noi ce ’e mettêmo!

Legittima dialettica e colpi di testa

Vignetta comparsa su Il Foglio del 29 aprile 2020

La ruvida raspata del satirico ci strappa un sorriso amaro, nel quale ci ricordiamo due cose:

  1. purtroppo sí, queste cose “ci piacciono”;
  2. e invece no, non dovrebbero piacerci affatto.

Non è questione di tirare in ballo “il divisore” – altro τόπος perlopiú utile a inibire il dibattito ecclesiale (franco e leale) – bensí di seguire il filo di una trama complessa ma fatta di molte ragioni: non possiamo lamentarci che Makkox non capisca di sacramentaria ed ecclesiologia, non se gli stessi cattolici sembrano credere alla narrazione del “Papa che sconfessa la Cei” e trovarla ragionevole.

Non ha sbagliato il card. Bagnasco a deprecare lo sgarbo fatto alla Chiesa cattolica nell’ultimo DPCM, ed è preziosa la testimonianza di mons. Olivero che parla come vescovo e come convalescente di Covid-19:

Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato [la nota della Cei in repentina reazione all’ultimo DPCM, N.d.R.] mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il momento di mostrare i denti, bensì di collaborare.

Paolo Rodari, intervista a mons. Serio Olivero, su La Repubblica del 28 aprile 2020

Incongruenti con le ragioni di Bagnasco e con quelle di Olivero, invece, le rinunciabili dichiarazioni di personaggi come mons. D’Ercole: “Le chiese non sono luogo di contagio” è una dichiarazione falsa, temeraria, offensiva della ragione e anche della stessa fede, e solo con grande imprudenza un uomo insignito di gravi responsabilità può azzardarsi a rilasciarne di simili. Tali esternazioni hanno inoltre il difetto di rivelarsi tanto piú deboli quanto piú si pretendono forti: un vescovo della Chiesa cattolica non chiede a chicchessia il permesso di celebrare i divini misteri, tantomeno agli (indegni) governanti di uno stato giovane come l’Italia.

Confusioni del clero (laico e cattolico)

Certo, viviamo in un contesto cosí secolarizzato che anche i redattori de Il Sole 24 Ore sembrano non ricordare/sapere/capire che la Chiesa non è un’azienda (né privata né pubblica) e che sta invece di fronte allo Stato nel quale pure sussiste con piena autonomia nel proprio àmbito. Ora, l’àmbito proprio della Chiesa è anzitutto il culto divino che tracima – secondo la dottrina della “gemina caritas” – nella cura al prossimo:

[…] poco comprensibile – scrivono invece Melzi d’Eril e Vigevani –, risulta il riferimento all’aiuto ai poveri che si nutrirebbe della vita sacramentale.

Sta bene, non lo capiscono, eppure è sacrosanta verità che il servizio dei cristiani ai poveri nasce in particolare dalla vita sacramentale della Chiesa. A che titolo però ci si può lagnare di giornalisti incapaci di saggiare il nexus mysteriorum della Chiesa, se tocca leggere queste parole da parte di (pur bravi) sacerdoti:

Da quando sono sospese le celebrazioni col popolo non ho più celebrato, eccetto durante Settimana Santa quando l’ho fatto più per un dovere di comunione con i confratelli che per convinzione (e poi fa bene un po’ relativizzare…).

Ne soffro, molto. Non faccio l’eroe, solo penso che la Messa sine populo non si giustifichi. Attendo e cerco di essere cristiano e prete come mi è dato di poter fare.

Il secondo paragrafo è stato aggiunto in un rimaneggiamento successivo alla pubblicazione, verosimilmente per le critiche che saranno piovute addosso a don Mauri, il quale non essendo parroco ma vicario parrocchiale non è obbligato, in forza del solo Diritto Canonico1Il can. 276 § 2 dice che i sacerdoti sono caldamente invitati a celebrare, non obbligati, e anche in merito alla messa domenicale sono il Vescovo (can. 388 § 1) e il parroco (can. 534) ad essere tenuti a offrire la messa pro populo in forza del loro ufficio. , a celebrare messa tutti i giorni. D’altro canto leggiamo nel Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri:

