«Le donne meritano di meglio che l’aborto»: lo imparino i #prolife

Oggi negli Usa è stato tutto un pullulare di manifestazioni contro le recenti leggi degli Stati dell’Unione che hanno stretto un giro di vite sull’aborto. Quella dell’Alabama è stata la più forte per la nettezza dei contenuti (anche se quella della Louisiana ha fatto scalpore per essere stata portata avanti da John Bel Edwards, una Dem), e pure Trump ha sentito di dover fare qualche passo indietro per non risultare troppo divisivo: ha dato invece un magnifico segnale di attivismo indipendente e serio la solita Live Action, avendo l’associazione immantinente ricordato al POTUS che la sua posizione implica un giudizio di disvalore su ogni persona concepita in circostanza di stupro o incesto.

Grandi conquiste e l’urgenza di custodirle

Proprio pochi minuti fa anche la Missouri House ha dato parere favorevole al dll noto come “Heartbeat bill (chiamato così perché pone il limite per l’aborto col criterio della rilevabilità del battito cardiaco fetale), simile a leggi già passate in Louisiana, Ohio, Mississipi e Georgia: è stata una larga maggioranza (110-44) quella che porterà a stretto giro il testo sulla scrivania del governatore Mike Parson. Anche in questo caso, stando al Guardian,

la legislazione include eccezioni per emergenze mediche inerenti la salute della donna, ma non per stupro o incesto.

Queste sono senza dubbio notizie positive, per chi ne capisca la portata, ma lo spirito di contesa e di rivalsa con cui vengono brandite da alcuni rischia di essere altamente controproducente. “Corruptio optimi pessima”, dicevano gli antichi, e non vale solo al maschile, bensì anche al neutro: una cosa molto buona diventa molto cattiva, se si corrompe. E come si fa a corrompere una cultura antiabortista? La nostra Lucia Scozzoli ha compilato un’efficace rassegna di follie proferite da sedicenti prolife, e ha concluso osservando:

Sussiste il rischio, non remoto, che la causa prolife genuina diventi un’arma contundente di lotta politica per strappare consensi nelle urne, attraverso una polarizzazione acritica del dibattito e la contesa del cosiddetto primato morale di una parte sull’altra: non sono “buoni” solo i pro-choice che combattono per i sacri diritti delle donne (mettendoci dentro di tutto, sappiamo ormai di che si parla), ma sono “buoni” anche i repubblicani armaioli e guerrafondai, perché adesso sono “prolife”, un’etichetta tanto bella che sistema la coscienza, anche se sotto questo cappello ci nascondono un sincero sessismo.

Credo che la difesa della vita meritasse soldati più leali e più puri di questa armata di mercenari assatanati. Sarà pure vero che ogni progresso legislativo contro l’aborto è positivo, ma è anche vero che negli USA il vento cambia in fretta perché le elezioni decidono davvero la direzione del timone e al prossimo giro sul cocchio dei vincitori dei democratici (che prima o poi capiterà, è la democrazia), vittorie strappate con tanto furore e senza motivazioni profonde e disinteressate verranno ribaltate con altrettanta rabbia.

Proprio due giorni fa una ragazza mi mandava in crisi chiedendomi consiglio su un’associazione prolife in cui impegnarsi e ricevere formazione, e ho risposto con questo testo in cui penso di aver tracciato il ritratto dell’associazione ideale piuttosto che indicare una sigla concreta.

La coscienza e il suo stile

Lì ho additato il drammatico equivoco dell’appaltare alle politiche “di destra” la difesa dei principî essenziali (Lila Rose non ha di questi problemi: l’aveste vista oggi come bacchettava la platinatissima opinionista repubblicana Tomi Lahren…); c’è però ancora qualcosa che avrei voluto precisare, una “questione di stile”, ovvero ciò che a mio avviso più di molte altre cose rischia di corrompere, nel concreto, la causa prolife. Le parole me le aveva date Papa Francesco proprio quella mattina (anche se io le avrei lette con calma il giorno dopo, cioè ieri): rivolgendo un saluto all’Associazione Cattolica Operatori Sanitari (ACOS), il Pontefice ha richiamato il primato della coscienza e il principio della sua obiezione, soffermandosi subito dopo sullo “stile”.

