Summit anti-abusi in Vaticano: evitare confusioni (e autogol)

Osservo il sommesso subbuglio all’antivigilia dell’apertura del Vertice Vaticano sugli abusi e mi sorprendo di quanto impegno si stia riversando, dalle solite due opposte fazioni, per dissipare il grande cammino di cui una simile riunione potrebbe essere il primo passo.

Durante il Vaticano I, fra le frettolose sessioni conciliari, i vescovi si riunivano in cenacoli spontanei in base alle nazionalità, e al Papa Re asserragliato nella Città Leonina, con gli Italiani che da Mentana scendevano verso Porta Pia, quelle riunioni sembravano poco dissimili da consessi di carbonari. Col Vaticano II – quando il Papa era già nuovamente sovrano del proprio Stato e l’aver perso ogni sensibile potere temporale l’aveva fatto crescere nell’autorevolezza ecclesiale e morale – le “riunioni carbonare” furono istituzionalizzate. Adesso per la prima volta, dopo centocinquant’anni, i loro capi sono chiamati a discutere col Primus un problema globale – e questo delinea già di per sé un’inedita versione di governo ecclesiastico che ricorda la sinodalità dei grandi concilî dei primi secoli1Proprio pochi giorni fa il centenario cardinal Pimiento ha detto che probabilmente anche l’istituto del Concilio Ecumenico dovrà dotarsi di forme di mediazione, per la rappresentanza universale.. Sarebbe bello se si potesse parlare di questo, invece che di omosessualità.

Adesso voglio dire una cosa che ad alcuni potrà risultare sgradita, però penso di conoscere abbastanza elementi e di essere stato sufficientemente bersagliato (anche personalmente) dai satelliti dell’omosessualismo da poterlo affermare serenamente: ciò di cui la Chiesa ha bisogno in questo delicato momento del suo pellegrinaggio terreno non è una crociata contro gli omosessuali.

L’omosessualismo è una peste della vita ecclesiastica almeno dai tempi di San Pier Damiani2A proposito, sarà un caso che il summit convocato da Papa Francesco si apra proprio nella memoria liturgica di questo polemista medievale che per primo denunciò apertamente i danni della cosiddetta “cultura gay”?; mille volte lo stesso Papa Francesco ha affermato che sbaglia chi sottovaluta il problema, ma pretendere che la piaga degli abusi sia tout court coestesa alla “quota omosessuale” nel clero è una follia. Non solo un grave errore sostanziale, intendo, ma pure una dabbenaggine tattica. Le uniche due cose a cui un simile macchiettistico oltranzismo potrà portare saranno:

  • la marginalizzazione delle istanze che indicano i contatti – statisticamente innegabili – tra abusi e omosessualità;
  • il rafforzamento dell’egemonia della cupola gay nella Chiesa (quella che usa la categoria di “clericalismo” per negare la stessa esistenza del problema che deriva dalla propria azione).

Paradossale ma ovvio: in una polemica chi diventa macchiettistico erige all’avversario un monumento di credibilità – anche se l’altro ne difetta (e a maggior ragione tale atteggiamento va evitato con cura).

Mi pare sintomo peculiare di codesta miopia l’accantonare in fretta la questione degli abusi sulle suore, quasi con stizza, come se arrivasse “al momento sbagliato” – e magari qualcuno penserà che qualche “manina” abbia aperto quel dossier in questo momento precisamente per stornare l’attenzione monotematica dal tema abusi/omosessualità.

E invece il tema dell’abuso sulle consacrate è una mano santa che ci tiene il volante lungo questa curva insidiosa: davvero ha ragione il Papa quando dice che l’omosessualità – la cui struttura di peccato si chiama omosessualismo – s’inserisce in un complesso contesto di abusi: di coscienza, di potere, sessuali. Lo ha detto due giorni fa suor Anna Deodato:

[…] l’abuso sessuale accade come ultimo, tragico atto di una serie di abusi di potere e di coscienza.