È necessario, pertanto, che nella vita di preghiera del presbitero non manchino mai la celebrazione eucaristica quotidiana[200], con adeguata preparazione e successivo ringraziamento; la confessione frequente[201] e la direzione spirituale già praticata in seminario e spesso prima[202]; la celebrazione integra e fervorosa della Liturgia delle Ore[203], alla quale è quotidianamente tenuto[204]; l’esame della propria coscienza[205]; l’orazione mentale propriamente detta[206]; la lectio divina[207], i prolungati momenti di silenzio e di colloquio, soprattutto negli Esercizi e Ritiri Spirituali periodici[208]; le preziose espressioni della devozione mariana, come il Rosario[209]; la Via Crucis e gli altri pii esercizi[210]; la fruttuosa lettura agiografica[211]; ecc. Senz’altro, il buon uso del tempo, per amore di Dio e della Chiesa, permetterà al sacerdote di mantenere più facilmente una solida vita di preghiera. Di fatto, si consiglia che il presbitero, con l’aiuto del suo direttore spirituale, cerchi di attenersi con costanza a questo piano di vita che gli permetta di crescere interiormente in un contesto dove le molteplici esigenze della vita lo potrebbero indurre parecchie volte all’attivismo e a trascurare la dimensione spirituale.

Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri 502Ma la Congregazione ricorda anche il Decreto conciliare Presbyterorum ordinis ai numeri 5 e 18, nonché l’esortazione apostolica postsinodale giampaolina Pastores dabo vobis ai numeri 23, 26, 38, 46 e 48, di cui fornisce sintesi autorevole e autentica.

Anche qui, non è che la Curia Romana contraddica il Codice di Diritto Canonico – semmai ne esplicita lo spirito e il senso –: “essere cristiano e prete” come oggi a un cristiano e prete è dato di poter fare significa proprio pregare per il popolo cristiano nell’esercizio del munus sanctificandi che al sacerdote, in quanto costituito padre di una porzione del popolo di Dio, permette di ricapitolarlo misticamente. Spero pertanto che don Mauri e gli altri che come lui si fossero persi nella confusione sul “cum populo/sine populo3C’è un intrinseco nesso tra il sacramento dell’Ordine e quello dell’Eucaristia, ordinati l’uno all’altro per il bene della Chiesa ben oltre le sue manifestazioni sociali. Il Sacerdozio non sta tutto nella celebrazione eucaristica, come non sta tutto nel ministero della Parola e nella Riconciliazione dei peccatori, ed esiste anche uno spazio per il dissenso teologico, nella Chiesa, ma tale spazio non significa “prendo un’intuizione teologica [magari anche giusta] e la sviluppo per conto mio”, né “se non sono letteralmente obbligato mi regolo da me” – la coscienza non è questo. tornino sui loro passi.

Due piani distinti e da non confondere

Anche perché il prete di Lecco ha perfettamente ragione, invece, quando dice che in senso stretto nessuno ha violato la libertà di culto:

Parlare di compromissione della libertà di culto è oggettivamente sproporzionato e, a mio parere, ingannevole.

A nessun italiano è proibito di manifestare pubblicamente la propria fede. Le proposte religiose si sono perfino moltiplicate in questi tempi, le messe sono state comunque celebrate e la visibilità mediatica potenziata.

Inoltre, le limitazioni poste dal governo sono temporanee e per nulla assimilabili a posizioni ideologiche; affermare, anche solo velatamente, che sono tali è scorretto.

Oltretutto, denunciare una aggressione alla libertà di culto è irrispettoso verso coloro che nel mondo realmente non ne godono.

L’espressione usata dalla nota della Cei si comprende solo se si inquadra l’àmbito specifico della rivendicazione ivi contenuta. Gran parte dell’inutile (e anzi dannosa) cagnara di cui dicevo all’inizio deriva dalla confusione tra due piani distinti:

  1. il piano pratico e sanitario;
  2. il piano politico e giuridico.

