Finkielkraut: cattolici ed ebrei sulla stessa barca

L'Accademico di Francia Alain Finkielkraut, fresco reduce da un'aggressione verbale antisemita da parte di un “Gilet Giallo”.

Resto personalmente colpito dall’insensibilità dell’opinione pubblica alle inqualificabili manifestazioni di antisemitismo in Francia. In particolare, mi desta viva preoccupazione l’indifferenza dei cattolici (o ciò che tale sembra), i quali invece meglio di chiunque altro dovrebbero cogliere il filo doppio che lega i destini di Israele a quelli della Chiesa, nel bene e nel male.

Come nel 2008, proprio in Francia, diceva Benedetto XVI:

[…] Per sua stessa natura la Chiesa cattolica si sente impegnata a rispettare l’Alleanza conclusa dal Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe. Essa pure infatti si situa nell’Allenza eterna dell’Onnipotente, i cui disegni sono senza pentimento, e rispetta i figli della Promessa, i figli dell’Alleanza, come suoi amati fratelli nella fede. Essa ripete con forza, attraverso la mia voce, le parole del grande Papa Pio XI, mio venerato predecessore: “Spiritualmente, noi siamo semiti” (Allocuzione a dei pellegrini del Belgio, 6. 09. 1938). La Chiesa perciò si oppone ad ogni forma di antisemitismo, di cui non v’è alcuna giustificazione teologica accettabile. Il teologo Henri de Lubac, in un’ora “di tenebre”, come diceva Pio XII (Summi Pontificatus, 20/10/1939), comprese che essere antisemiti significava anche essere anticristiani (cfr Un nuovo fronte religioso, pubblicato nel 1942 in: Israele e la Fede cristiana, p. 136). Una volta ancora sento il dovere di rendere un commosso omaggio a coloro che sono morti ingiustamente e a coloro che si sono adoperati perché i nomi delle vittime restassero presenti nel ricordo. Dio non dimentica! […]

Come diceva qualche giorno fa Jean-Pierre Denis, il direttore del settimanale cattolico francese “La Vie”:

Mio padre, cattolico, diceva talvolta: «Tutto questo tornerà». Da bambino, non ci credevo. Adesso so che aveva ragione.
Con o senza Israele, e anche con o senza ebrei, l’antisemitismo è – bene che vada – dormiente.
L’ho incontrato a sinistra, a destra e anche nella Chiesa.

Ma l’antisemitismo è – come felicemente sintetizzava Emmanuel Pic, sacerdote francese parroco in una delle chiese recentemente profanate – una profanazione esso stesso. Constatare che questa lucidità non appartenga al corpo ecclesiale tout court – laddove il corpo di Cristo è il corpo di un ebreo! – mi riempie di amarezza e di preoccupazione. Condivido quanto scriveva proprio in questi giorni Bruno Frappat su La Croix. Ho visto che lo condivideva (su Twitter) anche mons. Gobilliard. Spero che ci aiuti a riflettere.



di Bruno Frappat

[…] Ultime notizie dal fronte. C’è stato un imbecille, o forse due, cui è parsa brillante l’idea di andare a segare gli alberi piantati alla memoria del giovane ebreo Ilan Halimi, vittima odiosamente torturata dopo tre settimane di rapimento e di sevizie dalla “gang dei barbari” a Sainte-Geneviève-des-Bois. L’accanimento su questi due alberi (che c’è di più pacifico di un albero che cresce nel silenzio delle notti e delle periferie?) è la prova che non tutti i barbari sono in prigione, e che la maniera di rendere omaggio alla memoria di questo martire dell’antisemitismo “moderno”, in Francia, è discussa non soltanto dai vicini, ma anche dai più abbietti e anonimi complici dei boja. Non sono mancati neppure, in questa stessa Francia del 2019, degli imbecilli che abbiano tracciato croci uncinate su dei manifesti rappresentanti il viso di Simone Veil, nel XIII arrondissement di Parigi, non lontano dal Pantheon, dove la Francia l’ha collocata. Ci sono stati anche, nell’infernale “notte dei graffiti”, degli idioti – sempre anonimi – che hanno tracciato la scritta “Juden” (“ebrei” in tedesco) sulla vetrina di un ristorante parigino. Come ai cari vecchi tempi della Notte dei cristalli!

Potremmo non finire mai di stilare la lista delle bravate e dei crimini che sfigurano il nostro Paese in questo inizio di millennio. Un Paese il cui motto – inciso dappertutto – parla di “fraternità”! Quest’ultima parola, delle tre che compongono il motto, è la meno invocata: tutti reclamano costantemente, urlando come in un coro da stadio, la libertà di fare e di dire qualunque cosa, mentre l’uguaglianza viene tutti i giorni salutata e tutti i giorni umiliata.

