Sinodo e peccato originale: una risposta a Costanza Miriano

«Il mondo creato è affidato all’uomo e alla donna: quello che accade tra loro dà l’impronta a tutto. Il loro rifiuto della benedizione di Dio approda fatalmente ad un delirio di onnipotenza che rovina ogni cosa. È ciò che chiamiamo “peccato originale”. E tutti veniamo al mondo nell’eredità di questa malattia» (Papa Francesco, 16 settembre 2015).

Cara Costanza,
ho letto con vivo interesse le tue impressioni sul Documento finale del #Synod2018: vi ho ritrovato la passione per la sposa di Cristo e l’onestà intellettuale che ti distinguono – e che mi rendono fiero della nostra amicizia. Doti purtroppo non comuni anche tra moltissimi nostri colleghi, i quali non si sono certo dati la pena di fare le ore piccole su quel documento ma sembrano essersi invece limitati a cercare col ctrl+F le parole che secondo loro non sarebbero potute/dovute mancare in quel testo.

Un testo forse inutile

Prima di venire alle considerazioni che il tuo scritto ha mosso in me ci tengo a scoprire erga omnes le mie carte: io non sono entusiasta del documento, anzi direi piuttosto che mi ha un poco deluso. È vero, non ho preso parte agli schiamazzi di quanti vaticinavano una radicale sovversione dei valori cristiani, in esso, e certamente non perché – quod absit! – io condivida le istanze di quella sciagurata pars: ero invece sicuro che la larga maggioranza dei Padri sinodali non avrebbe potuto accogliere certe istanze radicali, quantunque dissimulate sotto il pretesto di “nominare” entità “ormai affermatesi”. Una cosa che ai miei occhi permane veramente misteriosa è l’affermazione del cardinal Baldisseri “non rimuoveremo la sigla ‘LGBT’ dal Documento Finale: a me sembrava semplicemente impossibile pensare di mettercele, e non solo dati gli attuali equilibri politici nell’episcopato, ma più semplicemente perché siffatte istanze ripugnano il senso cattolico.

A parte questo, la mia delusione riguardava più in generale il carattere del testo, ancora molto legato al genere letterario del “Documento finale” e poco proteso verso l’assertività dell’Esortazione Apostolica postsinodale (che a partire da quest’assemblea generale, e salvo disposizioni contrarie, non dovremo più aspettarci): una prima valutazione canonistico/ecclesiologica potrebbe quindi portarci a ipotizzare che con Episcopalis communio Papa Francesco abbia di fatto indebolito il Sinodo proprio mentre si proponeva di rafforzarne l’autorevolezza. Ma non lo credo: mi pare anzi che affermando questo si commetterebbe l’errore di chi eleva un elemento incidentale a dato strutturale… in parole povere, a questo giro le novità introdotte sarebbero “poco rodate”, ma nulla impedisce che già fin dalla prossima assemblea, quella convocata “per l’Amazzonia”, vedremo gli effetti politico-ecclesiastici di Episcopalis communio, che sono – lo ribadisco –:

  1. un accrescimento dell’autorevolezza canonica ed ecclesiastica del Sinodo;
  2. un rafforzamento del primato petrino nelle funzioni arbitrali della Prima Sedes1Una prima riprova di questo effetto la si è già avuta quando Papa Francesco è intervenuto a indirizzare la stesura stessa del documento finale..

La mia osservazione critica sul documento, dunque, è che esso rischi seriamente di risultare un “buon primo tentativo” in termini di media durata (valutabili entro il decennio), ma un testo praticamente inservibile o, con l’espressione che ho già usato altrove, “un eccellente verbale di un super-consiglio pastorale”.

Giovanilismo e altri errori

Ciò detto, vorrei pure sgombrare il campo da equivoci premettendo che sono d’accordo su molte delle cose che dici, a cominciare dai tentativi – di più o meno eminenti prelati – di sembrare “compagnoni”… i quali saranno pure mossi da intenzioni buone e pulite, ma comunicativamente sfociano nel ridicolo. Grotteschi sono invece, senz’altro, quegli entusiasti membri del clero che non hanno mai passato un’ora in parrocchia e in questo mese hanno tentato di accreditarsi per consumati pastoralisti. Non ragioniam di loro, ma guarda e passa.