La Cei si è espressa su questo secondo, il Papa sul primo; mons. Olivero su questo, il card. Bagnasco su quello. I cattolici sono tenuti a comprendere e tenere insieme (ma distinte!) le ragioni di entrambi i piani, mentre posizioni come quella di D’Ercole deragliano invece da entrambi, gettando irresponsabilmente benzina sul fuoco dei messafondaj4Non nego di essere soddisfatto dal successo del neologismo coniato in data 24 febbraio… :

  • sul primo, infatti, non è sua competenza definire se e quanto una malattia possa trovare nel contesto di una celebrazione eucaristica un’occasione propizia al contagio;
  • sul secondo, invece, è indegno del suo rango e del suo ufficio “chiedere diritti”, come se lo Stato fosse viceversa competente in materia di culto: i diritti possono rivendicarli i cittadini, ma se uno parla in qualità di Vescovo si pone come interlocutore universale e al contempo rigetta ogni tipo di subalternità.

Né subalternità né autonomia possono aiutarci ora. Responsabilità, invece, è la parola-chiave: responsabilità e collaborazione, né sarebbe tanto difficile venirsi incontro in un’ora cosí difficile. Mi ha molto consolato, ad esempio venire a sapere nel pomeriggio di ieri che qui a Nettuno, approssimandosi la ricorrenza delle sentitissime “feste di maggio” (raramente ho trovato altrove tanta palpitante devozione) il Sindaco e il Rettore del Santuario si sono seduti a tavolino a studiare il da farsi. È stato il Sindaco a suggerire al Rettore di far comunque uscire l’antica effigie della Madonna delle Grazie, perché almeno dalle finestre delle abitazioni a ridosso della passeggiata i fedeli potessero gettare uno sguardo al volto materno che per secoli e secoli li ha consolati e sostenuti: il Rettore, da parte sua, ha preferito non accettare la proposta (e usufruire invece delle tv locali per trasmettere i riti in tutte le case) onde evitare di dover poi disperdere assembramenti di devoti lungo il tragitto della tradizionale processione. Difficile dire quanto sia dolorosa una siffatta scelta, ma è pure evidente che nel comune senso di responsabilità da cui essa è nata emergono sinfonicamente magnificate le autorità civili e quelle religiose, le quali mutuamente onorano le rispettive prerogative e insieme concorrono al bene comune, che è la salus publica in tutte le sue accezioni5Un buon esempio locale che mi vale in qualche modo da contraltare alla pasticciata vicenda di Gallignano, dov’è rimasto coinvolto don Lino Viola: cose locali qui e lí, ma si sarebbe fatto meglio ad esaltare la sinfonia e mettere la sordina alla cacofonia – se si persegue l’armonia della collettività e non il proprio particulare, perlomeno, si fa cosí. .

Bene esprimerebbe la posizione della Chiesa su entrambi questi due piani una parafrasi del celebre motto attribuito a Pio VII, che cosí il 5 luglio 1809 avrebbe risposto al legato napoleonico che gli intimava di rinunciare alla sovranità sugli Stati Pontifici:

Non dobbiamo [prendere ordini da chicchessia su questa materia], non possiamo [rinunciare a lungo alla sinassi eucaristica] ma vogliamo [collaborare lealmente al bene comune].

Rendere ragione della speranza che è in noi6E che nessuno ci può togliere, men che meno i nostri vescovi (a differenza di quanto sembrava supporre un video di messafondaj circolato recentemente online).

«Certamente – ha scritto benissimo Laurent Stalla-Bourdillon7E ho avuto l’onore di tradurne il testo su Aleteia. – è compito dei cattolici spiegare bene quel che vivono in chiesa». “Aprono tutti, perché noi no?!” – l’irritante refrain che impazza nella blogosfera cattolica – è invece un assioma cosí infantile e querulo da non poter essere accettato come “argomento” da parte di persone adulte: esso dovrebbe concorrere a diagnosticare evidenti complessi d’inferiorità che sul piano pubblico non hanno ragion d’essere mentre su quello privato meriterebbero l’attenzione di uno psicanalista (o di uno psichiatra). Argomenta invece il Francese:

Cerchiamo quindi di suggerire un motivo che faccia leva non su un’uguaglianza di trattamento di diverse attività della vita sociale, ma che sia una giusta risposta a quel che produce nelle anime questa spaventosa epidemia: ancora di più, bisogna imparare a spiegare perché la messa offre una consolazione agli effetti disastrosi che il confinamento ha avuto sulla società. Il fatto è che a messa si va a ricevere un “pane” che non possiamo produrre noi stessi! Il pane della fiducia e dell’unità.