In questo contesto la fenomenologia della pratica omoerotica produce degli effetti che non si presentano nel caso dell’abuso sulla suora – dove più patente è la prevaricazione in forza della disparità di prestigio e di “libertà di manovra” –: tralasciando le pur doverose considerazioni sociologiche ed ecclesiali3L’editoriale di Claudia Cirami su La Croce quotidiano di domani termina così: «Forse anche il cattolicesimo femminile dovrebbe interrogarsi: si trova spesso spaccato tra l’accusa ad una cultura maschilista e patriarcale da un lato e dall’altro lato incline a sostenere l’esistenza di un pregiudizio infondato nei confronti della Chiesa sulla mancata valorizzazione delle donne. Il tema degli abusi arriva a scompigliare le carte. Dire, infatti, che l’abuso sessuale è solo l’ultimo atto di una serie di abusi significa dare ragione a Papa Francesco che vede nel clericalismo l’origine di questo dramma, che riguarda minori, uomini e donne, e quindi non si può ridurre tutto ad un’ermeneutica femminista, che riconduce ogni problema al sessismo. Di contro, l’abuso sulle religiose testimonia la presenza di una parte di Chiesa in cui sono maturati non solo molestie o violenze sessuali, ma anche un clima di silenzi e complicità. Non si può allora solo pensare al peccato del singolo. Nascono domande scomode sulla valorizzazione delle donne nella Chiesa: è autentica? Se rispondiamo sì, riguarda tutte? È possibile che pensando alle donne nella Chiesa ci sia una parte di essa che non vede le religiose come espressione di femminile da riconoscere e promuovere? Forse una posizione più sfumata e più disponibile ad interrogarsi, rispetto ai due estremi, aiuterebbe sia le religiose che hanno subito abusi sia la Chiesa intera»., la differenza di fondo tra i due circoli viziosi è che in uno dei due – quello tra un uomo e una donna – può sempre accadere l’Imprevisto che imponga una seria revisione di vita. Fino a quando una donna potrà restare incinta, una coppia potrà dover fare i conti con le proprie responsabilità. La pratica omoerotica, invece, – specie laddove si trovi diluita in una continua promiscuità, più o meno contenuta nella “casta” – cristallizza i rapporti in una torbida e strutturalmente sterile “fraternità”. Ed è questo fattore – non rilevabile nelle dinamiche degli abusi di preti e vescovi su consacrate – che merita una speciale considerazione durante il Summit: ma la questione non è, ancora una volta, da restringere all’omosessualità qua talis.

Ho letto con piacere, nel pomeriggio, l’editoriale di Jean-Pierre Denis su La Vie: sfumerei la valutazione del contributo di Lutero alla riforma del XVI secolo, ma per tutto il resto penso che i cattolici e i cristiani avrebbero molto da guadagnare nell’approcciare la presente prova con siffatto stile. Cristiani, coraggio!


di Jean-Pierre Denis

La Chiesa cattolica è un’istituzione corrotta. Se questa frase vi fa godere, è brutto segno. Non vi aspettate niente da Roma. Tutto quello che può contribuire ad indebolire la sua influenza vi pare una cosa buona. Se la mia frase vi fa male, invece, è buon segno. Siete legati alla Chiesa. Siete riconoscenti per il bene che essa diffonde e per quanto essa trasmette. Forse avete anche dato la vita rispondendo al suo appello. Amereste vederla perfetta, mentre la crisi attuale vi obbliga a uscire dall’idealizzazione infantile. Scoprite un’istituzione fatta di carne, di grandezza e di ombre. Eccovi destabilizzati, barcollanti, disillusi. È una sensazione penosa. Ed è bene così.

Certo, per tutti noi – povere pecorelle – è uno choc: viene da non crederci, viene da arrabbiarsi, tanto la discesa appare senza fine e senza fondo. Ma tutto quello che può farci passare dal papismo e dal clericalismo al cristianesimo è salutare. Tutto quel che può far saltare la vernice dell’ipocrisia e le dorature dell’idolatria merita i nostri amen. Che gli attacchi siano malevoli non cambia niente: un cristiano non deve avere paura della verità, che rende liberi. Merleau-Ponty scriveva:

Il nostro rapporto con il vero passa per gli altri. O andiamo al vero con loro, oppure non è al vero che andiamo. Ma il colmo della difficoltà è che, se il vero non è un idolo, gli altri – a loro volta – non sono degli dèi.

Che gli attacchi siano malevoli non cambia niente: un cristiano non deve avere paura della verità, che rende liberi.

