#SummitAbusi tra aspettative e delusioni: le parole delle vittime

Manifestazione aerea contro la prescrizione dei crimini sessuali nel cielo sopra Lione, 30 marzo 2017.

Ho già scritto come nel tentativo di non scontentare i due fronti principali che idealmente si avversavano al summit vaticano sugli abusi i fatti abbiano poi finito per scontentarli entrambi. Ho indicato che in una certa misura – minore di quella che poi s’è data – ciò era quasi prevedibile e anche accettabile. Tra le posizioni dei due fronti, però, mi sono sempre attardato maggiormente nell’indicare le questioni legate alla pars che avrebbe voluto assistere a un franco dibattito in cui il tema dell’omosessualismo ecclesiastico avesse diritto di cittadinanza, probabilmente perché (al netto di odiose e repellende estremizzazioni) quella è la pars in cui più mi ritrovo.

Nell’autunno scorso La Parole Libérée ha proposto
una petizione con cui si richiedevano le dimissioni
del cardinale Philippe Barbarin

Riporto qui invece, in traduzione, una durissima intervista a François Devaux, presidente de La Parole libérée, rilasciata a L’Obs tre giorni fa: benché il risentimento di chi ha subito dalla Chiesa uno dei tradimenti peggiori di cui essa è capace sia comprensibilmente enorme, alcune accuse (specie contro il Santo Padre) appaiono oggettivamente sproporzionate e irragionevoli. Trovo aberrante soprattutto la dichiarazione conclusiva, in cui Devaux si azzarda a dire che con la credibilità mediatica di Francesco, in quanto Papa, rischia di collassare la credibilità stessa della Chiesa. Ecco, questa è decisamente l’affermazione di un uomo che – malgrado quanto purtroppo ha subito – non ha idea di cosa sia la Chiesa e di quanto siano immensamente profonde le sue fondamenta: se restiamo nell’immagine, l’annientamento mediatico della credibilità di un Papa sta al collasso della Chiesa come la caduta del fregio della facciata di San Pietro sta al crollo della basilica stessa. Cose fragorose ma superficiali, che neppure scalfiscono la sostanza: ferite che guariscono.

Mons. Gobilliard, ausiliario della diocesi di Lione,
ringrazia François Devaux e La Parole libérée
di aver “scosso la Chiesa” col “processo Barbarin”

E ben altre sono le ferite che cerca di vendicare l’associazione di Devaux, traumi atroci che raramente guariscono (e che comportano in ogni caso delicate cicatrici). Devaux vive a Le Suchel e ricade nella giurisdizione ecclesiastica di Lione, dunque è implicato nei fatti del cosiddetto “Affaire Barbarin” – “cosiddetto” perché Barbarin, cardinale arcivescovo di Lione, venne a conoscenza dei fatti solo quando essi erano già prescritti per la legge francese. Uno dei punti fermi de La Parole libérée è, infatti, la contestazione del fatto che gli abusi sessuali vadano in prescrizione.

E sembra che ci sia del ragionevole e del giusto, in questa posizione: certi traumi non vanno mai in prescrizione, perché mai dovrebbero andarci i crimini corrispondenti? Solo che questa è:

  1. una contestazione indirizzata allo Stato, più che alla Chiesa;
  2. una china pericolosa da prendere, perché l’istituto della prescrizione – risalente al diritto romano – ha esso pure le sue buone ragioni, e anzi a più riprese ha tutelato la sussistenza dello stato di diritto (o della res publica, come dicevano gli antichi).

Insomma, se da una parte si comprende la sdegnata impazienza di chi ha subito «crimini abominevoli» (Papa Francesco ha usato per gli abusi sui minori la medesima espressione che il Vaticano II conia per l’aborto), dall’altra si capisce pure che non saranno ingiustizie di segno opposto a ripristinare i diritti violati.


Pedofilia nella Chiesa: «Il papa ha completamente perso l’appuntamento con la propria coscienza»

Le vittime non celano la loro delusione dopo il discorso del papa, domenica, in conclusione di un inedito summit mondiale. François Devaux, presidente de La Parole libérée, è “sconcertato”. Intervista.

di Celine Rastello1Pubblicata su L’Obs il 25 febbraio 2019 alle 17:03.

