Un romanzo e il #SummitAbusi: se i Padri non ritrovano i figli…

Caravaggio, Sacrificio di Isacco (versione di Firenze), 1603

Se il summit mondiale delle conferenze episcopali col Papa sugli abusi nella Chiesa è stato convocato nel giorno della memoria liturgica di san Pier Damiani (grande riformatore e avversario irriducibile di simonia e omosessualismo nel clero), la seconda giornata dello stesso viene impreziosita dalla festa liturgica della Cattedra di Pietro.

Tredici anni fa, Benedetto XVI ricordò quella quindicesima epistola di san Girolamo in cui lo Stridonense si rivolgeva a un suo predecessore:

Ho deciso di consultare la cattedra di Pietro, dove si trova quella fede che la bocca di un Apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo. Io non seguo altro primato se non quello di Cristo; per questo mi metto in comunione con la tua beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa1Hier., Ep. I,15,1-2..

Per Girolamo, che a quella stessa cattedra aveva ambito, non fu facile scrivere simili parole, ma questo le rende tanto più valide e preziose per noi. Tuttavia il primato, quello vero, quello che Girolamo dice “unico”, è di Cristo, ed è la sua promessa a sostenere la prima sedes. Non si tratta di “un diritto”, né di “un’assicurazione”, come se Roma potesse fare e disfare a proprio piacimento in seno alla Chiesa: è piuttosto un munus, e come tutti i munera indica al contempo un dono (cioè una grazia) e un compito (cioè un debito). Possano ricordarsene i Padri riuniti con Pietro a discutere della sorte di tanti figli traditi, nei quali è stata profanata l’Immagine del Figlio stesso.

Per questo voglio tradurre la recensione di Marie-Lucile Kubacki su un romanzo di recente comparsa in Francia: anch’io ho visto da vicino le urla sanguinanti di un padre di famiglia il cui figlio (adolescente) aveva avuto una relazione con un parroco. L’uomo, con la moglie, aveva cercato una mediazione col Vescovo per evitare lo scandalo e il disdoro ecclesiale, ma quando ha visto che dalla Curia arrivavano specchietti per le allodole (trasferimenti, processetti canonici finti, impegni “di studio” che quasi sapevano di promozione…), allora si è deciso a imboccare le vie legali. Ora il sacerdote ha ricevuto la sua condanna e nessuno parla più di lui.

Altri giurarono e spergiurarono
che non erano mai stati lì…


di Marie-Lucile Kubacki2Per LaVie.fr.

Un uomo irrompe in una chiesa e si mette a fracassare tutto quel che gli capita sotto mano: acquasantiera, la Madonna di legno, il portalumini, le quattordici stazioni della via crucis, le sedie, gli inginocchiatoi, la statua di san Giuseppe, il crocifisso, il tabernacolo… Ma quello che davvero vuole polverizzare è il prete che ha abusato di suo figlio, qualche mese prima, in un campo estivo. Allertato dal baccano, il parroco ascolta quest’uomo che vuole ucciderlo prima di spiegargli – preso tra l’onta e la collera – che l’aggressore è un confratello ora trasferito.

Il film può essere visto su YouTube

Aspettando l’autore del crimine, s’instaura allora un dialogo a porte chiuse fra i due uomini – e l’atmosfera carica di tensione psicologica sembra ricordare quella del film Calvary, di John Michael McDonagh, uscito in Irlanda nel 2014. In quest’opera cinematografica, un uomo abusato nell’infanzia lasciava un ultimatum di una settimana a un prete che non era il suo abusatore perché regolasse i suoi affari prima del suo ritorno, quando l’avrebbe ucciso in espiazione di tutti i crimini sessuali commessi nella Chiesa.

Né eufemismo né voyeurismo

Nelle librerie francesi dal 20 febbraio 2019

Mon Père, di Grégoire Delacourt, è un grande romanzo perché evita ogni semplificazione. Un romanzo sull’abuso, certo, ma soprattutto sul fallimento dei padri. Quello del narratore, che era macellaio e si vergognava del sangue incrostato sulle sue mani, evitava ogni contatto col figlio. Il narratore, diventato padre prima di avere avuto tempo di essere un marito, ha assistito disperato al naufragio della propria relazione. Da bambino aveva urlato, durante le lezioni di catechismo, ascoltando il racconto del sacrificio interrotto di Isacco da suo padre Abramo. «In quella storia – si ricorda – quel che più mi aveva perturbato era l’importanza del silenzio». Quello di Isacco.

E mi ero più tardi domandato come un padre potesse salvare un figlio che si era rinchiuso in un tale silenzio.

Ormai roso dal senso di colpa e dal dolore di fronte al silenzio del proprio figlio, egli urla interiormente:

Non ho sentito le tue grida! Non ho capito se non dopo, una volta che il sangue era stato versato. Una volta che era stato infettato. Quando era troppo tardi. Quando i padri hanno lasciato che i figli li chiamassero tante volte senza rispondere loro.

Se il romanzo di Delacourt è così potente è perché racconta l’abuso senza eufemismo e senza voyeurismo; è perché dà voce a quelle paternità fiaccate, infrante, umiliate, pervertite, ma anche a quelle paternità che correggono il tiro. L’intuizione è incredibilmente giusta, contemporanea, e servita da un grandissimo talento da romanziere. E se la crisi del clericalismo fosse anche una crisi della paternità? Mon Père offre a questa domanda delle risposte decisive.

Caravaggio, Il sacrificio di Isacco (versione di Princeton), 1598 (part.)

Note   [ + ]

1. Hier., Ep. I,15,1-2.
2. Per LaVie.fr.

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