Il #celibato secondo Benedetto XVI e Sarah (contro Francesco?)

Il cardinal Robert Sarah:
«Preti, siate fieri del vostro celibato!»

Firmatario di quest’opera con Benedetto XVI, il prelato esorta per «un ritorno alla radicalità dell’Evangelo».

Il cardinale Robert Sarah è prefetto della Congregazione per la divina liturgia e per la disciplina dei sacramenti. 

Jean-Marie Guénois: Come qualificare il fatto che il papa emerito, Benedetto XVI, firmi con lei un’opera di difesa del celibato sacerdotale, supplicando Papa Francesco di non modificare questa regola nella Chiesa? 

Robert + Sarah: Se questo libro è un grido, è un grido d’amore per la Chiesa, per il papa, per i preti e per tutti i cristiani. Noi vogliamo che questo libro sia letto il piú largamente possibile. La crisi che la Chiesa attraversa è forte. 

J.-M. G.: Eppure il papa emerito si era impegnato al silenzio. Perché esce dal suo ritiro?

R. +S.: Con questo libro, il papa emerito non rompe il silenzio. Ce ne offre il frutto. Quel che egli ha scritto in questo libro non è una teologia chiacchierona, una teologia che voglia carezzare i media, ma una lettura contemplativa delle Scritture. Non crediate che si tratti di polemica, né di una disputatio universitaria avulsa dalla realtà. Io credo che nella preghiera il suo cuore di padre abbia avuto una grande compassione per i preti di tutto il mondo che si sono sentiti disprezzati, disorientati e abbandonati. Egli ha voluto anche rassicurare le decine di milioni di fedeli cristiani che si sentono disorientati e perduti.

J.-M. G.: Che cosa denunciate precisamente, lei e papa Benedetto XVI, parlando di «messinscene teatrali», di «menzogne diaboliche», di «manipolazioni ideologiche»?

R. +S.: Abbiamo assistito in questi ultimi mesi a una strumentalizzazione della situazione in Amazzonia. I media, i commentatori e le autoproclamatesi autorità morali hanno voluto fare pressione sui vescovi. Hanno voluto farci credere che il celibato ecclesiastico non fosse che una disciplina recente. Hanno accumulato menzogne storiche, approssimazioni teologiche. Hanno voluto farci credere che l’ordinazione di uomini sposati o la creazione di ministeri femminili sarebbero la soluzione a tutti i nostri mali. Con Benedetto XVI non abbiamo voluto volgere altrove lo sguardo. I problemi sono incommensurabili. Abbiamo una convinzione comune: la sola riforma possibile per la Chiesa è un ritorno alla radicalità dell’Evangelo.

J.-M. G.: Ma come potrebbe riassumere la natura di questa “crisi del sacerdozio”, cuore dell’opera?

R. +S.: Al cuore della crisi del sacerdozio c’è l’oblio di Dio. Quando la vita di un prete non è piú ancorata sulla fede e su Gesú Cristo, tutte le derive sono possibili. Se si guardano i preti altrimenti che come uomini interamente donati e consacrati a Dio, allora li si condanna a non essere se non dei funzionari sociali, dei piccoli prestatori di servizî. Il prete cattolico offre tutta la sua vita per essere strumento di Dio. Non per darsi all’animazione sociospirituale della società di consumo mondializzata. Essere prete non è un mestiere che lascerebbe del tempo per una “vita privata” e degli ameni passatempi. Essere prete è seguire Cristo sulla croce per amore, ventiquattr’ore al giorno. È uno stato di vita. Il mondo, una piccola minoranza che agisce fin nella Chiesa, anche fra i vescovi, l’hanno dimenticato. Benedetto XVI e io non abbiamo paura di denunciare questo problema e di affrontarlo guardandolo negli occhi.

J.-M. G.: Quale messaggio fondamentale, dunque, rivolgete ai “sacerdoti disorientati”?