Il suo discorso era particolarmente atteso. Domenica, a conclusione di un inedito summit mondiale dedicato agli abusi sessuali sui minori nella Chiesa, papa Francesco ha martellato con forza la sua condanna di tali atti. Ma non si è andati sul “concreto” – nonostante egli stesso lo avesse spontaneamente invocato tre giorni prima. Con grande disappunto delle vittime, che si aspettavano delle misure chiare e forti – la dimissione sistematica dei preti colpevoli dallo stato clericale, la revoca dei vescovi che avevano coperto dei colpevoli, la pubblicazione degli archivi…

Il papa ha comunque promesso di «dare direttive uniformi per la Chiesa», ma senza sottoporsi alla “pressione mediatica”, evocando anzitutto le norme già in vigore a livello internazionale o ecclesiastico. “Blablabla pastorale”, ha denunciato in particolare lo svizzero Jean-Marie Fürbringer, presente a Roma con un gruppo di vittime. François Devaux, presidente dell’associazione di vittime La Parole libérée, sorta sulla scia dei casi Preynat e Barbarin, è rimasto “sconcertato”. L’Obs l’ha intervistato.

Che cosa si aspettava da questo pronunciamento di papa Francesco?

Che si comprendesse, che si andasse verso un momento di verità, che se ne venisse fuori con una certa visione chiara sulla problematica. Ora la Chiesa si adopera – con una certa efficacia – a mettere opacità e complessità là dove non ve ne sono. Il papa, confrontatosi con una problematica colossale, che ha portato a questo summit, non è neanche venuto all’incontro delle vittime, prima! Ecco un modo piuttosto efficace di non confrontarsi con le questioni che scomodano e di non dovervi rispondere. Eppure sono semplici: perché non risponde ai rapporti dell’Onu sui diritti del bambino? Perché non risponde alle proposte già stabilite dalla Pontificia Commissione per la Protezione dei minori che egli stesso ha nominato? Perché non ha assunto il parere proposto da quella Commissione, che ci ha lavorato tre anni? E mi fermo qui. Il papa vuole che crediamo che arriverà a uscire da questa situazione critica senza che egli abbia ad assumersi delle responsabilità che egli è il solo a potersi assumere. Egli solo può buttare fuori quelli che hanno mostrato la loro malizia. E lui utilizza la sua immagine circonfusa di sacro per annunciare al mondo intero, dopo tante verità e un tale momento di trasparenza, così poche cose concrete? Per me siamo nel pieno del sistema, è il contrario di quel che si annuncia.

Il Papa ha comparato le vittime agli esseri umani sottoposti «ai sacrifici dei riti pagani», e in particolare ha insistito sulle derive di un clero «che diventa uno strumento di satana».

Sul piano puramente spirituale, se vuol parlare di satana lo faccia pure. I criminali e quelli che li hanno coperti dovrebbero essere tradotti in giustizia, punto. Non c’è altra risposta da dare. Quanto al parallelo col sacrificio, è interessante: con queste parole il papa pone le vittime in una posizione sacrificale invece di porle su un piano giurisdizionale. Questo lo trovo molto manipolatorio, è davvero mettere la teologia lì dove non ce n’è.

Però non si può dire che il papa non abbia ribadito con forza la propria condanna e la sua volontà di lottare contro gli abusi sessuali sui minori e contro quanti li coprono o li hanno coperti.

Non c’era bisogno di un summit come questo, per dire quel che si dice da venti o trent’anni. Oggi abbiamo dossier a sufficienza sulle coperture di crimini in seno alla Chiesa. Anche questo significa manipolare. Si esprime durante questo summit la necessità di fare qualcosa di concreto ed ecco che il papa si rifiuta di prendere decisioni che spettano solo a lui?! Non fa che gettare discredito su tutto il resto. Fintanto che non saranno prese decisioni concrete, tutto quel che potrà dire non avrà – credo – alcun valore. Credo anche che con questo summit la Chiesa avesse veramente un appuntamento con la propria coscienza, era un’opportunità eccezionale di uscire da questo stato di crisi. Credo che il papa abbia – in quanto primo responsabile – completamente mancato il proprio appuntamento con la coscienza, facendo la figura di quello che dà lezioni senza prenderle per sé stesso.

