Se ti muore un figlio mentre ne celebri un altro

È proprio la mancanza di speranza che rende vigliacchi e trasforma una difficoltà in una montagna insormontabile, la paura in terrore, la fatica in dolore insormontabile: quanti bambini non vengono accolti perché nel cuore dei genitori ha vinto la disperazione? Di fronte ad una malattia diagnosticata, ad una situazione economica disastrosa, ad un tessuto relazionale già sfilacciato, tutto diventa troppo pesante per le spalle esili di chi non ha in sé o accanto a sé un po’ di quella speranza nel futuro che fa alzare gli occhi e scorgere attorno le tante opportunità che comunque esistono, le soluzioni possibili, le cure, gli aiuti e il valore intrinseco imprescindibile di ogni vita, che porta sempre frutti abbondanti per chi la accoglie.

Il mondo giustifica ogni scelta, presa nella solitudine spacciata per libertà, perché così non è chiamato a rispondere a nessuna invocazione di aiuto: anzi, si crea spesso il paradosso del biasimo collettivo addosso a chi trova in sé il coraggio sufficiente a portare avanti scelte difficili di difesa della vita. Primariamente manca uno sguardo che accolga, manca l’abbraccio di chi sostiene dicendo un “bravo, hai fatto bene!”, manca la gioia di chi esulta di fronte ad una vita in arrivo, che vale indipendentemente dal contesto in cui nascerà.

Chi non ha la speranza, crede di dover trovare in sé ogni risposta e ogni risorsa per superare tutte le difficoltà della vita, ed è come guardare dalla valle la cima di una montagna da scalare e pensare di doverci arrivare a piedi da solo. Chi non vacillerebbe? Invece la realtà è molto più vasta del nostro limitato orizzonte di paure, attorno a noi la rete dell’umanità fornisce soluzioni insperate: la ricerca avanza veloce, la solidarietà colma tanti buchi, l’amore compie quotidiani miracoli sui bambini e ancora di più nel cuore delle madri e dei padri. Quante lacrime di riconoscenza di donne che si sono lasciate convincere a non abortire dovremo guardare per capire che la vita si ripaga da sé?

Diceva un antico adagio: ogni bambino ha il suo cestino. Significa che ogni nuova vita porta inspiegabilmente con sé le risorse per sostentarsi, sia quelle materiali che quelle psicologiche. Ma abbiamo completamente smarrito questo sguardo di speranza sulla vita e sulla morte e dobbiamo tornare a cercare tutte le testimonianze positive che ce lo possano rammentare.

E soltanto accettando la vita come un dono, comunque essa si presenti, nella precarietà della malattia, o in contesti sfavorevoli, si trova il modo per accettare anche la morte, che ne è il suo naturale prevedibile epilogo. Così, mentre pensavamo al piccolo Alfie, bambino fragile contro il quale si è accanito un intero stato, difeso dall’amore tenace dei suoi genitori e di tutti coloro che gli si sono stretti accanto, avevamo davanti agli occhi anche quel ragazzo giovane e forte, appassionato e pieno di vita, strappato alla terra improvvisamente, senza un perché. Ci crediamo padroni della vita, vorremmo esserlo. Eppure non possiamo vincere questa battaglia per l’autodeterminazione a tutti i costi, è un’esistenza col coltello tra i denti e la rabbia e il terrore sempre addosso. Arrendiamoci alla Provvidenza, accettiamo la vita che ci viene affidata così com’è, lasciamoci guidare dall’Amore e la Speranza ci nutrirà, passo dopo passo, fino all’ultimo abbraccio.

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