R. +S.: Riprenderei le parole di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura!». Siate fieri del vostro celibato! Voglio tornare a dire loro che un prete fedele, povero e debole in apparenza, fa tremare le potenze di questo mondo. Il celibato è uno scandalo per il mondo perché afferma che Dio non è un’idea, è un Essere vivente al quale si può donare tutto il proprio corpo, tutto il proprio cuore e tutte le proprie capacità di amare! La nostra vita di preti non ha senso che se fondata su Dio. Essa rende Dio presente in questo mondo che lo rigetta e che ne ha paura. Voglio dunque chiamare i preti a entrare in una vita in cui Dio solo sia il loro punto di appoggio. Non solamente una vita di castità nel celibato, ma anche una vita di povertà, di spoliazione, di obbedienza e di vita fraterna. La nostra vita sacerdotale è anzitutto una vita di unione con Gesú, dunque una vita di preghiera. 

J.-M. G.: Ma perché quest’eventuale riforma locale rappresenterebbe un pericolo per tutta la Chiesa?

R. +S.: Noi sappiamo bene, con certezza, che l’ordinazione di uomini sposati o la creazione di ministeri femminili non è una domanda dei popoli dell’Amazzonia. È un fantasma di teologi occidentali che vagheggiano trasgressioni. Sono scioccato dal fatto che i bisogni dei poveri vengano strumentalizzati a tal segno. Del resto, papa Francesco, al sinodo, ha ricordato che il vero problema dell’Amazzonia è fondamentalmente la nostra tiepidezza nell’annunciare la fede, l’unica salvezza in Gesú Cristo. In questo libro noi offriamo numerosi esempi. E personalmente ho voluto parlare della mia esperienza di prete africano per mostrare che l’evangelizzazione deve fondarsi sul celibato.

J.-M. G.: Eppure papa Francesco aveva detto pubblicamente che non avrebbe toccato il principio del celibato sacerdotale, e che conveniva risolvere localmente la mancanza di preti in terra missionaria. In che cosa un’eccezione rischierebbe di incrinare una regola secolare?

R. +S.: Fin dall’inizio della Chiesa, Gesú dichiarava: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,37-38). La mancanza di preti non è un’eccezione. È lo stato normale di ogni Chiesa nascente, come in Amazzonia, o morente, come in Occidente. Un’eccezione, per definizione, dev’essere transitoria e trattata in modo da tornare allo stato normale delle cose. Un indebolimento del principio del celibato, anche limitato a una regione, non sarebbe un’eccezione ma una breccia, una ferita nella coerenza interna del sacerdozio.

J.-M. G.: Non sarà allarmista quando predice una “catastrofe pastorale”?

R. +S.: Abbiamo scritto questo libro non in una logica di comunicazione, ma seguendo l’esigenza della verità. Se la situazione è grave, bisogna dirlo. Legga il libro, non credo che diamo prova di esagerazione. A uno sguardo umano, la situazione della Chiesa cattolica sembra disperata. Ma questo non intacca affatto la nostra speranza, che riposa in Dio e non sull’approvazione del mondo.

J.-M. G.: Eppure ci sono delle eccezioni viventi, di preti cattolici sposati, nelle Chiese orientali; perché non adottare questa modalità per la Chiesa latina?

R. +S.: Lei non sa che numerosi rappresentanti delle Chiese orientali ci dicono che il clero uxorato è in crisi? Sapremo ascoltarli? Io credo soprattutto che il popolo cristiano si attenda dai preti una consacrazione totale, e non una mezza misura. 

J.-M. G.: Voi dimostrate, con un’analisi storica e teologica, che il celibato sacerdotale è una costante dalla fondazione del cristianesimo, mentre gli storici della Chiesa assicurano che questa regola ha impiegato secoli per imporsi. 

R. +S.: Spesso si è vittime di una profonda ignoranza storica, a riguardo. La Chiesa ha conosciuto preti sposati, nei primi secoli. Dalla loro ordinazione, però, essi erano tenuti all’astinenza totale dalle relazioni sessuali con la sposa. È un fatto certo e provato dalle ricerche storiche piú recenti. Non c’è in questa esigenza alcun tabú, alcuna paura della sessualità. Si tratta di affermare che il prete è lo sposo esclusivo, corpo e anima, della Chiesa. Egli è donato ad essa tutto intero, come Cristo.

J.-M. G.: Come fa a provare che il celibato sacerdotale sia stato sempre la norma nella Chiesa cattolica? 

