Se ti muore un figlio mentre ne celebri un altro

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Ieri sera si è tenuto a Forlì, nella splendida cornice del Villaggio della Gioia della Papa Giovanni XXIII , l’incontro conviviale “Chiamati alla vita”, composto di salsiccia e piadina, bambini che giocano liberi sul prato verde, testimonianze sulla vita e canti: una serata all’insegna dell’autenticità.

Doveva essere una festa, sebbene ripercorrere gli eventi della vicenda Alfie Evans (soprattutto con la precisione puntuale e spietata di Filippo Martini, avvocato che ne ha seguito gli aspetti legali fin dagli albori) non sia mai una cosa allegra, ma l’intenzione era quella di infondere speranza, con le testimonianze di Daniele Severi, che ha raccontato l’accoglienza in comunità di una bambina nata viva da un aborto, di Angela Fabbri, responsabile del CAV di Forlì, con le sue molteplici storie di aborti evitati dall’ascolto amorevole, prima ancora che dall’aiuto concreto, o di Erminio Monari, che ha parlato del divino rintracciato nello sguardo del figlio down e della ricerca sulla trisomia 21 (per curare i bambini nati, non per evitare di farli nascere), o della giovane coppia che ha raccontato la consolazione della sepoltura di un figlio nato morto. Le parole dei testimoni hanno proiettato i partecipanti oltre il confine angusto del dolore e della difficoltà, che vengono così spesso branditi come scuse per rifiutare la vita e chiudersi in logiche difensive ed auto giustificative che conducono a tanti aborti, ma anche a tanto isolamento per chi mostra un po’ di fiducia nel futuro invece della solita prudenza del mondo, per non dire vigliaccheria.

Eppure la serata è partita subito male: dovevano essere con noi anche una coppia di Padova, Giancarlo Violetto e Marina Birollo, ma quando erano quasi arrivati a destinazione, li ha raggiunti una telefonata terribile, di quelle che nessuno vorrebbe mai ricevere nella vita. Il loro figlio Flavio, 25enne appassionato di parapendio, è precipitato durante un volo ed è morto. Ovviamente hanno girato l’auto e sono tornati indietro e a noi, raccolti sul prato verde, è arrivata solo la notizia tragica, dalle parole di Enzo Nobili, che gestisce una casa famiglia a Cesena, loro amico.

Ho letto la costernazione nel volto di tutti, ma nessuna traccia di disperazione: ad un certo punto della serata, abbiamo chiamato al telefono i genitori e abbiamo cantato una preghiera per loro, con loro.

Ho pensato a tante tragedie vissute nel deserto, da parte di chi non ha la consolazione della fede, in contesti in cui non si trova nessuno che riesca a tirare fuori due parole in più oltre alle condoglianze di rito. Ho pensato allo smarrimento che fa paura e fa fuggire, cosicché tante volte chi si trova abbattuto da eventi così duri, si ritrova anche solo, senza nemmeno uno sguardo in cui fissare gli occhi, senza una spalla robusta su cui abbandonare momenti di dolore e sconforto. Ho pensato a quanto è dura la vita di chi non ha speranza.

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