Quanti presidi ed insegnanti esausti danno la vita per la scuola!

«Quand’ero giovane, volevo fare la missionaria nel Terzo Mondo. Sono stata accontentata, solo che il Terzo Mondo è venuto qui da noi». Con questa frase, una mia amica coetanea, che fa l’insegnante in una scuola elementare del centro di Forlì, sintetizza la situazione difficile in cui svolge il suo lavoro, unendo l’amarezza alla speranza tenace che la caratterizza fortemente. Non è tanto il multiculturalismo il problema, dice lei, quanto piuttosto la disgregazione delle famiglie alle spalle di questi bambini (e gli stranieri patiscono questo effetto più degli autoctoni), che si riflette in comportamenti degli alunni a dir poco sconcertanti: si va dagli inquietanti sguardi lascivi di bambine meno che decenni al bidello (che spalancano interrogativi dolorosi circa le esperienze che possano aver già vissuto) agli incontrollati scoppi di ira violenta, passando per tutta una vasta gradazione di disattenzioni, disagi, teppismi e risultati scolastici deludenti.

Il contraltare di classi disastrose sono insegnanti a dir poco stressati, alcuni disperati, in burnout, oppure arresi e menefreghisti, stanchi, indifferenti. In tanti remano con forza, in una barca che fa acqua da tutte le parti, con una burocrazia sempre nemica, un apparato organizzativo ostile, una società che ne sminuisce il ruolo e ne enfatizza le responsabilità, famiglie assenti o pericolosamente aggressive, una paga bassina.

In Italia queste cose si sussurrano tra insegnanti, alcuni fatti di cronaca fanno emergere a volte, per qualche giorno, i problemi più grossi, ma si continua a pensare tenacemente che si tratti di casi isolati, di zone geograficamente circoscritte, di situazioni limite.

Forse è così, non saprei, io non sono insegnante. In Francia, però, la situazione è già molto grave e il negazionismo non riesce più a tenere a freno la valanga che sta scendendo a valle distruggendo vite.

Christine Renon rappresentata da una sua amica.

Un lunedì di due settimane fa è stata ritrovata morta suicida Christine Renon, 58 anni, la preside della scuola materna Méhul, a Pantin (Seine-Saint-Denis), proprio dentro l’edificio scolastico. Il suicidio risale probabilmente a sabato 21 settembre, subito dopo aver inviato per posta a tutti i presidi di Pantin, nonché alla direzione dell’Accademia della Senna-Saint-Denis, una lettera dolorosa. Mercoledì sera e giovedì, la lettera è circolata sui social network, distribuita dai sindacati con l’accordo della famiglia.

François-Xavier Bellamy, filosofo francese, scrittore, insegnante di scuola superiore e politico, ha scritto ieri su facebook un lungo post di analisi sulla situazione della scuola francese, che vale la pena leggere con attenzione, perché potrebbe parlare anche di noi, di come siamo o di come saremo tra non molto.


di François-Xavier Bellamy

Presente questa mattina a Pantin, tra centinaia di persone che sono venute alla marcia bianca in omaggio a Christine Renon. La preside della scuola, alla quale ha dato tutto, si è uccisa un sabato mattina, due settimane fa. Ha lasciato dietro di sé una lettera straziante, che esprime il suo impegno totale, la sua stanchezza e la sua angoscia.

Come lei, tanti insegnanti e direttori scolastici si trovano da soli, in prima linea per assorbire i fallimenti e le incoerenze di una scuola da tempo in crisi, ma anche le tensioni e le violenze che ora incidono sulla vita quotidiana delle classi. Christine Renon descrive la “goccia d’acqua che l’ha spazzata via”, un sospetto di aggressione sessuale tra due alunni dell’asilo… e firma: “preside esaurita”.

È l’istruzione nazionale nel suo complesso che si esaurisce. Per limitarsi solo ai fatti che sono apparsi sulla stampa questa settimana…

Lunedì scorso, un’insegnante di Cap d’Agde è stata insultata, minacciata di morte e picchiata più volte nella sua scuola dai genitori di uno studente a cui aveva impedito di combattere con altri.

Lo stesso giorno, a Sarcelles, un insegnante di ginnastica ha chiesto ad uno studente di togliersi il berretto: lo studente del liceo lo ha colpito più volte. Gli studenti presenti tutt’intorno a filmare la scena; nessuno di loro ha cercato di proteggere il loro insegnante. La violenza dei colpi gli è valsa cinque settimane di assenza dal lavoro.

Giovedì scorso, a Osny, un insegnante di storia voleva confiscare un computer portatile; lo studente del liceo interessato ha risposto con un brutale gancio col piede, che lo ha gettato a terra. E’ ricoverato in ospedale e soffre di un trauma cranico.

Venerdì, a Lilacs, durante una lezione di sport, uno studente quindicenne è deceduto accoltellato a morte mentre cercava di interferire durante un combattimento. Tutti i giovani coinvolti in questo omicidio hanno tra i quattordici e i quindici anni.

Ho scritto Les Déshérités per Samy, ucciso fuori dalla porta del liceo dove, qualche mese prima, avevo iniziato ad insegnare. Aveva anche lui quindici anni. Cosa è cambiato da allora?