R. +S.: Dal punto di vista storico, le cose sono molto chiare: dall’anno 305 il concilio di Elvira, e dal 390 il concilio di Cartagine richiamano la legge «ricevuta dagli apostoli» della continenza dei preti. Mentre la Chiesa stava appena uscendo dall’era dei martiri, una delle sue prime preoccupazioni è di affermare che i vescovi, i preti e i diaconi debbono astenersi dalle relazioni sessuali con le loro mogli. Se quest’esigenza fosse stata un’innovazione, non avrebbe mancato di provocare una vasta protesta fra i preti. E invece è stata recepita docilmente. I cristiani avevano già coscienza che un prete che celebra la messa, vale a dire il rinnovamento del sacrificio di Cristo per il mondo, deve anch’egli offrirsi tutto intero corpo e anima. Egli non si appartiene piú. Non è che molto piú tardi, per via della corruzione dei testi, che l’Oriente avrebbe innovato la propria disciplina, senza comunque mai rinunciare al legame tra sacerdozio e astinenza.

J.-M. G.: Ma che fare in situazioni di penuria di sacerdoti? 

R. +S.: Lei crede che l’ordinazione di uomini sposati risolverebbe la crisi delle vocazioni? L’esperienza della mancanza di pastori nelle comunità protestanti, che ammettono il matrimonio dei ministri di culto, prova esattamente l’opposto. La crisi delle vocazioni è una crisi della fede! Lí dove l’Evangelo è annunciato e vissuto in tutta la sua esigenza, le vocazioni non mancano.

J.-M. G.: Molti pensano tuttavia che la “radicalità” dell’impegno che lei raccomanda non sia piú osservabile al giorno d’oggi…

R. +S.: Molti? Non ne sono certo. In circoli mondani e superficiali, forse. Con papa Benedetto XVI non abbiamo scritto questo libro per piacere a tale piccola casta. Crediamo al contrario che siano la tiepidezza e la mediocrità a non essere piú sostenibili. L’Occidente è allo stremo delle forze. Esso è vecchio di tutte le sue rinunce e i suoi abbandoni. Esso attende, forse senza averne coscienza, la giovinezza, la freschezza dell’esigenza dell’Evangelo che è la santità. Esso attende dunque dei preti che siano radicalmente dei santi.

J.-M. G.: Che dice della difficoltà di vivere il celibato?

R. +S.: Il celibato è una partecipazione alla croce di Cristo. Nessuno ha mai preteso che sia facile da vivere. Esso è però anzitutto fonte di un’immensa gioia. Chiedete ai preti e ai seminaristi se sono infelici! No, sono felici di donarsi totalmente!

J.-M. G.: Lei rifiuta lo spirito di polemica. Che dice a quelli che interpreteranno la vostra iniziativa come un’opposizione a Papa Francesco?

R. +S.: Abbiamo agito in spirito di amore alla Chiesa e al papa. L’ideologia divide, la verità unisce i cuori. Scrutare la dottrina della fede non può che unire la Chiesa attorno a Cristo e al Santo Padre.


Chioso brevemente che la reiterata insistenza di Guénois sulla presunta insostenibilità del celibato «al giorno d’oggi» sembrerebbe estensibile, in linea di principio, a tutta la morale sessuale (e alla morale tout court) della Chiesa. Mi sembra invece in buona misura condivisibile l’osservazione critica di Jean-Pierre Denis, per il quale – era perlomeno la sua reazione a caldo, sui social – a giudicare dai pochi testi anticipati dal quotidiano francese, le proposizioni di Benedetto XVI non sarebbero poi cosí “esplosive”: l’impressione è anzi che il nome e l’autorità del papa emerito fungano da sostegno a posizioni sensibilmente distinte. Meno condivisibile mi pare Denis quando afferma insostenibile la pretesa di Sarah di parlare a nome dell’intera Africa: se ha già sotto mano il testo integrale e pensa ad altri passi, nulla quæstio: se invece (come egli dichiara) non ha letto piú di quanto abbiamo letto noi, mi sembra sovrainterpretante quell’esegesi di epiteti patriottici come “figlio dell’Africa”. 

Concordo invece con Denis e Guénois, invece, quando entrambi evocano l’opera del compianto Jean Mercier sul Celibato sacerdotale, affermando che il libro prossimamente in uscita ne ricorderebbe qualcosa – ad esempio l’insistenza sull’antichità e sulla fondatezza della «legge ricevuta dagli apostoli». 