Negli ultimi decenni, il sistema di assistenza e di cura si è trasformato radicalmente, e con esso sono mutati anche il modo di intendere la medicina e il rapporto stesso con il malato. La tecnologia ha raggiunto traguardi sensazionali e insperati e ha aperto la strada a nuove tecniche di diagnosi e di cura, ponendo però in modo sempre più forte problemi di carattere etico. Infatti, molti ritengono che qualunque possibilità offerta dalla tecnica sia di per sé moralmente attuabile, ma, in realtà, di ogni pratica medica o intervento sull’essere umano si deve prima valutare con attenzione se rispetti effettivamente la vita e la dignità umana. La pratica dell’obiezione di coscienza – oggi la si mette in discussione –, nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana, si basa quindi sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie.

La scelta dell’obiezione, tuttavia, quando necessaria, va compiuta con rispetto, perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà, per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che ci spingono. È bene invece cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il vostro, non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone. Farsi compagni di viaggio di chi ci sta accanto, in particolare degli ultimi, dei più dimenticati, degli esclusi: questo è il miglior modo per comprendere a fondo e con verità le diverse situazioni e il bene morale che vi è implicato.

Questa è anche la via per rendere la migliore testimonianza al Vangelo, che getta sulla persona la luce potente che dal Signore Gesù continua a proiettarsi su ogni essere umano. Proprio l’umanità di Cristo è il tesoro inesauribile e la scuola più grande, dalla quale continuamente imparare. Con i suoi gesti e le sue parole, Egli ci ha fatto sentire il tocco e la voce di Dio e ci ha insegnato che ogni individuo, anzitutto chi è ultimo, non è un numero, ma una persona, unica e irripetibile.

Proprio lo sforzo di trattare i malati come persone, e non come numeri, deve essere compiuto nel nostro tempo e tenendo conto della forma che il sistema sanitario ha progressivamente assunto. La sua aziendalizzazione, che ha posto in primo piano le esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi, ha mutato a fondo l’approccio alla malattia e al malato stesso, con una preferenza per l’efficienza che non di rado ha posto in secondo piano l’attenzione alla persona, la quale ha l’esigenza di essere capita, ascoltata e accompagnata, tanto quanto ha bisogno di una corretta diagnosi e di una cura efficace.

Questo è il punto1Francesco sembrava riecheggiare quasi alla lettera i passaggi del primo fra i suoi predecessori: «E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (1Pt 3, 13-17). Per qualche strana ragione, molti tendono ascoltando questo brano a perdere il ritorno audio sulla seconda metà del versetto 15 e a recuperarlo all’inizio del 16, così che la “dolcezza” e il “rispetto” non risultino mai avere a che fare con la μαρτυρία…: la coscienza ha un primato che sovrasta ogni legge umana, e la sua obiezione deve essere tutelata da ogni ordinamento che voglia esorcizzare da sé il rischio di totalitarismo. Ma non basta fare la scelta giusta e viverla male, anzi è quasi lo stesso che fare la scelta sbagliata, forse perfino peggio: un medico ha il sacrosanto diritto di non praticare aborti (anzi, rispetto al Giuramento di Ippocrate ne ha il dovere deontologico), ma se ha davanti una donna ferita e impaurita, fondamentalmente sola, un suo sdegnoso voltarle le spalle può indurirla ancora di più nella sua solitudine, cioè nel suo dolore e nella sua paura – che di fuori traspaiono come aggressività e cattiveria.

La verità più dura è che l’aborto aggiunge ferita a ferita, e anzi in certi casi (particolarmente nei casi di stupro e incesto) sembra l’effetto di un ancestrale moto di vendetta vicaria: la cara vecchia amartiologia del capro espiatorio, unita alla legge delle «colpe dei padri che ricadono sui figli». Non si tratta di interpellare le credenze: è ovvio che le femministe ridano di queste cose e anzi che le disprezzino; esse lavorano però a livelli subliminali della coscienza, e il loro catalizzatore è precisamente la solitudine.

Quasi un anno fa riportavo in questo blog la folgorante pagina de Il Maestro e Margherita in cui la protagonista, ormai regina del Sabba, sente raccontare la storia di una povera ragazza, la cui anima dannata vaga di fronte a lei «con occhi irrequieti e insistenti». Korov’ev le diede qualche accenno in più:

Il fatto che quando essa era a servizio in un caffè, una volta il padrone la chiamò nella dispensa, e dopo nove mesi essa diede alla luce un bimbo, lo portò nel bosco e gli ficcò in bocca il fazzoletto, poi sotterrò il bimbo. In tribunale disse che non aveva di che mantenere il bambino.

