L’agenda particolare di un orchestratore di discussioni…

Avete mai sentito parlare di «agenda setting»? È l’espressione — ovviamente in inglese — che indica l’ordine del giorno elaborato dai mass media, che predispongono per il pubblico una serie di temi a cui prestare attenzione.

Per quanto sia evidente, è comunque utile precisare che il settaggio dell’agenda massmediatica si rivela di fatto indistinguibile da un’opera di propaganda. Il che significa, all’atto pratico, ingegnarsi per creare immagini mitiche, evocare pseudo-eventi, comunicare interpretazioni più che fatti. E tutto questo sforzo, mai dimenticarlo, non si prefigge tanto di informare quanto di orientare l’opinione pubblica.

La vita della Chiesa non fa eccezione. Anch’essa è oggetto delle attenzioni interessate dei media (di ogni colorazione politica) che ogni giorno producono una quantità esorbitante di commenti sui fatti più vari della vita ecclesiale, al punto che ogni alzata di ciglio del papa genera dispute al vetriolo, ogni sinodo particolare diventa un potenziale Armageddon. E tra non molto, temo, saremmo bombardati di news pure sulle beghe dei consigli parrocchiali…

Di riflesso, impazza la metacommentite (il commento del commento, più volgarmente detto “chiacchiericcio”) e sui social, luogo privilegiato di questa pratica, i toni si fanno sempre più esasperati: la violenza verbale — per non parlare di quella psicologica — dilaga alimentando un vortice di discussioni sempre più accanite, torbide, avvelenate.

I fatti, se stiamo a Galati 5, parlano chiaro. Parlo del punto in cui san Paolo opera la famosa distinzione tra i frutti dello spirito («amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé») e le opere della carne («fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni»).

Voglio essere franco al limite della crudezza: dove c’è tanta, troppa carne al fuoco c’è da sospettare la presenza — e soprattutto l’azione — del demonio.

Nella premessa alle Lettere di Berlicche, C.S. Lewis rammenta che vi sono due generi di errori, uguali e opposti, nei quali gli uomini possono cadere a riguardo dei demoni:

Uno è di non credere alla loro esistenza. L’altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I Diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago.1Clive Staples Lewis, Le Lettere di Berlicche, Jaca Book, Milano 2007, 5a ed., p. 3.

Che è come dichiarare malsano sia voler parlare troppo del demonio che non volerne parlare affatto. Perché il demonio, con ogni evidenza, sa avvantaggiarsi tanto della confusione quanto dell’indifferenza. Troppo interesse o troppo poco, che importa? C’è anche un’empia indifferenza, il calco rovesciato di quella ignaziana. Non soltanto il demonio si cura poco di quanto si parli: gli importa ben poco anche di cosa o di chi si parli, purché se ne parli male. Si parli (o meglio, si sparli) tanto o poco, conta solo che ovunque aleggi lo spettro della parola che uccide: ringhiosa o velenosa, latrante o sibilante. Il demonio non è un censore. Anzi, è un infaticabile orchestratore di discussioni. La sola cosa che valga ai suoi occhi è raffreddare la carità dei disputanti, istillare in loro il veleno dell’odio, del disprezzo, del risentimento, dell’invidia.

Il demonio si nutre dello spirito di contraddizione. Per questo non esita neppure un istante ad alternare i panni dell’eresiarca a quelli, perché no?, del rigido difensore del dogma. Pochi lo hanno detto con l’eleganza di Fabrice Hadjadj:

Non vi è alcun dogma […] di cui il demonio non conosca l’esatta realtà. Ed è proprio questo a renderlo assai abile a suggerire incalcolabili eresie. La conoscenza di una cosa fa automaticamente conoscere che cosa significhi esserne privi: un buon grammatico sa come indurre a cadere in ogni errore possibile di ortografia; un informatico specializzato in antivirus sa come creare virus informatici inesorabili. La fede del diavolo gli permette di suggerirci una varietà infinita di empietà. Da freddo dogmatico, egli sa come ispirare, o per meglio dire «espirare», per slittamenti impercettibili, per scarti infinitesimali, con questa o quella deviazione nell’uomo persuaso della sua dirittura superiore. Egli si fa così eresiarca degli eretici più ostili tra loro. Trae vantaggio del resto dal combattimento contro le eresie – è la sua specialità – per attizzarne un’altra di senso contrario. E se egli mette alla prova la tenacia della nostra ortodossia, gli resta ancora da giocare la sua carta migliore: trascinarci in una fedeltà rigida come la sua, ovvero altrettanto spoglia di carità.
Ci si rende conto di quello che Paolo vuol dire quando afferma che Satana non è soltanto il principe di questo mondo, ma il dio di questo secolo (2 Cor 4,4): tutto è confuso, i sostenitori della fede sono talmente malvagi che si fanno il letto dell’infedeltà, gli infedeli mostrano un’intelligenza e talvolta perfino un’umiltà che li rende attraenti, e alle loro spalle, moderatore smodato, animatore degli animatori, direttore d’orchestra dell’umano baccano, l’Avversario promuove dibattiti senza dialogo e se la ride dello spettacolo dei nostri alterchi.2Fabrice Hadjadj, La fede dei demoni, Marietti, Milano-Genova 2010, pp. 133-134.