Ci sono poi passaggi che tu dici “almeno opinabili” nelle parti «sull’ecologia e sui migranti»: se ne potrebbe discutere più nel dettaglio in altra sede, ma a quanto ho potuto vedere non vi si riscontra la narrazione rousseauiana-hollywoodiana “WASP cattivo Vs Buon Selvaggio”. Anzi, se c’è un ente sovranazionale realmente radicato in ogni contrada di questo povero mondo, e della cui testimonianza non c’è pertanto ragionevole motivo di dubitare, quando si parla de «le gioie e le speranze, i dolori e le angosce degli uomini del nostro tempo, specialmente dei poveri e di quanti sono afflitti» (GS 1)… questo è la Chiesa cattolica.

Quanto all’ecologia, come essa sia un terreno che facciamo male – malissimo – a lasciare in appannaggio a chi non ha una vera proposta per l’umanità (perché non ha un’idea integrale e positiva dell’uomo) ce lo hanno insegnato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ancora prima della Laudato sì di Papa Francesco; e se questo lo sai certamente quanto me mi permetto di osservare che i “cattolici impegnati” d’Oltralpe – diciamo i nostri omologhi francesi – sono molto più smaliziati di noi nel farsi pionieri di questa ecologia integrale che parla proprio a quanti hanno il sacrosanto scrupolo di non inquinare (troppo) e di promuovere uno stile di vita più sobrio e frugale… per rivelare loro la ragione ultima di questo loro anonimo impeto di condivisione e di fraternità. Il domenicano Thomas Michelet ha dedicato un saggio appunto al progressivo affermarsi di tale consapevolezza nella Chiesa Cattolica: in Francia il Figaro gli ha dato spazio… i giornali di analoga area italiana ancora ospitano quanti dicono che il global warming sarebbe una bufala (e almeno un Donald Trump ha seri interessi per affermarlo… noi giusto il complesso dei provinciali che fanno il tifo per l’Uomo della Provvidenza).

Sulla questione della sessualità hai perfettamente ragione: neanche io conosco qualcuno – ma proprio neanche una persona! – che vorrebbe tanto vivere da discepolo di Gesù epperò viene visceralmente respinto dalla morale sessuale della Chiesa. Ricorderai che avevamo commentato in diretta, fra noi, la proposizione di quel Padre Sinodale tanto vile da mandare in conferenza stampa il prefetto Ruffini senza neppure la licenza di dire il suo nome: è un esempio plastico sia della consistenza di certi personaggini sia del loro reale peso politico, al di là dei tentativi di ombre cinesi. La verità è che

il Sinodo finirebbe fatalmente in un vicolo cieco – scrivevo ormai quasi un mese fa –, se si ponesse la domanda “cosa possiamo fare per i giovani?”, come se “i giovani” fossero in qualche modo il fine – o uno dei fini – della Chiesa! Ora invece, poiché il Sinodo è ciò che è, siamo sicuri che alla fine non perderà di vista il vero tema, l’autentico fine, la questione fondamentale che difatti risulta ben scandita nella triplice declinazione del tema: i giovani, la fede, il discernimento vocazionale. […] Giussani vedeva i primi tre lustri delle sue immani fatiche (sue e della Grazia di Dio, cf. 1Cor 15, 10) barcollare sotto le bordate del ’68: “vietato vietare”, “la fantasia al potere”, “tutto e subito” erano slogan dotati di un altissimo potere di seduzione. […] Giussani dimostra in quel lucidissimo discorso una comprensione realmente sinodale e umilmente ecclesiale del proprio ministero: quel Giussani che non abbassò mai il tiro della sua proposta per “andare incontro” alle infermità degli uomini non cedette, neppure quella volta, all’umanissima tentazione di “riorganizzare le truppe”. L’Anonimo Padre sinodale dice: «Altrimenti perdiamo i giovani». Giussani dice: «Non siamo qui a metterci d’accordo per fare qualche cosa, una struttura da conservare o da salvare».

E avevo ragione nel pronosticare che anche il Sinodo avrebbe saputo dire questa cosa. Lo si legge proprio nel Documento finale:

Non si tratta quindi di creare una nuova Chiesa per i giovani, ma piuttosto di riscoprire con loro la giovinezza della Chiesa, aprendoci alla grazia di una nuova Pentecoste.