Per lei questo va oltre la delusione?

No, non possiamo dire questo. In sé non sono deluso, anzi sono piuttosto soddisfatto che l’umanità abbia oggi la coscienza dell’inerzia e dell’assenza di volontà dell’istituzione cattolica – e questo fino al papa. Sono stati presi con le mani nella marmellata, e già questo era molto difficile da fare. Con l’associazione, abbiamo scritto ai vescovi, agli arcivescovi, ai nunzi, al papa, senza riuscire ad avere un contatto, senza ottenere risposta, senza riuscire a incontrarli. Il potere è molto opaco e giungervi è complicato. Dunque che si sia riusciti in questo è qualcosa.

Vuole dire che il semplice fatto che questo summit ci sia stato è una vittoria in sé?

Guardi, c’eravamo detti – e non soltanto La Parole libérée, ma tutte le vittime –: visto che non rispondete, semineremo scandalo. E l’abbiamo fatto. A tal punto che il papa non ha avuto altra scelta che agire e convocare questo summit. Cominciano a venir fuori delle verità, si parla di “sacrifici”, si dice che la Chiesa ha distrutto dei documenti. Benissimo, ma non vi avevamo aspettati per sapere questo. E la Germania non è l’unica ad averne distrutti: questo è stato fatto in tutto il mondo, non come eccezioni ma sistematicamente, a livello di struttura. La sola rivelazione, la sola “novità” è che questa volta la cosa esce dalla vostra bocca e che accettate di dirlo!

Anche il discorso papale non verteva su azioni concrete, gli organizzatori del summit hanno annunciato la pubblicazione – da qui a due mesi – di un vademecum destinato ai vescovi per spiegare le procedure da seguire in caso di sospetta aggressione sessuale, o ancora la creazione di “squadre mobili di esperti” per aiutare alcune diocesi senza mezzi.

Niente di nuovo. Il progetto del vademecum risale al maggio 2010: norme procedurali erano già state stabilite. Certo, imprecise, però c’erano già. Se si cominciasse ad applicarle, intanto, non sarebbe male. Le “squadre mobili di esperti”? Di che stiamo parlando, esattamente? Di qualcosa che suppone l’indennizzo delle vittime, mai evocata durante il summit? Quanto alla rimozione del segreto pontificio, è cosa che fa parte delle domande della Commissione pontificia per la protezione dei minori, la quale ha consegnato il proprio rapporto più di un anno fa. E invece è evidente – e per nulla giustificato – che esso non sia stato rimosso.

Qual è stata la sua prima reazione mentre ascoltava il discorso del papa?

Me lo aspettavo. La sua assenza durante l’incontro con le vittime, prima del summit, non era un buon segno. Ma ero sconcertato, ieri, ascoltandolo, al pensiero che potesse nutrire fino a tal punto la pretesa di credere che avrebbe potuto eludere così facilmente le responsabilità che riposano su di lui. Per me – lo ripeto – è la dimostrazione di un esercizio di manipolazione. Inoltre io credo che abbiano l’impressione – tutti quanti sono – di riuscirci, di fare ciò che bisogna fare. Di sicuro questo è quel che pensa un certo numero di fedeli. Lo vediamo bene: indebolire l’immagine del Papa è un peccato di lesa maestà, è quel che di peggio si possa fare, nella concezione culturale cattolica, l’extrema ratio. Invece io credo che, per la prima volta, il papa e quel ch’egli incarna vengano rimessi in causa. Se continua in questa direzione, quell’immagine si sbriciolerà, e se si sbriciola tutto il sistema sul quale è costruita la credibilità della Chiesa collasserà.

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