Al che Margherita, di rimando:

E dov’era il padrone di quel caffè?

Li interruppe il sinistro gatto parlante Behemot:

Regina, — stridette da giù il gatto, — mi permetta di domandarle cosa c’entra il padrone. Non fu mica lui a soffocare il bimbo nel bosco!

E si sarebbe scusato per l’interruzione dicendo: «Ho parlato da giurista», molto opportunamente. La lezione di Bulgakov è capitale: sono il diritto e la logica, slegate dai loro naturali vincoli di pietà, a lastricare (di buone intenzioni) la via dell’inferno. E buone intenzioni, nella fattispecie, sono sia quelle di chi vuole “riconoscere diritti alle donne” sia quelle di chi vuole “tutelare i diritti del nascituro”.

I pro-life e gli anti-choice

Fra le crisi isteriche sentite in questi giorni di reazioni scomposte c’era una prochoice di cui non ricordo il nome che sulla CNN diceva:

Gli anti-choice vogliono togliere diritti alle donne… [eccetera]

Non avevo mai notato che mentre noi li qualifichiamo di prochoice e non di anti-life loro non ci rendessero la cortesia, ma questo è poco importante: in realtà mi sono reso conto che “anti-choice” esprime bene una parte del problema dei prolife, ovvero di ciò che ne corrompe la nobilissima causa – di quando in quando, infatti, a sentire alcuni fra loro viene il sospetto che vogliano imporre agli altri una morale che è stata precedentemente imposta loro2Il mio amico Lucandrea mi diceva, l’altro giorno, che per lui certi prolife dovrebbero chiamarsi piuttosto pro-birth, perché una volta che il bambino è nato è come se non esistesse, e anzi se non riga dritto lo mandano pure alla sedia elettrica, magari ancora minorenne., ovvero che essi vogliano negare agli altri la libertà che è stata negata loro.

Il punto veramente importante, che mi si è spalancato davanti alla mente come un’epifania, è quello in cui il pro-choice purosangue concorda con il provetto anti-choice: l’uno e l’altro, al pari del gatto infernale di Bulgakov, lasciano perfettamente sola la donna.

In certi circoli “prolife” (ma comincio a sospettare che sia davvero meglio parlare di “pro-birth” o di “anti-choice”) si teorizza che realmente la donna non possa scegliere se tenere o non tenere un bambino: questo è assurdo, sarebbe come pretendere che un uomo non possa scegliere se impiegare, sciupare o buttare la propria vita. Altro discorso è dire se sia buono e giusto farlo, ovvero se ne abbia il diritto (e no, certo che nessuno ha il diritto di uccidere chicchessia!): ma come si può pensare che non debba esserci scelta, o che possa non esserci!

Nel thread che ho riportato di fianco potete leggere il dibattito con una femminista partita lancia in resta e arrestatasi davanti a queste parole:

“La scelta dev’essere sua” è una verità che impazzisce quando (spesso) diventa un alibi per lasciare sola una donna. Non si tratta di obbligare, ma quando un bambino è dentro una donna di certo deve uscirne: un parto non è mai traumatico quanto un aborto.

E questo tweet ha messo fine alle repliche, con tanto di like da parte della donna: ora, qualcuno potrà dire che la discussione è finita perché io le ho dato ragione, ma questo non è vero. Io non ho teorizzato l’assurdo del negare che una donna possa scegliere se e come portare avanti una gravidanza, ma ho ricordato che quella teoria viene di fatto impiegata per isolare la donna e per toglierle il contatto con la realtà. Qual è la realtà? Che quando una donna è incinta c’è già un altro essere umano dentro di lei, il cui corpo non è quello della donna e dunque sul quale ella non ha diritti, ma verso il quale invece la stessa ha obbligazioni, visto che (per qualche mese) non se ne può separare senza causarne la morte.

