Eucatastrofe di una notte e della storia: come Lewis si convertì a Cristo

La produzione letteraria di Lewis sarà, da quel momento in poi, inarrestabile e non certo per la contentezza di Tolkien, che ritenne la sua smania troppo precoce per comunicare le conquiste di una fede ritrovata ma ancora immatura. In Lewis convivranno due spiriti. Dapprima egli si porterà ad un furore nuovo, potendo ora non solo accompagnarsi ai tanto amati cavalieri medievali nel temperamento o in desideri intuiti, ma fin a condividerne il fulcro della vita intera. Si dedicherà moltissimo alla descrizione sì personale, ma soprattutto logica della fede cristiana e della sua pertinenza con la vita, spesso facendosi apologeta, come ergendo uno scudo contro gli assalti della modernità: le dinamiche del cammino, del male, del dolore, del Cristianesimo originale, della capacità affettiva, sono solo pochi dei campi in cui la sua prolifica attività di scrittore e saggista aveva applicato (Mere Christianity, Lettere di Berlicche, The Four Loves …). Chesterton ritorna a nuova forma nelle letture di Lewis, questi oscillando tra il fervore romanzesco di Le Avventure di un Uomo Vivo e il solco rigoroso del saggio L’uomo eterno.

Sono anni d’oro tanto per lui quanto per l’amico. La formazione stessa del circolo degli Inklings è concomitante, nonché la lettura (1932-3) che Lewis fece de Lo Hobbit. L’ammirazione che Jack prova per l’opera dell’amico è tutta contenuta nella recensione del 1937, in occasione della pubblicazione niente meno che per il Times e nella strenua difesa contro i detrattori. L’entusiasmo è naturalmente amplificato nelle letture frequenti de Il Signore degli Anelli cui Tolkien dava voce tra i medesimi amici; non sarebbe erroneo vedere già qui l’insorgere del secondo spirito, il bambino che subentra al guerriero e che diventa un guerriero ancora più efficace.

Si diceva, è per la piccola Lucy Barfield che viene scritto Il Leone, la Strega e l’Armadio, (dato che Lewis non avrà bambini in casa fino all’arrivo di Joy Davidman nella sua vita) quasi ad imitare l’attitudine paterna di Tollers verso i suoi. Lucy Barfield-Pevensie apre le porte, le pagine e le ante di una fiaba semplice nell’organizzazione delle dicotomie basilari di ogni storia, ma tutt’altro che banale: gli occhi spalancati della bambina sono un cammino converso ad un’unica meta, rischiarato fin da principio (il lampione) e sempre più strappato alla morsa dell’inverno, ma il tradimento del fratello pone un bivio tremendo. L’Eucatastrofe è anche qui la chiave di volta delle vicende nel sacrificio di Aslan sulla Tavola di Pietra e sono proprio le piccole Pevensie ad assistervi, senza dimenticare di Edmund, il primo a beneficiarne. Erompe il ruggito leonino: Aslan dichiara i bambini come i suoi ministri e difensori, li pone in trono e li fa crescere sotto le sue corone.

Ora è come se Lewis non avesse potuto tirarsi indietro dalla sua opera, come se celebrare i piccini non fosse abbastanza per lui. Se Lucy ha una controparte primaria, perché non potrebbe averla anche quel professore così logico che, pur comparendo, appena e rimanendo volutamente in disparte, indirizza Peter e Susan allo sguardo della sorellina? In questa audace sovrapposizione, non stupisce allora che gli ultimi due libri (in ordine di pubblicazione) de Le Cronache di Narnia raccontino prima la creazione (con gli occhi del Professore da bambino, il piccolo Digory, Il Nipote del Mago), poi l’Eucatastrofe finale, la fine di Narnia ne L’Ultima Battaglia. In essi si palesa tutto il ruolo dell’autore di fiabe e miti come sub-creatore.

Il Nipote del Mago in particolare non ignora l’Ainulilandë, il Canto cosmogenico alla creazione del mondo degli Hobbit e degli Anelli, così com’è narrato nel Silmarillion. L’idea del canto creatore è il momento iniziale di Narnia e comincia con il vetturino, un pover’uomo coinvolto nel trambusto causato dalla strega che, spinto in un mondo ancora non nato, forte della sua fede sa di non dover temere nulla. Quando il suo inno finisce, comincia un canto solenne in più voci che coinvolge la terra, accende il firmamento e spalanca l’alba, come se prima non si fosse voluto disturbare quell’umile cantore. È sempre lui a farsi portavoce del primo stupore di Narnia. Nella luce nascente, si distingue il Leone che il canto effonde.

Il cocchiere, con i suoi continui richiami che consentono a Digory insieme di abbassare la guardia e di non perdersi un solo momento della fioritura di Narnia, svolge la funzione di chi non si lascia distogliere da ciò che è centrale, così come aveva fatto Tollers in quella notte settembrina. Senza spingerci in azzardate (e insussistenti) identificazioni con Tolkien, significativo è anche il mestiere dell’uomo: tanto l’amico nel primario quanto il vetturino nel secondario rispondono ad un ruolo generico ma necessario, conducono alla comprensione della creazione della/nella fiaba. E fuori di essa.