Bisogna dunque accogliere positivamente le critiche, senza prendersi al laccio della manipolazione. Al contempo, che la Chiesa sia bombardata più duramente di altre istituzioni non la esonera in nulla. Un cristiano deve sapere che la corruzione dell’ottimo genera il pessimo. La Chiesa dovrebbe anzi ringraziare i propri nemici. Anzitutto perché – grazie a loro – farà meno la morale. E poi perché – senza che vi sia costretta – un’istituzione non cambia mai. La prova? La nostra ci ha messo decenni ad ascoltare e a rispettare le vittime, che pure vengono sempre dai propri ranghi, credenti sinceri! Per guarirci dal male attuale, diagnosticato già da vent’anni, ci vorrà più tempo di quanto non si sia creduto. Senza dubbio diversi pontificati, così come avviene in tutte le grandi crisi. La storia ci invita alla serenità, l’esperienza alla pazienza e la fede alla speranza. Nel corso dei secoli si sono sempre levate voci forti che spingevano alla riforma. In una rapida rassegna, citiamo Bernardo di Clairvaux nel XII secolo, Caterina da Siena nel XIV, Martin Lutero nel XVI, senza parlare di Molière e del suo Tartuffe nel XVII… Perché la cosa funziona e funzionerà sempre così, di declino in risveglio, di profittatori in profeti, di farabutti in soprassalti. Sono state vinte delle battaglie, ma la guerra non è mai finita. Essa non può esserlo. Fintanto che ci saranno degli uomini, ci sarà la tentazione del tradimento e del peccato. Ma dal letame nascono i santi.

Ci vorrà più tempo di quanto non si sia creduto. Senza dubbio diversi pontificati, così come avviene in tutte le grandi crisi.

E allora sì, coraggio, cristiani! Scrivo “coraggio, cristiani!” e non “coraggio, cattolici!” perché la Chiesa di Roma non ha – sfortunatamente – l’esclusiva nella vergogna. Coraggio perché già col primo passo dalla negazione alla cura stiamo facendo progressi. Coraggio perché la Chiesa che amiamo resta quella dei piccoli parroci, quella delle migliaia di religiose, di monaci e di vescovi, quella di centinaia di milioni di fedeli che fanno del loro meglio. Coraggio perché la Chiesa è l’istituzione che lotta contro i cleptocrati d’Africa; quella che accoglie le prostitute, i migranti e la gente di strada; quella che vive l’Evangelo e che trasmette la fede; quella che benedice i vivi e che accompagna i morti. Coraggio, infine e soprattutto, perché Pietro resterà Pietro. E su questa pietra le porte degli inferi non prevarranno.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Proprio pochi giorni fa il centenario cardinal Pimiento ha detto che probabilmente anche l’istituto del Concilio Ecumenico dovrà dotarsi di forme di mediazione, per la rappresentanza universale.
2. A proposito, sarà un caso che il summit convocato da Papa Francesco si apra proprio nella memoria liturgica di questo polemista medievale che per primo denunciò apertamente i danni della cosiddetta “cultura gay”?
3. L’editoriale di Claudia Cirami su La Croce quotidiano di domani termina così: «Forse anche il cattolicesimo femminile dovrebbe interrogarsi: si trova spesso spaccato tra l’accusa ad una cultura maschilista e patriarcale da un lato e dall’altro lato incline a sostenere l’esistenza di un pregiudizio infondato nei confronti della Chiesa sulla mancata valorizzazione delle donne. Il tema degli abusi arriva a scompigliare le carte. Dire, infatti, che l’abuso sessuale è solo l’ultimo atto di una serie di abusi significa dare ragione a Papa Francesco che vede nel clericalismo l’origine di questo dramma, che riguarda minori, uomini e donne, e quindi non si può ridurre tutto ad un’ermeneutica femminista, che riconduce ogni problema al sessismo. Di contro, l’abuso sulle religiose testimonia la presenza di una parte di Chiesa in cui sono maturati non solo molestie o violenze sessuali, ma anche un clima di silenzi e complicità. Non si può allora solo pensare al peccato del singolo. Nascono domande scomode sulla valorizzazione delle donne nella Chiesa: è autentica? Se rispondiamo sì, riguarda tutte? È possibile che pensando alle donne nella Chiesa ci sia una parte di essa che non vede le religiose come espressione di femminile da riconoscere e promuovere? Forse una posizione più sfumata e più disponibile ad interrogarsi, rispetto ai due estremi, aiuterebbe sia le religiose che hanno subito abusi sia la Chiesa intera».

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