Il grande assente

A questo punto tu muovi però una critica capitale, così centrale che l’hai usata per la titolazione. Riporto le tue parole:

Da questo documento il grande assente è il peccato originale, che infatti non è mai nominato. C’è una sola volta il peccato personale, molte volte le fragilità, due fugaci volte sono nominati i peccati in generale, ma mai il peccato originale.

Per me questa è la grande, spaventosa falla del documento. Ma più che una falla è una voragine, stando a quello che sapevo io della nostra fede. Su questo, aspetto correzioni, magari sono io a sbagliarmi, e allora devo rivedere un po’ di cose. A me sembra che da questa assenza discenda tutto. E non è solo una dimenticanza di qualcosa che non si nomina, ma che si dà per scontato. Mi sembra proprio un modo radicalmente diverso di concepire la fede.

Ormai ci conosciamo da diversi anni e tutti e due ci siamo raccontati come nelle nostre vite la misericordia di Dio abbia trovato non poche miserie su cui attecchire – miserando et eligendo. Siamo entrambi ben vaccinati contro la tentazione di pensare una bontà divina che non debba prendere in conto quella particolare esperienza di limite che chiamiamo peccato.

Abbiamo imparato e esperito – per fare nostro il “discorso alla luna” di Benedetto XVI – che il peccato originale esiste e si traduce sempre e di nuovo in peccati personali che possono divenire “strutture di peccato”.

Così parla un cuore agostiniano, almeno quando si esprime a braccio (altro è l’Agostino dei sermoni e delle polemiche antipelagiane, altro l’Agostino dei trattati e dei commenti): quello che vorrei osservare, però, è che il peccato originale non è affatto universalmente accettato come “l’altra faccia del Vangelo” – e questo mai, da ben prima di Pelagio fino al giorno d’oggi –, anche se l’espressione del Catechismo è pienamente condivisibile e facilissimamente difendibile.

Due opere classiche “senza peccato originale”

Forse ti stupirà sapere che nei 119 capitoli di cui consta la Filotea di san Francesco di Sales – altro che “documento finale” di un Sinodo… – neppure una volta si menziona il peccato originale. Ed era il 1609, il Concilio di Trento – che tanto aveva rischiarato i difficili equilibri della Grazia e del libero arbitrio – era stato concluso da poco più di mezzo secolo. E sì che il giovane Dottore della Chiesa non lesinava meditazioni sull’inferno e sul paradiso, in quell’opera: moltissime volte poi si parla dei peccati e dei peccatori, in tutte e cinque le parti che compongono l’“introduzione alla vita devota”.

Quasi lo stesso si può dire dell’Imitazione di Cristo che, pur essendo opera di gran lunga più austera di quella salesiana, soltanto in un passaggio del III libro vi fa riferimento (e senza usare l’espressione “originale peccatum”, pur nota all’epoca da nove se non dieci secoli):

Fili mi, non semper vales in ferventiori desiderio virtutum stare nec in altiori gradu contemplationis, sed necesse habes interdum ob originalem corruptelam ad inferiora descendere, et onus corruptibilis vitæ etiam invite et cum tædio portare. Quamdiu mortale corpus geris, tædium senties et gravamen cordis. Oportet ergo sæpe in carne de carnis onere gemere, eo quod non vales spiritualibus studiis, et divinæ contemplationi indefinenter inhærere.
Figlio mio, non riuscirai a permanere sempre in un più fervente desiderio delle virtù, né in un più alto grado di contemplazione, ma di tanto in tanto ti sarà inevitabile volare più basso a causa del peccato originale, e portare così il carico della vita corruttibile, anche controvoglia e malvolentieri. Fino a quando ti porti dietro un corpo mortale, sentirai tristezza e un peso sul cuore. Ci tocca dunque gemere spesso, nella carne, per gli oneri della carne, poiché non riuscirai a persistere indefinitamente nelle occupazioni spirituali e nella contemplazione divina.

Vedi senza fatica che neppure L’Imitazione di Cristo afferma, in questo passaggio, ciò che tu lamenti quando ti appelli all’importanza centrale del peccato originale.