Dello stesso libro di Mercier, tuttavia, bisognerebbe ricordare l’altro merito fondamentale (ed è strano che Guénois non l’abbia fatto nell’intervista), ossia l’inchiesta tra le comunità sorte dall’Anglicanorum Cœtibus di Benedetto XVI (20091Ah, fummo troppo facili (e troppo inascoltati) profeti nel ricordare l’uno e l’altro, in questo nostro spazio, proprio alla fine del Sinodo per l’Amazzonia): se da un lato essa dimostra che veramente il clero uxorato ha delle sconvenienze statisticamente rilevabili, d’altro canto il combinato disposto dieci anni fa da Papa Ratzinger definisce un profilo teologico e pastorale affatto alieno dall’evocare una “catastrofe pastorale” per un’eccezione che il Romano Pontefice allora aprí senza prevederne una chiusura. Il che peraltro sembra collimare con il tono misurato e pacato dei passaggi a firma esclusiva di Benedetto XVI2Almeno di quelli che abbiamo potuto leggere – ma è difficile immaginare che una proposizione piú “spinta” non ci sarebbe stata offerta per stuzzicare l’appetito delle contrapposte tifoserie..

Bene che si ricordi che il celibato ecclesiastico non è un’inspiegabile escrescenza della giurisprudenza ecclesiastica latina, né una mera “questione di opportunità”; certo alimentare la polarizzazione in blocchi da “scisma freddo” non sembra una felice risposta ai pericoli sollevati dalle cordate dei novatores. Certamente nulla v’è di piú alieno dalle intenzioni degli autori del libro, ma il tristo spettacolo che già in queste ore e almeno per i prossimi giorni i media danno e daranno di sé – spesso caricaturando la propria missione – dovrebbe suggerire prudenza.

Note   [ + ]

1. Ah, fummo troppo facili (e troppo inascoltati) profeti nel ricordare l’uno e l’altro, in questo nostro spazio, proprio alla fine del Sinodo per l’Amazzonia
2. Almeno di quelli che abbiamo potuto leggere – ma è difficile immaginare che una proposizione piú “spinta” non ci sarebbe stata offerta per stuzzicare l’appetito delle contrapposte tifoserie.

Comments:

6 risposte a “Il #celibato secondo Benedetto XVI e Sarah (contro Francesco?)”

  1. Ho letto il tuo articolo curiosa di sapere come, anche questa volta, avresti piegato la realtà per dimostrare che avevi ragione. Sei sicuro che Francesco sia contrario al celibato? Il suo stile è questo: dice delle cose cattoliche, per tranquillizzare il popolo cattolico, ma poi fa gesti rivoluzionari. Uno di questi è aver tenuto un teologo, un certo card. Kasper, sempre nei suoi paraggi. Non solo l’ha citato al primo angelus, ma in seguito, i punti della teologia di Kasper sono stati i punti del pontificato di Bergoglio. Doveva colpire il matrimonio, e l’ha fatto, e poi il celibato. Lo farà? Lo vedremo presto. Magari solo attraverso una noticina.
    Non a caso, nell’apocalisse si parla di una bestia travestita da agnello.
    A Novembre ho incontrato la cugina di mio marito, divorziata, con il marito, divorziato, che esultanti ci hanno detto che dopo un percorso di catechesi proposto in diocesi di Milano, hanno potuto di nuovo accedere ai sacramenti: Eucarestia e confessione! E si sono premurati a spiegarci, che tutto questo è possibile Grazie a Papa Francesco e al documento AL…
    A fine ottobre durante una messa in diocesi ambrosiana, il sacerdote ha spiegato in predica quello che si era deciso durante il sinodo, ovvero l’ordinazione di diaconi sposati, e di quanto fosse buona e giusta questa decisione, non solo per l’Amazzonia per anche per l’Europa vista la penuria dei preti.
    La Chiesa è in una crisi gravissima. Ma se tu racconti che Francesco ha chiesto aiuto a Benedetto e a Sarah per difendere il celibato prendi in giro te stesso e i tuoi lettori!

    Un sacerdote nella mia giovinezza diceva: Tanta osservazione e poco ragionamento!
    Oppure: la realtà va valutata tenendo conto di tutti i suoi fattori!
    Se il giornalismo non è a servizio della verità meglio lasciare perdere.
    Manuela

  2. Salve!

    Del commento della Signora Manuela mi sono sfuggite due cose:

    -qual è la realtà “piegata” dall’articolista (Marcotullio)?

