Mi chiamo Aaron, sono un killer e mi hanno dato l’ergastolo, ma esigo un figlio

Fotogramma di “Django - Unchained”, di Quentin Tarantino (2012)

Dall’Inghilterra è rimbalzata nel continente un’altra notizia scandalistica delle solite, di quelle che sollevano un gran polverone di commenti: un assassino, Aaron Newman, condannato all’ergastolo con detenzione minima in carcere di 31 anni, ha chiesto di poter accedere alla fecondazione in vitro dietro le sbarre per diventare padre.

Newman, incarcerato insieme al complice Power, era stato ingaggiato nel 2013 per uccidere Nigel Barwell, ma nell’agguato qualcosa era andato storto e la giovane fidanzata della vittima predestinata, Hayley Pointon, madre di due figli, fu uccisa con due colpi che le perforarono i polmoni.

Nel 2015 la sentenza ha riconosciuto colpevoli sia Newman che Power.

Ora Newman, che ha solo 28 anni, sostiene che diventare padre è un suo diritto, anche se resterà chiuso nella prigione in HMP Full Sutton fino alla soglia dei 60 anni e non sarà mai un uomo libero. 

«Dovrei avere il diritto di concepire un bambino con mezzi naturali o persino artificiali», ha dichiarato alla rivista carceraria Inside Time, in una lettera inviata alla redazione.

Le reazioni della famiglia della vittima non si sono fatte attendere: la madre di Hayley, Kerry Pointon, che sta allevando i nipoti rimasti senza mamma, da dichiarato netta che Newman ha perso i “diritti di paternità” per aver ucciso sua figlia:

Perché dovrebbe avere figli quando i figli di Hayley vengono allevati senza la loro mamma? Ha perso i suoi diritti sulla paternità quando ha ucciso mia figlia. È ridicolo. Castrare lo devono! 

Il trattamento fivet necessario costa 8.000 sterline, ma il ministero della Giustizia ha repentinamente dichiarato che i detenuti che ne fanno uso devono sostenere da soli questi costi. Come se si trattasse solo di soldi.

Dal 1965, nelle galere inglesi è stato concesso il ricorso alla fivet a soli dieci prigioneri:

I pochi detenuti che richiedono l’accesso alla fecondazione in vitro sono soggetti a una severa valutazione che include il rischio che creano e il loro rapporto con il loro partner e il permesso è dato molto raramente.

La dichiarazione non ci tranquillizza molto, soprattutto per l’incipit: il dato di partenza è che pochissimi ne fanno richiesta.

L’ultimo è del 1995: Kirk Dickson, dichiarato colpevole di omicidio nel 1995 dopo aver ucciso a calci un uomo, chiese di ricorrere alla fivet per concepire un figlio con la moglie Lorraine, ma l’allora ministro degli interni David Blunkett glielo negò. Qualche anno dopo, gli sono stati assegnate 18.000 sterline in risarcimento quando la Corte europea dei diritti umani ha dichiarato che il governo ha violato il loro diritto di avere un figlio.

Esiste una distanza insanabile tra la nostra mentalità da civil law e la mentalità inglese da common law: essendo la giurisprudenza la principale fonte del diritto, le Corti superiori inglesi assumono un prestigio assolutistico che non è arginabile né da interventi legislativi, né da sommovimenti culturali popolari.

Quando in Italia ci lamentiamo di qualche sentenza creativa che stiracchia una legge per raggiungere pronunciamenti discutibili, gridiamo allo strapotere della magistratura ed invochiamo da parte del Parlamento l’emanazione di qualche codice che chiarisca i punti oscuri e tolga spazio di arbitrarietà ai giudici. In Inghilterra questo non è possibile e lo strapotere è la prassi, perché le sentenze creano la giurisprudenza, come precedenti non ignorabili da tutti coloro che affronteranno cause analoghe successivamente.

All’interno di questo quadro, si comprende dunque meglio come la richiesta di Newman (relegata molto modestamente ad un trafiletto su una rivista carceraria) sia volentieri presa a manifesto di una richiesta formale, per il suo inevitabile carattere generale, e, formulata in questi termini, è una domanda che rischia seriamente di essere accolta, al di là del contorno di opinioni (assai pertinenti) di parenti e vittime, che non ha alcuna influenza sul destino giuridico della vicenda. Tra l’altro la stampa ha dato spazio anche a voci a sostegno di Newman, come a voler ungere lo scivolo presso cui condurre l’opinione pubblica: la madre, Wendy Hayward, 60 anni, ha rilasciato un’intervista in cui dichiara di sostenere i piani del figlio e della sua fidanzata (che non si sa chi è):

Posso capirlo. Ho cinque nipoti e adora vederli. Invio spesso le foto e ama parlare con loro. Posso capire da dove viene questo desiderio di diventare padre.