Un’ambivalenza ancestrale e indecidibile

Mi sono riferito a queste due opere perché senza dubbio sono tra i monumenti capitali della spiritualità occidentale del secondo millennio: se andiamo in Oriente tale importanza è avvertita ancora meno2Colgo l’occasione per una parola sull’ecumenismo, siccome dici: «[…] certi passaggi fanno dubitare che si creda davvero che l’unica fede vera è la nostra – non perché siamo migliori di nessuno, ma perché la Chiesa è la Sposa di Cristo – , e che in gioco c’è la salvezza dell’anima». In realtà l’espressione “subsistit in Ecclesia catholica” di Lumen Gentium 8 non può in alcun modo essere intesa in senso esclusivo, come se le altre chiese o comunità ecclesiali non avessero un loro contributo proprio da rilasciare nell’economia della salvezza. Proprio come avviene nella storia di ciascuno di noi, dove senza benedire le colpe dobbiamo riconoscere che talvolta i peccati sono stati occasione di una rinnovata sovrabbondanza di grazia… così sarebbe ingiusto nei confronti di Dio pensare che egli abbia potuto permettere degli scismi (certamente dovuti alle mediocrità umane) senza disporre che per essi tornino alla sola Chiesa di Cristo i tesori che lo Spirito le ha predestinati dall’eternità., ti basti ricordare che lo stesso Pelagio fu assolto nei processi che gli intentarono gli Orientali (e comunque sempre per denuncia degli Occidentali). In The Perfectibility of Man John Passmore ha scritto che «nella moderna Chiesa Cristiana – è stato detto tante volte – gli inni possono suonare predestinazionisti, ma i sermoni sono pelagiani»: vale a dire che, fin dai tempi di Pelagio e Agostino, nonché tra i concilî di Orange e Trento, non è mai stata trovata una formula assolutamente soddisfacente per definire il rapporto tra Grazia e libertà (anche se obiettivamente certe formulazioni di Agostino, Orange e Trento sfiorano il sublime!), e dunque tutti noi ci arrabattiamo – alla scuola di grandi santi – «pregando come se tutto dipendesse da Dio e agendo come se tutto dipendesse da noi». Ossia dando un colpo al cerchio e uno alla botte. Contemporaneamente affermiamo che “tutto è grazia” ripetendoci pure “aiutati ché Dio ti aiuta” – e non si capisce mai fino in fondo se incoraggiandoci in tal modo intendiamo dire che l’aiuto di Dio preceda la nostra iniziativa (che sarebbe la lezione “cattolica”… ma allora perché darsi tanta pena?) o se la nostra iniziativa metta in moto la grazia divina (il che sarebbe perlomeno semipelagianesimo, anche se praticamente lo si ritrova affermato in molte autorevoli opere di ascetica).

Ma questo non vuol dire che il peccato originale non abbia un posto oggettivamente centrale nell’impianto della dottrina cristiana: solo che tale centralità è ben lungi dall’essere unanimemente attestata nella storia del pensiero cristiano. Quindi non devi “rivedere un po’ di cose”, ma forse solo accettare con semplicità che il modo in cui tu racconti la tua esperienza e illustri “il genio del cristianesimo” è generalmente declinato perlopiù in altro modo. Senza peraltro che ne risulti irretito il tuo diritto a sciogliere il tuo inno di lode al Dio che ti ha salvata: è un ministero importante i cui frutti sono sotto gli occhi di tutti.

Lo spettro del “Dio perverso”

Qui si apre, volendo, un capitolo tanto più importante della mera ricostruzione storica delle forme concettuali in cui è stata espressa la Buona Notizia nella christianitas: se infatti a noi, «cui ardeva in petto il cuore mentre Cristo ci spiegava le Scritture» (cf. Lc 24,32), è chiarissima la distinzione tra “senso del peccato” e “senso di colpa”, un numero enorme di nostri contemporanei (non solo i molti che del cristianesimo hanno conservato appena un vago retaggio, ma anche non pochi “cattolici impegnati”) brancola continuamente tra i due, spesso confondendoli e sovrapponendoli. Ne risulta quella che Fabrice Hadjadj chiama “la fede dei demonî”, ovvero il culto che già nel 1979 il sacerdote e psicanalista francese Maurice Bellet trovava rivolto al “Dio perverso”. Leggiamo nella conclusione del saggio di Bellet:

Tutto è preso e utilizzato controsenso. L’iscrizione diventa prodotto pesante, andare a schiacciarsi sotto a un sistema di regole e di esigenze, uno strumento per occultare la verità – dovunque essa provenga. Il sistema cristiano diventa incapace di controllare i propri snaturamenti: se alcuni vi trovano ancora un cammino di vita, altri vi restano presi come in un equivoco mortale. Ciò che esso non tollera più è l’esperienza che non entra nel suo tabellone, nelle caselle tutte pronte per incasellarvi i casi – primo fra tutti, l’esperienza del proprio fallimento. E così esso esclude chiunque dia segno di voler incontrare la pericolosa verità.

Là dove dovrebbe realizzarsi – senza mai trovarsi stabilita – l’armonia dei desideri trasformati, esso mette la rigidità dei personaggi e dei rapporti sociali, il teatro impietoso in cui ciascuno è preso al laccio del proprio ruolo; perché anche nelle “caselle buone” si annida il processo pervertitore.

Ciò non vuol dire che tutto sia falso: sarebbe più chiaro! Ma qualcosa di una falsità essenziale lavora oscuramente anche in quella stessa cosa che del resto è vera devozione, sincero travaglio per la verità, accoglienza del prossimo. Purtroppo.

La presenza, non riconosciuta per ipotesi, del “Dio perverso”, rende il cristianesimo vulnerabile a ogni critica: perché l’analisi di quello che accade smentisce il discorso cristiano e la coscienza cristiana. Non c’è più alcunché da opporvi; basta sentire e vedere con uno sguardo e un orecchio non complici. Capita che in psicanalisi dei cristiani facciano questa scoperta devastante: ascoltare finalmente sé stessi, capire che il proprio “cristianesimo” andava al contrario di come immaginavano.

Torno a dirlo: questa è senza dubbio una causa maggiore dell’anti-cristianesimo che si è sviluppato in Occidente; del suo ateismo (sempre utile come pretesto a un’opposizione reale al Vangelo di Cristo: nuova confusione).

La matassa è molto intricata, per questo può essere utile confrontarci con la lezione di chi, pur condividendo alcuni intenti di un Bellet, non ha “il dono della fede” (e qui: dunque la sua mancanza è senza colpa?). Scrive ad esempio Massimo Recalcati in Contro il sacrificio:

La vita interiore prende il posto della vita: ruminazione incessante, abnegazione, autocolpevolizzazione, risentimento, sacrificio di sé. È la crudeltà specifica dell’uomo ascetico: immolare se stesso in nome dell’Ideale di una vita senza desideri. In questo senso l’uomo religioso – “il prete” secondo Nietzsche – è l’incarnazione più radicale del fantasma sacrificale: la mancanza, la finitezza, il desiderio sono vissuti solamente come una degradazione dell’unico vero mondo, quello incorruttibile dell’aldilà. Per questo «l’asceta tratta la vita come un cammino sbagliato, […] come un errore che si confuta»3F. Nietzsche, Genealogia della morale, 321.. Si tratta di una ostilità fondamentale, di un odio ostinato della vita verso la vita. Nondimeno, come Nietzsche mostra bene, anche questa ostilità è sostenuta dalla volontà di potenza che però non è in grado di manifestarsi come tale. È il narcisismo che spesso si incontra negli uomini patologicamente religiosi che vivono in un permanente complesso di superiorità alimentato paradossalmente dalla loro umiltà – dal loro spirito di sacrificio –, come se questo spirito, anziché servire la causa del prossimo e dei più bisognosi, servisse, in realtà, a sostenere un’immagine narcisistica di se stessi abbagliata da un ideale grandioso. In questo senso, come scrive precisamente Nietzsche, «nulla è più vendicativo della loro umiltà»4Id., Così parlò Zarathustra, 108..