Non si tratta di usare questi drammi per fare una cattiva politica. Sono il sintomo di una crisi profonda, quella di una scuola che da troppo tempo non è stata in grado di svolgere adeguatamente la sua missione. La morte di Christine Renon è il risultato di un enorme fallimento collettivo, che risale a diversi decenni fa. Distribuire colpe sarebbe sterile. Ma non reagire finalmente sarebbe colpevole.

Per troppo tempo abbiamo voluto negare questa crisi, mettere a tacere questa violenza, soffocare la sofferenza. Qualche mese fa, quando un’insegnante è stata minacciata in classe da una studentessa, che le puntava contro una pistola finta, e ripresa da studenti che ridevano di come era umiliata, centinaia di insegnanti hanno cominciato a testimoniare. Raccontando sui social network, sotto lo slogan “no wave”, questi attacchi che era stato chiesto loro di non menzionare: era meglio preservare l’apparente calma… Forse qualcuno, leggendo questo semplice riassunto della settimana, mi biasimerà anche per aver causato preoccupazione. Ma la tragedia che sta vivendo la nostra scuola dovrebbe tenerci tutti svegli.

La tragedia è che questo fallimento collettivo pesa in primo luogo e soprattutto sui gruppi più svantaggiati: la nostra scuola è la più disuguale tra i paesi dell’OCSE. E così, anche se la crisi educativa si fa sentire ovunque, la sua portata rimane ampiamente sottovalutata dalla maggior parte della classe dominante in Francia, i cui figli sono spesso scolarizzati in scuole protette da questo clima di violenza, in isole sempre più piccole – e sempre più inaccessibili per la maggior parte dei francesi. Così, possiamo ancora illuderci se abbiamo i mezzi per non aprire gli occhi. Ma ora non abbiamo scelta. Come non vedere cosa succede quando una direttrice scolastica coraggiosa, generosa e impegnata finisce per togliersi la vita? Come non vedere che una società non ha futuro, quando coloro che preparano la vita, coloro che nutrono la vita, coloro che proteggono la vita – insegnanti, agricoltori, polizia e gendarmi – si tolgono la vita? Muoiono perché il loro lavoro non è più rispettato; e hanno in comune il fatto che, se il loro lavoro non è rispettato, semplicemente non è più possibile. Come non vedere che si tratta della stessa tragedia, quella dell’abbandono, della diffidenza e della violenza vissuta da chi, isolato, dovrebbe comunque ricevere il nostro riconoscimento collettivo?

La crisi dell’istruzione nazionale non è un problema tecnico che potrebbe essere risolto con un’altra legge. Non è una crisi scolastica, è una crisi sociale. Péguy scrive in L’Argent: «Le crisi educative non sono crisi educative, ma crisi di vita. (…..) Quando una società non può insegnare, non è che gli manchi accidentalmente un dispositivo o un’industria; quando una società non può insegnare, è che una società non può insegnare se stessa; è che si vergogna, ha paura di insegnare se stessa; per tutta l’umanità, insegnare è fondamentalmente insegnare se stessa».

Quando la nostra umanità non sa più insegnarsi, è l’inumano che riappare. In questo clima di tensione, violenza e insuccesso scolastico, tanti giovani sono ora vittime, tanti insegnanti e tante famiglie. Sarebbe colpevole di non aver reagito alla fine.

Dobbiamo permettere alla scuola di compiere la sua missione, finalmente sostenere gli insegnanti, formarli meglio, sostenere meglio la loro carriera, pagare meglio anche loro – questo non è un dettaglio, e anche su questo punto la negazione della realtà che abbiamo visto di recente non è una risposta valida. Allora dobbiamo fidarci di loro, lasciare che facciano il loro lavoro, invece di far cadere sulle loro teste, con la regolarità della tortura cinese, la prossima riforma che riorganizzerà tutto senza consultarli, e che dovrà essere applicata come sempre con urgenza, prima che arrivi la prossima. E soprattutto, dobbiamo finalmente garantire loro il rispetto che meritano, e la serenità necessaria per esercitare la loro professione, non negoziando mai più con parole e atti che disprezzano la loro missione – sia che questo disprezzo provenga da alunni, genitori o superiori…

So che il “è necessario” può sembrare troppo facile; ma nel profondo la nostra scuola ha bisogno di risposte semplici. E con tutti coloro che lo desiderano, lavoriamo per fare proposte concrete, in uno spirito di apertura e di esigenza, come richiesto da una simile emergenza nazionale. La Francia è in grado di raccogliere questa sfida, ne sono certo. E per questo può contare sui suoi insegnanti sul campo, se sa come raggiungerli.

La morte di Christine Renon è una tragedia. Ma la sua vita era un miracolo. Come insegnante, ho avuto l’opportunità di incontrare colleghi eccezionali e presidi scolastici che, nonostante l’entità delle difficoltà, hanno, come lei, dato tutto per aiutare i loro studenti a crescere. Il nostro paese è trattenuto dal coraggio di coloro che sono ancora in piedi, contro ogni previsione. Non abbiamo più il diritto di lasciare soli coloro che si sentono esausti. Dobbiamo loro il nostro sostegno. E il lavoro che ci attende per fornire loro questo sostegno è dovuto a Christine Renon.

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