    -perché la citazione dell’Apocalisse, è riferita a Papa Francesco?

    La realtà attuale a me non pare che sia come
    sembrerebbe vederla la Signora Manuela,
    ma forse sono io che non vedo bene.

    Invece di “agnelli” che nascondono “bestie” ne sto
    vedendo moltissimi, sopratutto sulla scena economica
    mondiale, ma anche nella politica mondiale, nella società laica,
    nelle associazioni laiche e cristiane di qualsiasi genere,
    in modo trasversale…
    Io sono senz’altro un po’ visionario ed anche troppo sensibile
    alle azioni di tante buone e brave persone che nel mondo
    fanno cose favolose e che si presentano gentili, e dalla parte
    del buono, come gli “agnelli”… Per questa mia sensibilità
    eccessiva mi scuso con chi mi legge e sopratutto con la
    Signora Manuela perchè, sulla base di questa mia sensazione,
    mi sento di consigliarla di divenire anche lei più
    attenta alle azioni, anche non immediate, diciamo alle
    azioni su periodi medio-lunghi, di tanti “agnelli”
    che oggi vediamo sulla scena del mondo…

    Non voglio e non posso fare nomi né esempi
    ma una cosa la posso senz’altro dire:

    -se oggi, nel mondo, il potere e la ricchezza sono
    in mano ad un numero sempre più ristretto di persone
    e nel contempo un numero sempre più ampio di
    altri miliardi di persone hanno sempre di meno…

    cioè se nel mondo di oggi esiste una disparità
    ogni giorno più incolmabile, una “bestia” che sta divorando
    sia i corpi che le anime delle persone, allora significa
    che gli “agnelli”, che vediamo a capo di quasi
    tutte le nostre istituzioni (ripeto in ordine di importanza,
    ecconomiche, politiche, sociali, associazioni ecc),
    non sono in realtà “angelli” ma “bestie” o servi della bestia!

    Non possiamo dire: “cosa ci importa a noi cristiani delle
    cose che accadono nel mondo, lontane da noi…”
    perchè l’insegnamento è stato chiaro e non ci è stato
    mai detto di pensare solo alle nostre personali cose di fede…

    In questo do ragione a Sarah. Bisogna tornare al Vangelo,
    i Santi uomini che hanno costellato la storia cristiana,
    uno fra tutti San Francesco, hanno proprio operato questa
    sorta di “catarsi” di purificazione, tornando di brutto al Vangelo,
    costi quel che costi… perché i doni che una vita nella
    sequela del Vangelo e di Cristo sono superiori alle fatiche,
    anche grandi, alle rinunce, al dover piegare le proprie
    idee per farle ritornare nel solco tracciato nel Vangelo…

    Se il Signore non costruisce la casa,
    invano vi faticano i costruttori.
    Se il Signore non custodisce la città,
    invano veglia il custode.
    Invano vi alzate di buon mattino,
    tardi andate a riposare
    e mangiate pane di sudore:
    il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.

    In questo anche Sarah penso sia d’accordo con
    i grandi riformatori del cattolicesimo che non
    si sono mai allontanati dal Papa, San Francesco in testa.

    La piena radicalizzazione al Vangelo, carissima Signora Manuela,
    passa anche dalla tipica obbedienza che il cristiano adotta,
    come stile di vita, (indicata anche da Gesù con Pietro), nel
    rispetto del primato pietrino e di quel che ne consegue.
    Cioè una piena conversione alla fede cristiana, alla sequela
    di Cristo, passa, per forza di cose, anche dalla sotomissione
    dei propri interessi particolari agli interessi della Chiesa,
    come ha fatto Maria, come ha fatto Giuseppe,
    come ha fatto Giovanni Battista che anche lui si aspettava,
    forse, un Cristo diverso da quello che invece gli è andato incontro
    sul Giordano.

