L’inconvertibilità dei «buoni»

di Thomas Merton

(da Diario di un testimone colpevole, tr. it. Garzanti, Milano 1968, pp. 167-169)

È in nome dell’ordine, della morale e del buon senso che Giuda ha venduto il suo Maestro.
(Gustave Thibon)

È relativamente facile convertire il peccatore, ma i buoni sono spesso inconvertibili semplicemente perché non vedono la minima necessità di convertirsi. […] Veramente il grande problema è la salvezza di coloro i quali, essendo buoni, pensano di non aver più bisogno di essere salvati e immaginano che loro compito sia rendere gli altri buoni come loro. […] Come cattolico io mi attengo saldamente a quanto insegna la Chiesa in merito alla giustificazione e alla grazia. Non si può essere giustificati da una fede che non compie le opere d’amore, perché l’amore è testimonianza ed evidenza del «nuovo essere» in Cristo. Ma appunto questo amore è in primo luogo opera di Cristo in me, non semplicemente qualcosa che scaturisce dalla mia volontà e viene poi approvata e ricompensata da Dio.

Thomas Merton

È la fede che apre il mio cuore a Cristo e al suo Spirito, affinché egli possa operare in me. Nessuna delle mie opere può chiamarsi «amore» in senso cristiano se non viene da Cristo. Ma i «buoni» sono tentati di credere unicamente nella loro bontà e nella loro capacità di amore, mentre chi comprende la propria nullità è molto più pronto ad arrendersi interamente al dono dell’amore che egli sa non poter venire in alcun modo da lui.

È con questa mentalità che, nel capitolo successivo, considererò le ambiguità del «fare il bene», sapendo che quando uno è fermamente persuaso della sua rettitudine e bontà può perpetrare senza scrupolo la più spaventosa malvagità. Dopo tutto non sono stati gli uomini retti, i santi, i «credenti in Dio» che hanno crocifisso Cristo? E non l’hanno fatto in nome della rettitudine, della santità e di Dio stesso (Gv 10, 32)?

Si noti che uno dei più profondi motivi psicologici dell’antisemitismo cristiano è, a parer mio, un tentativo di evadere da questo fatto. Il vangelo ci insegna precisamente che la santità e la bontà umana non possono impedirci di tradire Dio e che i «buoni» che crocifissero Cristo sono il modello di tutti i «buoni» la cui «bontà» è nient’altro che fedeltà a prescrizioni etiche.

Ma per sfuggire alle conseguenze di questo fatto noi abbiamo cambiato le cose interpretandolo in questo modo: Cristo fu crocifisso da uomini cattivi e senza fede i quali amavano il peccato precisamente perché erano ebrei e maledetti da Dio. Questa interpretazione trascura i seguenti fatti: gli ebrei erano e sono il popolo particolarmente eletto e amato da Dio; i farisei erano uomini austeri e virtuosi, dediti con tutte le loro forze a fare il bene come essi lo intendevano. Studiavano devotamente la parola di Dio con profondo interesse per la venuta del Messia.

L’antisemitismo conviene ai cristiani che si reputano austeri, virtuosi, interessati a fare il bene e a obbedire a Dio, eccetera, per evitare ogni occasione che possa far capire come essi siano l’esatta riproduzione degli antichi farisei. Quando impareremo che «essere buoni» può significare facilmente avere la mentalità di «uccisori di Cristo»?

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Comments:

Una replica a “L’inconvertibilità dei «buoni»”

  1. Solo L’Amore di Cristo Gesù è puro,
    …. noi siamo incapaci di amare se non viene dalla Sua grazie…..Amare è una grande parola che richiude tutto.. tutto il Creato anche l’uomo.
    Grazie

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