Sulla stessa falsariga il padre Henri de Lubac, che nelle sue Meditazioni sulla Chiesa invita a diffidare del polemismo astioso. Lo spirito cattolico, afferma il gesuita, è fatto di ben altra pasta. Appoggiandosi alle Scritture e ai Padri, de Lubac ce lo descrive come

— «rigoroso insieme e comprensivo»;

— «più caritatevole che litigioso»;

— «opposto ad ogni «spirito di fazione» o semplicemente di chiesuola sia che si cerchi di sottrarsi all’autorità della Chiesa, sia, al contrario, di accaparrarsela»;

— «nemico dello “zelo amaro e delle schermaglie verbali”».

La coscienza cattolica — che non coincide affatto, o almeno non di necessità, col giudizio degli opinion makers cattolici3Bernanos, che fu sovente destinatario degli attacchi della “stampa cattolica”, replicava che «un giornale “cattolico” spesso non è che una fabbrica di adulazioni a esclusivo vantaggio degli “eminenti protettori”, dei “generosi sottoscrittori” e dei “pii collaboratori”» (G. Bernanos, La mia rivolta, Gribaudi, Torino 1970, p. 33). — infatti è fin troppo consapevole che

lo spirito maligno, dotato di un’arte raffinata per seminare il disordine, è abilissimo nel turbare il corpo della Chiesa sotto il pretesto di discussioni ideologiche.4Henri de Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Paoline, Milano 1955, p. 293.

Allora bisogna sacrificare pro bono pacis ogni confronto tra cattolici? Va dunque soffocata ogni legittima divergenza? Nulla di tutto questo. Ma un conto è disputare da cristiani attenti a non cadere nello «scisma della carità», un altro è dibattere senza dialogare: azzannarsi dopo aver indossato la maschera dell’amore, condannarsi ad odiare nell’ombra, rivendicare un diritto divino al rancore, cedere alla gioia maligna della chiacchiera. Ovvero sostituire lo spirito di canaglia5«Canaglia», che viene da canalia, collettivo di canis «cane», rimanda all’aggressività delle frotte canine, pronte ad accanirsi, appunto, e a divorarsi rabbiosamente. È in questo senso che si può parlare dello spirito di accanimento, sempre avendo presente che si tratta di una immagine metaforica. L’istinto animale rinchiude in uno schema senza libertà ma dà anche una misura, un limite, un ordine. La distruzione scatenata, gratuita, fine a se stessa, è il prodotto di uno spirito maligno, non della bestialità. Nella distruzione senza secondi fini si manifesta una purezza mortifera che possiamo qualificare soltanto come diabolica. allo spirito di carità.

Certo, questa sciagurata antiteologia della sostituzione non manca di frecce al suo arco. È abilissima a invocare dei “buoni motivi” a sostegno delle proprie ragioni: il sacro nome della verità, primo fra tutti. Se non fosse che la bontà dei motividon Fabio Rosini docet — non necessariamente corrisponde alla bontà dei moventi. E che la verità senza carità, insisterebbe Hadjadj, è pur sempre il marchio della fede dei demoni…

Note   [ + ]

1. Clive Staples Lewis, Le Lettere di Berlicche, Jaca Book, Milano 2007, 5a ed., p. 3.
2. Fabrice Hadjadj, La fede dei demoni, Marietti, Milano-Genova 2010, pp. 133-134.
3. Bernanos, che fu sovente destinatario degli attacchi della “stampa cattolica”, replicava che «un giornale “cattolico” spesso non è che una fabbrica di adulazioni a esclusivo vantaggio degli “eminenti protettori”, dei “generosi sottoscrittori” e dei “pii collaboratori”» (G. Bernanos, La mia rivolta, Gribaudi, Torino 1970, p. 33).
4. Henri de Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Paoline, Milano 1955, p. 293.
5. «Canaglia», che viene da canalia, collettivo di canis «cane», rimanda all’aggressività delle frotte canine, pronte ad accanirsi, appunto, e a divorarsi rabbiosamente. È in questo senso che si può parlare dello spirito di accanimento, sempre avendo presente che si tratta di una immagine metaforica. L’istinto animale rinchiude in uno schema senza libertà ma dà anche una misura, un limite, un ordine. La distruzione scatenata, gratuita, fine a se stessa, è il prodotto di uno spirito maligno, non della bestialità. Nella distruzione senza secondi fini si manifesta una purezza mortifera che possiamo qualificare soltanto come diabolica.

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