    Altrimenti, per parafrasare le parole di Bergoglio,
    ognuno si faccia una propria religione…

    saluti

    RA

  3. Al sig. Abate. Nell’apocalisse di bestie ce ne sono due. Forse lei si riferisce alla prima, quella che riguarda il potere politico, mentre io mi riferivo alla seconda, che è quella che rappresenta la falsa religione.
    Ma per capire questo sono stata aiutata dalle profezie mariane e mi rendo conto che per le persone molto colte come lei, siano una sorta di tabù. Mentre possono aiutare le persone meno colte e semplici come me a capire meglio quello che sta accedendo.
    La prego però di non chiedermi di obbedire ai disobbedienti. Non ce la posso fare!
    A Giovanni Marcotullio, un consiglio da mamma: sei troppo giovane per chiuderti nelle tue posizioni e non accettare critiche. In fondo se ti leggo è perchè nutro stima nei tuoi confronti.

  4. Salve!

    Carissima signora Manuela! Io non sono assolutamente colto! ci mancherebbe! ed anche se sono, purtroppo sempre tentato a fare il “maestrino” in realtà la cosa è ampliata dal mezzo scritto… di persona riesco ad esprimermi con maggior libertà… Io ho 58 anni, moglie, 3 figli e sono diacono permanente, dopo un lungo periodo di studio e meditazione (e qualche pausa di ripensamento e di verifica), e preghiera, mia e con la mia famiglia, sono stato ordinato quasi 1 anno fa esatto, il 20 gennaio scorso.
    Ho cari amici che fanno la messa con la liturgia “straordinaria” in latino… vivo in una diocesi fondata nel 4 secolo d.C. ed anche la parrocchia è più che millenaria… nella mia parrocchia non ci sono associazioni cristiane, ci sono alcuni parrocchiani che sono simpatizzanti di RnS o di CL o di Ac eccetera ma, grazie al fatto che siamo lontani dalle grandi città, in alta collina, sperimentiamo una cristianità semplice, di cristiani semplici e tutti uguali fra di noi… il Vescovo ogni tanto si lamenta di alcune nostre “chiusure” da “montanari” (lui viene dalla pianura Padana) ed ha forse ragione … vivendo in una vallata siamo un po’ tutti “pettegoli”, perchè ci conoscimao praticamente quasi tutti ma siamo poco espansivi con gli “estranei”… da noi le porte sono aperte o con le chiavi nella toppa, e fra vicini entriamo in casa d’altri senza problemi, anzi sempre ben accolti. Facciamo incontri di lettura della Bibbia nelle case da oltre 40anni, però siamo meno bravi a partecipare a riunioni di gruppo, a parte la Messa ovviamente! In questa nostra “isola felice” le cose del mondo arrivano attutite e questo è un bene perchè abbiamo tempo di meditarle e non dare un risposta troppo frettolosa, che mi hanno insegnato i monaci, è sempre figlia dlel’orgoglio. Alcuni di noi hanno avuto la fortuna di incontrare gli ultimi papa, io personalmente ho incontrato sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI che Francesco. Io sono stato nominato coordinatore delle piccole caritas sparse nella vallata (lunga oltre 50km), in quella che chiamiamo “diaconia della carità”, seguo la liturgia domenicale in 3 parrocchie sulle montagne dove ci sono sparuti gruppi di residenti, cioè faccio la liturgia della Parola con distribuzione della Comunione, quindi faccio anche delle “omelie” che io preferisco chiamare “riflessioni” sulla Parola di Dio. Lavoro da impiegato lontano da casa (70km) quindi sono un pendolare… Le ho detto tutto questo per dirle che sono una persona semplice e normale, come tantissime. Ma credo e amo Gesù il Cristo, ed ho promesso, e voglio mantenere, filiale obbedienza al mio Vescovo e tramite lui, al Papa.

    Le confesso una cosa: non mi chiamo Roberto Abate,
    è uno pesudonimo che utilizzo solo in “rete” e che
    è in realtà il nome di un mio carissimo amico (Siciliano) che mi
    ha permesso di usare il suo nome (mi ha dato la sua email),
    per motivi un po’ complessi che sarebbe fuori luogo
    esprimere qui, ma le assicuro nulla di illegale… Siccome
    sono un tecnico informatico esperto di reti di computer,
    (è il mio lavoro) conosco la terribile forza negativa della rete e non partecipo
    né sono iscritto a nessun “social” né con questo pseudonimo
    nè con altri, Mi permetto di usare tale pseudonimo solo in commenti
    che lascio, qua e la, solo in blog, come questo, a carattere cristiano.

    saluti

    RA

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