Di tutte le Cronache, il personaggio che meglio riassume i due spiriti di Lewis è il topo Ripicì. Il più piccolo e il più valoroso del Veliero dell’Alba, incrollabile nel nome di Aslan, ancorato a quelle gioie di quando, da cucciolo, una driade gli raccontava delle Terre del Leone. Aslan lui l’ha davvero conosciuto (attraverso Lucy): la coda che gli consente di stare in piedi è il dono del Leone gli aveva fatto non per un orgoglio vuoto, ma per l’affetto della sua compagnia di topolini. È un dono di Aslan, l’intervento diretto e materiale, a consentire a Ripicì di ergersi come un Suo fiero guerriero e di difenderLo ogni qualvolta sente dubitare di Lui; ed è anche ciò cui Ripicì tiene di più. Ripicì sarà ammesso nel Regno di Aslan alla fine de Il Viaggio del Veliero, mentre Lucy e Edmund vengono messi al corrente che non potranno più tornare a Narnia. Intristiti per non poterlo più incontrare, Aslan risponde che lo possono incontrare ogni volta che vogliono, devono solo imparare a chiamarlo con un altro nome, un nome che Lewis ha ormai imparato a conoscere.

Prima che anche Jack sorpassi l’ultima onda accadranno molte cose, alcune delle più infelici. L’allontanamento da Tolkien è sicuramente di queste, altra è la pur prevista morte di Joy (Gioia) Davidman – la cui malattia per un poco li ri-avvicinò nella consolazione amicale di fronte alla più penosa sofferenza (merito delle mogli, in questo c’è forse meno sorpresa) – che lascerà a Lewis i suoi bambini. In ogni cosa, tuttavia, Lewis d’ora in avanti sarà ostinatamente dominato dalla Gioia, che definisce sempre in Sorpreso dalla Gioia, contemporaneo alla fine delle Cronache:

Per chi è ancora disposto a leggermi, mi limiterò ad evidenziare […] un desiderio inappagabile che è esso stesso più desiderabile di qualsiasi appagamento. Io lo chiamo gioia, che qui è un termine tecnico e va nettamente distinto dalla felicità così come dal piacere. La gioia (nel senso che io le attribuisco) ha in realtà in comune con essi una caratteristica, e una sola; il fatto che chiunque l’abbia provata vorrà provarla nuovamente.”

Lewis muore il 22 novembre del 1963. Di lui Tolkien dirà:

Il debito impagabile che io ho nei suoi confronti non è tanto un’influenza come la si intende di solito, quanto il puro incoraggiamento. A lungo è stato il mio unico pubblico. Solo lui mi ha messo in testa che la mia roba poteva essere qualcosa di più di un divertimento privato.”

Lettera a Dick Plotz, 12 settembre 1965.

Di questa storia di unità che sopravvive alla rottura e al più intenso dolore, del suo anno zero in quella notte eucatastrofica, dicevamo, non abbiamo che le ricostruzioni dei biografi e le loro fonti. La prima, che abbiamo finora tralasciato, fu una poesia che Tollers dedicò a Jack in memoria di quella notte. “Da Filomito a Misomito”, da colui che ama i miti, a colui che li detesta, scriveva Tolkien non molto tempo dopo, prima di mettere in versi un manifesto del suo pensiero sulla verità del mito: “Mitopoeia”. Uno stralcio di quella poesia sarà citata proprio in On Fairy-Stories:

Caro signore, benché sia ora lontano scacciato
l’Uomo non è del tutto perduto, né del tutto cambiato.
Dis-graziato può esserlo pure, ma non de-tronizzato,
ed i cenci della sua signoria di un tempo ha conservato:
L’Uomo, il Subcreatore, è la riflessa luce
Attraverso la quale dal Bianco si produce
una gamma di colori, senza fine combinati in viventi
forme commisti che si muovono tra le menti.
Se tutte le fessure del mondo colmammo
con Elfi e Folletti, se creare osammo
gli Dei e le loro magioni dal buio e dalla luce
e seminammo semente di draghi – ciò era (a torto o ragione)
nostro diritto. Questo diritto non è decaduto:
ancora creiamo secondo la legge che così ci ha voluto.

Le parole rivolte all’amico, quasi una registrazione della notte passata insieme, verranno riconsegnate nell’epilogo del saggio dalla loro umanità in una prospettiva di Redenzione che non può dimenticare nulla della verità intuita prima del Vangelo, che anzi se ne può servire perché mediante la fantasia umana la Creazione ne sia arricchita:

L’Uomo redento è ancora uomo. Il Racconto, la fantasia, continuano ancora, e dovrebbero continuare. L’Evangelium non ha abrogato le leggende; le ha santificate, specialmente nel «lieto fine». Il cristiano deve ancora operare, con la mente come con il corpo, deve soffrire, sperare, e morire; ma ora può percepire che tutte le sue predisposizioni e facoltà hanno uno scopo, che può essere redento. Così grande è stata la liberalità con cui è stato trattato che ora egli può, forse, a ragion veduta supporre che nella Fantasia può effettivamente assistere al germogliare e al molteplice arricchimento della creazione. Tutti i racconti possono divenire veri; e peraltro, alla fine, redenti, possono essere così simili e così dissimili nella forma che abbiamo dato loro, come l’Uomo, finalmente redento, sarà simile e dissimile alla creatura decaduta che conosciamo.”


Ci si appella all’indulgenza del lettore che volesse andare alle fonti utilizzate per la modalità di citazione non uniforme, né di pagina. L’autore cercherà nel prossimo futuro di sopperire con una guida bibliografica.

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