Complottismo

Donde viene tutto ciò? Perché tanto odio e tanta violenza? La rivolta dei gilet gialli coagula e raccoglie tutti i mali contemporanei. Diverse decine di deputati della maggioranza hanno subito – direttamente o indirettamente – delle minacce (e in qualche caso si è passati anche ai fatti). Il fatto che le violenze delle prime settimane siano valse, da parte dei poteri pubblici, delle concessioni che andavano incontro ai manifestanti, è diventato la prova del nove che la violenza può essere impiegata quando ci si prefissa degli obiettivi rivendicativi. La violenza funziona. Ecco che cosa si sente a stringere i lunghi dibattiti sulle emittenti radio-televisive. Questa legittimazione a partire dal risultato mostra che l’etica s’è rovesciata a favore del suddetto movimento. Non ci si dà pena dei principî preliminari, ci si risolve a seguire gli istinti che guidano alla violenza, la quale – sola – apre degli orizzonti di efficacia. Poco importa come si ottiene una cosa, l’essenziale è che la si ottenga. Non c’è dunque ragione di cambiare metodo o di “mollare” qualcosa. […] Il fine giustifica i mezzi e i contraccolpi ufficiali assolvono la violazione delle leggi che normano la pubblica tranquillità.

L’odio non nasce da sé, spontaneamente. Esso ha bisogno di relé, di reti, di amplificatori. La ripulsa per i poteri – della banca, della politica, delle religioni, dei media, della polizia, della giustizia… – questa ripulsa non è nata ieri nelle nostre province, ove s’aggiunge il sordo rancore verso Parigi, capitale dei ricchi dove l’insolenza dei benestanti si affianca all’arroganza delle “élites”. Tali odî multifunzione sono coltivati e teorizzati da animali politici a sangue freddo, nonché da saggisti irresponsabili che ammanniscono insieme con l’idea del declino anche quella del “sono tutti uguali”. Spesso quei medesimi saggisti e/o giornalisti vengono a piagnucolare dopo che hanno constatato quali effetti pratici sortisca il loro elaborato minare la democrazia. Si sporgono un poco per denunciare le violenze che le loro affermazioni hanno nutrito, le aberrazioni che essi stessi hanno iniziato a diffondere. Per un poco prenderebbero la testa delle manifestazioni per la verità e contro la corruzione di tutti i poteri – a parte il loro.

Gioacchino Rossini – Jean-Pierre Ponnelle, La calunnia è un venticello

All’origine della violenza c’è della frustrazione sociale, certamente, ma anche della falsità, della menzogna. La pseudo-ricerca della verità sfocia sovente nella calunnia a oltranza o in una denigrazione approssimativa. In un universo mediatico in cui Internet amplifica il minimo sussurro e lo diffonde alla velocità della luce nella rubrica “scandali”, il nesso tra giornalismo di “rivelazione” e la deriva delle nostre democrazie risulta frequente nonché sempre più stabile e visibile. Per lustri s’è cercato di mostrare “l’altro lato delle carte” (puah!) e “tutto quello che vi stanno nascondendo”: il giornalismo d’inchiesta, col suo carattere ossessivo, non dovrebbe stupirsi di trovarsi accusato di aver nutrito il complottismo generalizzato, matrice della diffidenza. Tornare a stringere vincoli di fiducia – questa è la sfida dominante della nostra società, ormai, e del nostro mestiere.


Così neppure sappiamo se e quanto credere al fatto che l’aggressore di Alain Finkielkraut sarebbe un islamista radicalizzato: può darsi, certo, ma è fuor di dubbio che in un contenitore come quello dei Gilet Gialli – nato in una sorta di “V-Day” a immagine del M5S italiano – si può infiltrare qualsiasi malcontento, anzi è proprio l’accozzaglia di tutti i malcontenti a costituire la (pericolosissima) massa (a)critica di certi movimenti. Diceva Delphine Horvilleur, la traducevamo pochi giorni fa:

Quest’odio che vuol “fare la pelle” anche ai morti racconta che esso non si fermerà ai giudei, anche se cerca quelli per primi. Esso agisce, come sempre, da precursore di un odio generalizzato, che colpisce il giudeo sotto forma di una ripetizione generale. «Quando sentirete dire male del giudeo – diceva Frantz Fanon – tendete l’orecchio: stanno parlando di voi».

Quello che scrivevo giorni fa – accostando la tribune della Rabbina al tweet del cardinal Sarah – lo ha confermato ieri sera proprio Alain Finkielkraut, intervenendo in una trasmissione sulla televisione nazionale:

Di fronte ai “nuovi odî”, gli ebrei e i cattolici – i cui rapporti non sono stati sempre idilliaci – sono sulla stessa barca. Di questo sono assolutamente convinto.

Su Facebook dicono:

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