«Non ditele che la figlia è malata»: l’ultima perla di Hayden

Se qualcuno pensava che Sir Anthony Hayden potesse vivere un momento di riflessione, magari perfino di ripensamento, a un mese e qualche giorno dalla morte di Alfie Evans, dovrà ricredersi: lo stesso dovranno fare quanti pensavano che Hayden fosse un orco sanguinario votato al sangue degli innocenti.

Stavolta infatti Mr Justice Hayden si è dedicato al delicato caso di un’adolescente affetta da una grave forma di cancro: figlia di genitori separati e affidata al padre, la ragazza ha chiesto ai servizi sociali che la madre non venisse informata del suo stato di salute. I servizi sociali si sono rivolti alla giustizia e dalle sublimità dell’Alta Corte il giudice Hayden ha sentenziato: non dite alla madre che la figlia è gravemente malata.

Come si capisce facilmente, stavolta di innocenti non ce n’è: quando i genitori si separano e i figli vengono affidati al padre di solito c’è qualcosa che non va1A volte a “non andare” è semplicemente la differenza fra i redditi e fra le parcelle degli avvocati degli ex coniugi…: la stessa richiesta della ragazza appare essere sintomo di un risentimento importante. Questo dovrebbe suggerire la massima cautela nella gestione del caso: se la ragazza dovesse morire, sua madre non saprebbe il tutto se non a cose fatte. Com’è possibile ciò?

Semplice: quando non sono i diritti della persona a sostenere l’impianto giuridico, ovvero quando il Leviatano pretenda di reggersi da sé, di fronte a lui non si trovano che individui – monadi sociali – in piena e assoluta balia dell’arbitrio statale. Per questo stesso motivo lo Stato ha considerato futile la vita di Alfie Evans ed è passato coi cingoli sulle ossa della sua famiglia; per questo stesso motivo l’unità famigliare non è considerata un bene da preservare e da ricostruire ad ogni costo, di fronte a un evento tanto forte e grave come una seria malattia.

Il best interest di un neonato lo decide lo Stato; quello di un adolescente arrabbiato coincide, secondo lo Stato, con il proprio arbitrio. E tutto ciò mi ricorda la terribile pagina del Sabba infernale in Il Maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov, ove Margherita viene eletta regina del Gran Galà e dinanzi a lei sfilano in un euforico girotondo le anime dannate, presentate con i salamelecchi del caso.

Per lo scalone stava ormai salendo una fiumana di gente. Margherita aveva cessato di vedere quel che accadeva nell’atrio. Essa alzava e abbassava meccanicamente il braccio e sorrideva allo stesso modo a tutti gl’invitati. Sul pianerottolo c’era già un rombo nell’aria, dalle sale da ballo, che Margherita aveva abbandonato, la musica arrivava come un mare.

— Quella è una donna noiosa, — disse forte Korov’ev, che non sussurrava più, sapendo che nel frastuono delle voci la sua non si sarebbe più sentita, — adora i balli e non pensa ad altro che a lagnarsi del suo fazzoletto.

Fra quelli che stavano salendo, Margherita scoperse con un’occhiata colei alla quale Korov’ev accennava. Era una giovane donna di una ventina d’anni, con un corpo insolitamente bello, ma con occhi irrequieti e insistenti.

— Che fazzoletto? — domandò Margherita.

— La cameriera adibita a lei, — spieg Korov’ev, — le mette da trent’anni un fazzoletto sul tavolino da notte. Quando essa si sveglia, il fazzoletto è già lì. L’ha gi bruciato nella stufa e annegato nel fiume, ma non serve a niente.

— Che fazzoletto? — sussurrò Margherita, alzando e abbassando il braccio.

— Un fazzoletto con un orlino blu. Il fatto che quando essa era a servizio in un caffè, una volta il padrone la chiamò nella dispensa, e dopo nove mesi essa diede alla luce un bimbo, lo portò nel bosco e gli ficcò in bocca il fazzoletto, poi sotterrò il bimbo. In tribunale disse che non aveva di che mantenere il bambino.

— E dov’era il padrone di quel caffè? — chiese Margherita.

— Regina, — stridette da giù il gatto, — mi permetta di domandarle cosa c’entra il padrone. Non fu mica lui a soffocare il bimbo nel bosco!

— Mascalzone, se ancora una volta ti permetti di metter bocca nel discorso…

Behemoth cacciò uno strillo che non aveva nulla di festoso e borbottò:

— Regina… mi si gonfierà l’orecchio… perché rovinare il ballo con un orecchio gonfio?… Ho parlato da giurista, da un punto di vista giuridico… Ammutolisco, ammutolisco, faccia conto che non sia un gatto, ma un pesce, ma molli il mio orecchio!

Margherita mollò l’orecchio, e gli occhi cupi e insistenti apparvero davanti a Margherita.

— Sono felice, regina — padrona di casa, d’essere invitata al gran ballo del plenilunio!

— E io sono lieta di vederla, — le rispose Margherita, molto lieta. Le piace lo champagne?

— Cosa sta facendo, regina? — gridò Korov’ev con voce disperata ma sommessa nell’orecchio di Margherita. — Si produrrà un ingorgo.

— Sì, mi piace, — disse la donna con tono implorante e a un tratto si mise a ripetere meccanicamente: — Frida, Frida, Frida! Mi chiamo Frida, oh, regina!

— Si ubriachi questa sera, Frida, e non pensi a nulla, disse Margherita.

Frida tese le due mani a Margherita, ma Korov’ev e Behemoth l’afferrarono svelti per le braccia, ed essa scomparve nella calca.

Ecco, le considerazioni di Hayden mi sembrano riecheggiare sinistramente quelle di Behemoth, e al gran sabba delle umane miserie le persone che hanno commesso o subito crimini vengono semplicemente emarginate, isolate, silenziate. E la giostra riparte.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. A volte a “non andare” è semplicemente la differenza fra i redditi e fra le parcelle degli avvocati degli ex coniugi…

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