La ragazza sconosciuta va sempre a trovare il fidanzato in carcere, gli è di tanto sostegno (che adorabile!). Poi l’immancabile dichiarazione di innocenza:

Stiamo cercando di trovare prove per dimostrare che è innocente. Ma non è facile e costa denaro. Non dovrebbe essere dove si trova e non dovrebbe essere negato il suo diritto di essere un papà. Sono state dette molte bugie durante il caso. Il giorno in cui avrebbe dovuto testimoniare, qualcuno ha appiccato il fuoco alla mia macchina e l’incendio è quasi salito fino alla casa. Era chiaramente un avvertimento per Aaron. E ora è in prigione perché si è rifiutato di dire qualcosa.

Forse quello che non ha rivelato è il nome del mandante dell’omicidio, visto che faceva il sicario. Ciò non fa di lui un innocente.

Ma la questione non è se Newman sia innocente o meno, ma se esista davvero questo fantomatico diritto a diventare padre, un diritto talmente assoluto da essere preponderante rispetto alla pena detentiva dell’ergastolo.

Nel 2015 Mary Kathleen Yarwood, come tesi di dottorato al corso di filosofia della Queen Mary University di Londra, ha presentato una pubblicazione di 357 pagine dal titolo: “Prigione e pianificazione della paternità? Prigionieri e Concezione del diritto di procreare”.

L’abstract recita:

La decisione di avere un figlio è normalmente considerata una questione privata tra adulti consenzienti. Lo stato interviene solo se gli individui richiedono cure mediche per concepire. La possibilità di scegliere se, e in effetti quando, avere figli è riconosciuta come un importante diritto umano. Al contrario, i prigionieri vivono in uno spazio pubblico dove tutte le decisioni riguardanti la procreazione sono soggette a controllo pubblico.

Negli Stati Uniti, ai detenuti è completamente proibito di procreare, a meno che non sia loro concesso il privilegio di visite private. Al contrario, a Dickson, la Corte europea dei diritti umani ha riconosciuto che i detenuti mantengono tutti i loro diritti convenzionali, incluso il diritto a una vita privata e familiare. I diritti possono essere limitati solo se necessario e la restrizione deve essere proporzionata all’obiettivo che lo stato sta cercando di raggiungere.

Questa tesi esaminerà la questione se i prigionieri debbano mantenere il diritto di procreare e se limitare i prigionieri nel procreare debba costituire una parte della loro punizione. Molte caratteristiche del regime penale vittoriano, incluso l’isolamento dai membri della famiglia e il concetto di “non idoneità” continuano a influenzare il modo in cui vengono trattati i prigionieri in Inghilterra, Galles e Stati Uniti.

Proibire ai prigionieri di procreare è spesso giustificato come parte della punizione di un detenuto. Molti sostengono che sia una conseguenza diretta della reclusione.

In alternativa, se si accetta la premessa che i prigionieri mantengono tutti i loro diritti umani oltre al diritto alla libertà, sembra esserci poca giustificazione per rimuovere il loro diritto di procreare nella maggior parte dei casi.

E nel finale:

Questa tesi ha dimostrato che la rimozione del diritto di un detenuto a procreare senza ragionamenti è ingiustificata e ha conseguenze collaterali che possono andare ben oltre la reale detenzione della pena detentiva. Ulteriori ricerche qualitative condotte con i detenuti possono rivelare la portata degli effetti della mancanza di figli forzata, come le relazioni fallite, l’aumento dei problemi di salute mentale e la solitudine. Sarebbe anche utile confrontare i prigionieri negli Stati Uniti e in Inghilterra e nel Galles con prigionieri in altre giurisdizioni che hanno accesso a visite private e l’opportunità di avviare una famiglia.