Sull’altare, in ogni celebrazione eucaristica, la consacrazione e poi la frazione del pane preludono all’incontro del termine del nostro cammino terreno: la nostra morte. Chi non ha pensato alla morte – alla propria morte! –, dall’inizio dell’epidemia? In questo tempo così difficile, in cui i giorni sono scanditi dal trend delle cifre che dicono i morti di Covid-19 (un rituale che ci vede purtroppo sempre meno coinvolti, sul piano emotivo), aiutare le persone ad appropriarsi della loro condizione mortale non è un lusso. Tutto quel che potrebbe aiutarci ad accettare la possibilità di morire domani dovrebbe essere per noi una priorità. Evidentemente, questo contravviene alle nostre mentalità gelose di preservare la vita ad ogni costo… ma in fin dei conti qual è il fine della vita?

Laurent Stalla-Bourdillon, Per tornare a ricevere la messa come un dono

Ecco una domanda suscettibile di spiegare l’utilità pubblica della celebrazione eucaristica in un frangente delicato come il presente, e dunque l’importanza di riprenderle quanto prima. Quanto a questo, Vescovi, preti e laici hanno ragione di essere fermi. Sul come, invece, essi debbono sedersi alla tavola rotonda dei ricercatori e degli amministratori della cosa pubblica, apprendere dai primi tutto quel che si può sapere sui pericoli reali che corriamo e proporre ai secondi (ma come partner, non come variabili dipendenti!) le misure piú scrupolose e attente che si possano concepire8Noi abbiamo tentato di fare la nostra parte, e siamo stati altresí lieti di ospitare le proposte di alcuni onorevoli amici. per esprimere – sulle orme di Cristo – una sconfinata Passione per il mondo e per l’uomo.

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Note

1. Il can. 276 § 2 dice che i sacerdoti sono caldamente invitati a celebrare, non obbligati, e anche in merito alla messa domenicale sono il Vescovo (can. 388 § 1) e il parroco (can. 534) ad essere tenuti a offrire la messa pro populo in forza del loro ufficio.
2. Ma la Congregazione ricorda anche il Decreto conciliare Presbyterorum ordinis ai numeri 5 e 18, nonché l’esortazione apostolica postsinodale giampaolina Pastores dabo vobis ai numeri 23, 26, 38, 46 e 48, di cui fornisce sintesi autorevole e autentica.
3. C’è un intrinseco nesso tra il sacramento dell’Ordine e quello dell’Eucaristia, ordinati l’uno all’altro per il bene della Chiesa ben oltre le sue manifestazioni sociali. Il Sacerdozio non sta tutto nella celebrazione eucaristica, come non sta tutto nel ministero della Parola e nella Riconciliazione dei peccatori, ed esiste anche uno spazio per il dissenso teologico, nella Chiesa, ma tale spazio non significa “prendo un’intuizione teologica [magari anche giusta] e la sviluppo per conto mio”, né “se non sono letteralmente obbligato mi regolo da me” – la coscienza non è questo.
4. Non nego di essere soddisfatto dal successo del neologismo coniato in data 24 febbraio…
5. Un buon esempio locale che mi vale in qualche modo da contraltare alla pasticciata vicenda di Gallignano, dov’è rimasto coinvolto don Lino Viola: cose locali qui e lí, ma si sarebbe fatto meglio ad esaltare la sinfonia e mettere la sordina alla cacofonia – se si persegue l’armonia della collettività e non il proprio particulare, perlomeno, si fa cosí.
6. E che nessuno ci può togliere, men che meno i nostri vescovi (a differenza di quanto sembrava supporre un video di messafondaj circolato recentemente online).
7. E ho avuto l’onore di tradurne il testo su Aleteia.
8. Noi abbiamo tentato di fare la nostra parte, e siamo stati altresí lieti di ospitare le proposte di alcuni onorevoli amici.

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