È vero, avremmo di che rispondere con abbondanza a parecchie accuse insinuate qui (e altrove) tra le righe: eppure se persone intelligenti e colte – il buon vecchio Friedrich era pure figlio di un “prete” – percepiscono largamente presenti tra noi credenti questi e altri sintomi nevrotici non sarà sbagliato darsi un’accurata occhiata allo specchio. Bellet, in cui qualcuno ha appunto riconosciuto “un Nietzsche cristiano”, descrive dettagliatamente i sentieri della psiche per cui una religiosità che cerchi – spesso in ottima fede – di compensare nella credenza religiosa la mancanza e di sublimarvi il desiderio finisca invariabilmente per involversi nel culto idolatrico al “Dio perverso” (che ovviamente non è il Dio vivo e vero, bensì una sua diabolica scimmiottatura)5Il saggio di Bellet si struttura in quattro parti che esplorano i meandri di queste efflorescenze e putrefazioni dell’anima fino al capogiro: si comincia con l’osservazione del sistema cristiano della sessualità (non perché Freud debba sempre metterci lo zampino, ma perché nella sessualità fa capolino la forma di violenza più comune e normalizzata del mondo); si prosegue con la figura enigmatica che emerge da un desiderio di Cristo malamente sublimato, foriero di compensazioni e nevrosi («direzioni spirituali perverse, fraternità omosessuali, ricatto o sfruttamento in nome dell’amore, sadismo della croce imposta agli altri “per il loro bene” ecc. Desiderio dell’altro rovesciato in paura, odio e disprezzo – vedi la misoginia sacerdotale»); la terza parte è dedicata all’iscrizione, ossia alle delicate dinamiche che producono finalmente la comparsa del “Dio perverso” (che è al contempo rigorismo moralistico e sentimentalismo spiritualistico, che inavvertitamente trincerano il cristianesimo in una innaturale posizione di difesa, quasi da cittadella assediata); la quarta e ultima parte, dedicata alla vita umana, è dedicata a indicare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui il “Dio perverso” ricaccia “i suoi fedeli” (è forse la parte più audace e intelligente del saggio, nonché la più difficile da attuare per le vite di quanti, ordinariamente, non sono disposti a riconoscersi succubi del “Dio perverso”)..

Prima la liberazione, poi il midraš

Ricorderai forse come negli anni scorsi polemizzai con il Matthew Fox di Original Blessing: oggi come allora, non si tratta di negare l’esistenza del peccato originale, né di minimizzare la sua importanza nel sistema cristiano6Posto che, naturalmente, il cristianesimo ha un sistema (descrivibile in molti modi), ma non ne è uno.. Si tratta invece di ordinare in una giusta tàxis i passaggi della storia della salvezza, che sono i medesimi per noi come per tutti. Se non lo facciamo inciamperemo sempre in pericopi come quella del vangelo di oggi:

[…] si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Mc 12,28-34

La liturgia taglia il contesto precedente, ma l’ultima frase ci rivela che si trattava di un passaggio conflittuale (come è quasi sempre nel Vangelo): Gesù era “inquisito” dai teologi proprio perché la sua dottrina pareva incompatibile con l’ordine religioso dominato dal culto templare (almeno dalla riforma di Giosia in qua) e dalla precettistica farisaica. L’impressione era proprio che il Nazareno stesse “de-sacralizzando” la fede giudaica rimuovendone il portato sacrificale: la risposta sui due comandamenti estrapolati dalla Torah (Agostino li avrebbe poi chiamati “l’unico precetto della gemina caritas”) convince l’interlocutore diretto e zittisce gli altri – che però restano scettici.

Siamo ormai lontanissimi dal Documento finale, ma possiamo cogliere l’occasione per chiederci come mai l’operazione di Gesù riesca al contempo rivoluzionaria e fedelissima al portato di quella fede giudaica (ovvio, diremmo con le lenti della dogmatica: era lui il Dio che aveva promulgato la Legge)? Nell’Esodo si trova il fondamento di tutte le haggadôt ebraiche che dopo la guerra giudaica finirono relegate alla sola cena pasquale:

Quando il Signore ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, come ha giurato a te e ai tuoi padri, e te lo avrà dato in possesso, tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno materno; ogni primo parto del bestiame, se di sesso maschile, appartiene al Signore. Riscatterai ogni primo parto dell’asino mediante un capo di bestiame minuto; se non lo riscatti, gli spaccherai la nuca. Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi figli. Quando tuo figlio domani ti chiederà: “Che significa ciò?”, tu gli risponderai: «Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto, dalla condizione servile. Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d’Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico al Signore ogni primo frutto del seno materno, se di sesso maschile, e riscatto ogni primogenito dei miei figli. Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un ornamento fra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto».