Ciò potrebbe dimostrare il valore di migliori relazioni tra i detenuti e i loro partner, compresi quelli che hanno avviato famiglie mentre erano in carcere. I detenuti negli Stati Uniti che hanno accesso a visite private e alla capacità di procreare potrebbero essere confrontati con coloro che non hanno accesso alle stesse strutture per vedere se ci sono effetti positivi sui tassi di recidiva e sul comportamento dei detenuti. Da un punto di vista pratico, l’accesso alle prigioni per condurre tali ricerche può essere difficile. Le autorità penitenziarie potrebbero ritenere che persino condurre una ricerca creerebbe consapevolezza delle opzioni di fertilità che i detenuti stessi potrebbero non aver mai considerato. Tale ricerca in futuro richiederebbe un’attenta preparazione e approvazione etica, poiché potrebbe esserci la possibilità di lasciare i partecipanti alla ricerca sconvolti e di richiedere il debriefing dopo la partecipazione.

Questo non sarebbe un motivo per evitare di condurre ricerche di questo tipo, tuttavia, dal momento che molte ricerche condotte con i detenuti si occupano di questioni sensibili, ma hanno il potenziale per generare cambiamenti positivi all’interno delle carceri.

L’unico punto di vista preso in esame è quello degli adulti: anche nelle pagine che riportano le statistiche sui maggiori tassi di delinquenza e malattie mentali nei figli di carcerati, la preoccupazione è sempre la tutela della società, mai il bambino.

L’espansione a dismisura dei diritti per tutti ha dimenticato un ragionamento logico fondamentale, che ai miei tempi si insegnava alle elementari: la mia libertà e i miei diritti finiscono dove iniziano quelli degli altri.

Un figlio inteso come diritto che consola un detenuto affranto o che riempie una vita vuota lede il diritto di quel figlio ad avere due genitori vicini, il più possibile, salvo situazioni estreme che sono naturalmente percepite come tragiche. Il discorso è del tutto simile a quello che andiamo ripetendo per l’omogenitorialità: non è accettabile la pianificazione di una nascita, realizzata in vitro, finalizzata alla realizzazione di un progetto di adulti che consapevolmente deprivano la nuova creatura di una delle due figure genitoriali. Un padre ergastolano non sarà mai un padre presente e una visita alla settimana non può essere intesa come assolvimento ai doveri della paternità.

Un figlio non è un diritto, ma un dono, e la paternità è un diritto solo nella sua potenzialità, nell’ottica della preservazione dell’integrità biologica di ciascun individuo, non certo nella sua realizzazione fattiva. Per questo ogni individuo ha il diritto a non essere sterilizzato, cioè menomato in una sua prerogativa fisica naturale, come ha il diritto a non vedersi amputare arti. Ma questo non coincide con il diritto a procreare in ogni condizione sua personale e di contesto.

L’Europa sta vivendo un inverno demografico mai visto prima per le sue proporzioni e le influenze del pensiero neo malthusiano continuano a far creder a molti che ciò sia persino un bene per questa terra sovrappopolata. In aggiunta a questo clima culturale di demonizzazione della fertilità, non si arresta mai la campagna di sostegno alla singletudine con l’elogio della magnifica vita dei child-free: carriera, libertà e divertimento. L’aborto è ritenuto un diritto e chi combatte semplicemente per togliere gli ostacoli materiali che spingono tante donne ad abortire viene avvertito come una minaccia alla libertà di autodeterminazione della donna, anziché, come in effetti è, il garante di tale libertà.

Di contro, assistiamo a queste difese accorate al diritto di un ergastolano di procreare con fivet, consegnando ai secondini una provetta di sperma per andare ad inseminare una ragazza al di fuori delle mura, rispolverando un atavico diritto alla discendenza, insieme al più smieloso diritto a fare pucci pucci su due guanciotte rosee che ti chiamano papà.

La teoria a sostegno fa acqua da tutte le parti, perché non si vuole esplicitare il vero unico denominatore comune di tante contraddizioni: i soldi.

Le donne povere che non possono permettersi un figlio devono abortire (ce lo diceva pochi mesi fa anche la Nappi su Instagram); le persone che vogliono fare la carriera e non la fame devono lavorare, e non fare figli; chi fa tanti figli, deve essere anche ricco (e infatti i ricchi e potenti, in effetti, di figli ne fanno assai, con ogni sistema, vedi Kardashian, Pitt, la stessa famiglia reale inglese); se hai i soldi, hai tutti i diritti, anche di ricorrere all’utero in affitto o di commissionare figli dal carcere.

La nota del ministero di Giustizia, secondo il quale chi ricorre alla fivet dal carcere se la deve pagare da solo non è un commento per calmare gli animi, ma è la questione dirimente: i soldi creano i diritti.

Non servivano 357 pagine per dire questo, bastavano due righe e un po’ di onestà: l’essere umano è ormai merce in vendita.

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