Tale principio di realtà porta allo statuto naturale proprio di ogni donna: ella stessa è venuta al mondo da inquilina delle viscere di sua madre, e il suo essere donna la destina a poter/dover custodire la vita. Se la frase “la scelta dev’essere sua” sembra inaccettabile per uno che si ritiene prolife lo si deve al fatto che tutta l’enfasi di questa frase viene ordinariamente messa sull’aggettivo possessivo “sua”, davanti al quale si pretenda che tutto il resto scompaia. E invece l’insorgenza di una gravidanza chiama ogni donna a una presa di responsabilità, ovvero a una scelta: “la scelta dev’essere sua” si capisce nella sua verità esistenziale quando si fa sparire l’apostrofo e si permette ai due verbi di assumere il loro rilievo. “La scelta deveessere sua”: e di chi altri? Chi può legittimamente farla per lei? E come potrà mai eludere, lei, l’urgenza di dare una risposta personale a un fatto che la interpella fin da dentro le sue viscere?

«Rifiútati di scegliere»

Tra le meraviglie partorite dal melting pot degli States ci sono anche le “Feminists for life”, il cui motto è quello donde ho tratto il titolo di questo post: «Women deserve better than abortion». Fuochino, fuochino… ma il contro-claim che hanno prodotto e che campeggia fin dal loro banner orizzontale nel sito è inaccettabile, e curiosamente va a coincidere con il motto dei pro-birth, anzi esprime compiutamente il manifesto degli anti-choice: «Refuse to choice». Ma come si può chiedere a una persona di rifiutare di scegliere? Talvolta scegliere può risultare perfino eroico, ma non-scegliere è sempre una prospettiva inumana. Scegliere non solo si può – su questo concordano perfino i prochoice – ma scegliere si deve, naturalmente: la differenza tra un vero pensiero prolife e l’inferno dei prochoice è che per questi ultimi la scelta è un assoluto ipostatizzato, sussiste in sé, mentre per i primi si tratta di una irrinunciabile struttura esistenziale, che come tale va inserita in un contesto relazionale.

La prochoice si mette quindi davanti alla donna incinta dicendole che tutto è nelle sue mani e dandole nella fisiologica alterazione del suo stato la vertigine di un simulacro di onnipotenza; la prolife si mette invece accanto alla donna incinta ascoltandola, condividendo a sua volta la propria esperienza, indicandole la responsabilità implicata dallo stato che vive e ricordandole che sebbene nessuno possa portare per lei il bambino c’è tutto un mondo che può com-portare lei e farsi carico delle sue fatiche e delle sue incertezze.

A quel punto è ovvio che si apre per lei uno spazio di tremenda libertà, come è per tutti noi quando ci viene affidato qualcosa o qualcuno; una libertà tanto più grande e terribile quanto più piccolo e inerme è quel che ci viene affidato (o “chi”). Mia moglie non avrebbe la libertà di uccidermi nel sonno, se volesse? Non se ne trattiene solo per non finire in galera o perché dobbiamo crescere delle creature, né unicamente perché “mi ama”, ma più radicalmente perché io le sono affidato e lei è responsabile di me. Difatti finché possiamo scegliere non ci addormentiamo se non vicino a persone di cui ci fidiamo. Ora nel grembo di una donna si può presentare – per sua natura: perché la donna (e solo la donna) è programmata (anche) per questo – un altro, che non è lei e non è alcun altro, ma solo quell’altro ben preciso che della donna è già e sempre più diventa figlio(/a).

Questo altro ha pure un padre, sempre, e costui non dovrebbe essere estromesso dalla scelta, anzi gran parte del male dell’aborto viene dall’estromissione dell’uomo/padre, che vale simbolicamente da castrazione e per contraccolpo mutila anche la madre: l’aborto è in tal senso il feticcio che concreta questa mutilazione, in cui tutti perdono (il figlio perde la vita, a differenza dei due, ma sempre a differenza dei due conserva l’innocenza). Certo, la fenomenologia della gestazione relega di per sé l’uomo/padre in subordine rispetto alla donna/madre, ma incoraggiare la donna/madre a escludere l’uomo/padre dall’assunzione di responsabilità invocata dal figlio è la sguarnitura più grave che le si può infliggere. Ci sono molte donne che non abortiscono malgrado siano state abbandonate, e la loro scelta brilla di eroismo, ma una società sana deve puntare sempre a rinsaldare il patto naturale tra due genitori di un essere umano che già viene al mondo, e non lederlo rinfocolando rivalità sopite quando non frutto di astratte ideologie.