Ex 13,11-16

La questione è tutta qui: queste sono istruzioni di un memoriale e vengono date molto ma molto tempo dopo l’evento della liberazione di Israele (la cesura tra 12,51 e 13,1 è lampante). La funzione del memoriale è quella di riattualizzare esistenzialmente la liberazione compiuta, e poiché essa viene interpretata come riscatto da una schiavitù il sacrificio corrispondente diventa insensato se non si richiama proprio quella condizione. “Eravamo schiavi del faraone in Egitto…” (così nell’Haggadàh pasquale) è l’equivalente mistico, per i cristiani, di “tutta l’umanità era divenuta in Adamo un’unica massa dannata…”. Se però il nesso esistenziale con la propria liberazione perde smalto, allora da rituale sacramentale l’haggadàh, per estensione la pratica religiosa tutta, diventa rituale nevrotico.

Dante e “la bussola del cuore”

In un altro passaggio interessante scrivi:

[…] Anzi, se c’è quel seme di male nel cuore dell’uomo, ne consegue proprio il contrario, cioè che è necessario non ascoltare la propria voce interiore, ma quella di Dio, che non sempre coincidono, anzi.

Proprio l’ultima volta che siamo stati a cena insieme abbiamo richiamato nel nostro discorso il valore catartico del viaggio dantesco: il Poeta impara in If V una dura lezione, per la quale viene divinamente sospesa una pena infernale! («Ahi, lasso: / quanto pensiero, quanto desio / menò costoro al doloroso passo») e soltanto in Pg XXVII Virgilio lo avrebbe incoronato re e sacerdote di sé stesso («Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno»). Dunque non è falso che l’uomo trovi nel proprio cuore “il Maestro interiore”, ma è necessario che impari ad ascoltarlo. Ciò comporta un cammino e – invariabilmente – molti errori, come ci ricordava il brano dell’Imitazione di Cristo. E le “tre donne” di Dante – probabilmente più sapienti di tutti i Padri sinodali – non hanno saputo trovare di meglio che fargli fare un giro per i mondi ultraterreni in compagnia di una guida savia. Synodia, discernimento, cammino…

Tutto questo non per dire come mai la dizione “peccato originale” non figuri nel Documento finale del Sinodo – ti ho già detto cosa ne penso, e soprattutto non l’ho scritto io –, ma per illustrare come mai neppure le pietre miliari della devotio moderna la enfatizzino. Se un compito ci è demandato – a noi che al Sinodo non eravamo presenti se non da commentatori – penso che sia quello di illustrare con libertà e responsabilità i limiti e i pregi che anche quell’evento, come ogni cosa umana, ha avuto e comporta. E in fondo sono quasi completamente d’accordo con te.

Ti abbraccio.

«Nonostante ciò, non siamo maledetti, né abbandonati a noi stessi. L’antico racconto del primo amore di Dio per l’uomo e la donna, aveva già pagine scritte col fuoco, a questo riguardo! «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe» (Gn 3,15a). Sono le parole che Dio rivolge al serpente ingannatore, incantatore. Mediante queste parole Dio segna la donna con una barriera protettiva contro il male, alla quale essa può ricorrere – se vuole – per ogni generazione. Vuol dire che la donna porta una segreta e speciale benedizione, per la difesa della sua creatura dal Maligno! Come la Donna dell’Apocalisse, che corre a nascondere il figlio dal Drago. E Dio la protegge (cfr Ap 12,6). Pensate quale profondità si apre qui! Esistono molti luoghi comuni, a volte persino offensivi, sulla donna tentatrice che ispira al male. Invece c’è spazio per una teologia della donna che sia all’altezza di questa benedizione di Dio per lei e per la generazione! La misericordiosa protezione di Dio nei confronti dell’uomo e della donna, in ogni caso, non viene mai meno per entrambi. Non dimentichiamo questo! Il linguaggio simbolico della Bibbia ci dice che prima di allontanarli dal giardino dell’Eden, Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelle e li vestì (cfr Gn 3, 21). Questo gesto di tenerezza significa che anche nelle dolorose conseguenze del nostro peccato, Dio non vuole che rimaniamo nudi e abbandonati al nostro destino di peccatori. Questa tenerezza divina, questa cura per noi, la vediamo incarnata in Gesù di Nazaret, figlio di Dio «nato da donna» (Gal 4,4). E sempre san Paolo dice ancora: «mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Cristo, nato da donna, da una donna. È la carezza di Dio sulle nostre piaghe, sui nostri sbagli, sui nostri peccati. Ma Dio ci ama come siamo e vuole portarci avanti con questo progetto, e la donna è quella più forte che porta avanti questo progetto. La promessa che Dio fa all’uomo e alla donna, all’origine della storia, include tutti gli esseri umani, sino alla fine della storia. Se abbiamo fede sufficiente, le famiglie dei popoli della terra si riconosceranno in questa benedizione. In ogni modo, chiunque si lascia commuovere da questa visione, a qualunque popolo, nazione, religione appartenga, si metta in cammino con noi. Sarà nostro fratello e nostra sorella, senza fare proselitismo. Camminiamo insieme sotto questa benedizione e sotto questo scopo di Dio di farci tutti fratelli nella vita in un mondo che va avanti e che nasce proprio dalla famiglia, dall’unione dell’uomo e la donna» (Papa Francesco, 16 settembre 2015).
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Note   [ + ]

1. Una prima riprova di questo effetto la si è già avuta quando Papa Francesco è intervenuto a indirizzare la stesura stessa del documento finale.
2. Colgo l’occasione per una parola sull’ecumenismo, siccome dici: «[…] certi passaggi fanno dubitare che si creda davvero che l’unica fede vera è la nostra – non perché siamo migliori di nessuno, ma perché la Chiesa è la Sposa di Cristo – , e che in gioco c’è la salvezza dell’anima». In realtà l’espressione “subsistit in Ecclesia catholica” di Lumen Gentium 8 non può in alcun modo essere intesa in senso esclusivo, come se le altre chiese o comunità ecclesiali non avessero un loro contributo proprio da rilasciare nell’economia della salvezza. Proprio come avviene nella storia di ciascuno di noi, dove senza benedire le colpe dobbiamo riconoscere che talvolta i peccati sono stati occasione di una rinnovata sovrabbondanza di grazia… così sarebbe ingiusto nei confronti di Dio pensare che egli abbia potuto permettere degli scismi (certamente dovuti alle mediocrità umane) senza disporre che per essi tornino alla sola Chiesa di Cristo i tesori che lo Spirito le ha predestinati dall’eternità.
3. F. Nietzsche, Genealogia della morale, 321.
4. Id., Così parlò Zarathustra, 108.
5. Il saggio di Bellet si struttura in quattro parti che esplorano i meandri di queste efflorescenze e putrefazioni dell’anima fino al capogiro: si comincia con l’osservazione del sistema cristiano della sessualità (non perché Freud debba sempre metterci lo zampino, ma perché nella sessualità fa capolino la forma di violenza più comune e normalizzata del mondo); si prosegue con la figura enigmatica che emerge da un desiderio di Cristo malamente sublimato, foriero di compensazioni e nevrosi («direzioni spirituali perverse, fraternità omosessuali, ricatto o sfruttamento in nome dell’amore, sadismo della croce imposta agli altri “per il loro bene” ecc. Desiderio dell’altro rovesciato in paura, odio e disprezzo – vedi la misoginia sacerdotale»); la terza parte è dedicata all’iscrizione, ossia alle delicate dinamiche che producono finalmente la comparsa del “Dio perverso” (che è al contempo rigorismo moralistico e sentimentalismo spiritualistico, che inavvertitamente trincerano il cristianesimo in una innaturale posizione di difesa, quasi da cittadella assediata); la quarta e ultima parte, dedicata alla vita umana, è dedicata a indicare una via d’uscita dal vicolo cieco in cui il “Dio perverso” ricaccia “i suoi fedeli” (è forse la parte più audace e intelligente del saggio, nonché la più difficile da attuare per le vite di quanti, ordinariamente, non sono disposti a riconoscersi succubi del “Dio perverso”).
6. Posto che, naturalmente, il cristianesimo ha un sistema (descrivibile in molti modi), ma non ne è uno.

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