I prolife che non imparano la lezione

A queste considerazioni, pure semplici, non sembrano arrivare molti prolife, i quali forse non sono letteralmente degli anti-choice ma sembrano coltivare più un’etica essenzialistica che una vera pratica delle virtù, più la divulgazione di una morale eteronoma che la propagazione di uno stile di vita fecondo.

Lo si vede quando, sempre in questi giorni, alcuni “prolife” hanno criticato perfino il bill dell’Alabama per il fatto che ammette “l’aborto in caso di pericolo di vita della madre”. C’è sicuramente un errore linguistico ed epistemologico, a monte, perché l’intervento chirurgico in caso di gravidanza ectopica può da un lato definirsi l’unico vero “aborto terapeutico”… e dall’altro – proprio in quanto non è ricercato direttamente e per sé stesso ma solo accettato come inevitabile effetto di un intervento irrinunciabile (pena la morte certa di madre e figlio) – non è neppure un vero e proprio aborto. Si tratta di posizioni che davvero tratteggiano un concetto di maternità equivalente all’asettica capacità di un contenitore inerte: che le donne se ne sentano offese non è solo comprensibile, né unicamente giusto, bensì letteralmente sacrosanto.

Tutta la sterile e interminabile diatriba tra le due fazioni si regge su un assunto fallace, che è quello formalizzato sotto il nome di “falso dilemma”: nessuno ci obbliga a schierarci con la madre contro il bambino o con il bambino contro la madre, ed è fallace anche pretendere che la discriminante fra i due casi stia nel cieco arbitrio della madre (per cui siamo contenti della gravidanza e chiediamo subito se si tratta di maschietto o di femminuccia se la madre è contenta o neghiamo che nelle sue viscere vi sia altro che il fantomatico “grumo di cellule” se la cosa non le va a genio).

No, i prolife sono chiamati a rinnovarsi in questo, e in due sensi:

  1. da una parte un’autentica conversione intellettuale su cosa significhi operare in favore della vita (dal concreto all’elaborazione teorica e a ridiscendere);
  2. dall’altra un’umile interazione con i benefici di altre correnti culturali e di varie discipline scientifiche.

Un esempio: proprio le “feminists prolife” hanno avuto il merito di tornare ad attirare l’attenzione dei prolife sul polo femminile, ricordando che mai un aborto fa bene a una donna. Era/è tuttavia da correggere l’aberrazione filosofica del “non scegliere”. Resta ancora moltissimo lavoro culturale da svolgere, per evitare che un banale cambio di corso politico rovesci le conquiste di questi mesi: ho già scritto che “love them both” – il claim di Live Action – mi sembra la via maestra. Cui va aggiunta un’accurata rilettura dei rapporti tra maschile e femminile, di cui c’è urgente bisogno.

Più carità, più verità, più solidarietà. Ripartire da qui per un futuro che è già in ritardo.

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1. Francesco sembrava riecheggiare quasi alla lettera i passaggi del primo fra i suoi predecessori: «E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male» (1Pt 3, 13-17). Per qualche strana ragione, molti tendono ascoltando questo brano a perdere il ritorno audio sulla seconda metà del versetto 15 e a recuperarlo all’inizio del 16, così che la “dolcezza” e il “rispetto” non risultino mai avere a che fare con la μαρτυρία…
2. Il mio amico Lucandrea mi diceva, l’altro giorno, che per lui certi prolife dovrebbero chiamarsi piuttosto pro-birth, perché una volta che il bambino è nato è come se non esistesse, e anzi se non riga dritto lo mandano pure alla sedia elettrica, magari ancora minorenne.

Comments:

4 risposte a “«Le donne meritano di meglio che l’aborto»: lo imparino i #prolife”

    • Certamente – come è ovvio – far nascere è il primo passo per difendere una vita, ma una vita non è solo la sua esistenza biologica. Se si vuole essere seriamente pro-life, allora bisogna prendere sul serio questa vita che nasce, bisogna che tutti se ne prendano cura ad esempio determinando qualche diritto come salute e istruzione oppure – se si vuole essere coerenti – abolendo la pena di morte, particolarmente per i minorati mentali o i minori. Tutte cose che se nasci in Europa pure pure, ma se nasci negli USA non è mica detto che ti spettino. Così come essere prolife per me significa anche prendersi in carico la vita di chi fugge, chi attraversa il mare con un fagotto pur di cambiare vita, pure quelle sono vite, sennò ha ragione il mitico padre Pizarro di guzzantiana memoria…

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