La lettera pastorale di mons. Egan contro il Liverpool Care Pathway

In queste settimane abbiamo parlato molto dell’Inghilterra: delle sue istituzioni, delle sue leggi e della Chiesa Cattolica pellegrina nelle isole britanniche. Soprattutto in merito alla realtà ecclesiale, si sarà ricavata forse l’impressione di una realtà, quella sì, terminale e che pare sfidare la potenza rivitalizzante del Risorto.

Certo, v’è un grande scandalo di corruzione e di collusione della gerarchia ecclesiastica, e ne abbiamo già parlato diffusamente (ma altro bisognerà dire): occorre però pure ricordare che anche lì «le porte degli inferi» non hanno completamente prevalso. Non solo perché tanti buoni cristiani continuano a seguire la via del Vangelo a dispetto dei mercenari insediati al posto dei pastori, ma perché anche tra gli stessi pastori non mancano le voci (isolate e silenziate) fedeli a Gesù Cristo e alla Chiesa. A quanto ho potuto vedere, ce ne sono almeno due, che hanno preso la parola in merito al caso di Alfie: si tratta del vescovo di Shrewsbury, Mark Davies, e del vescovo di Portsmouth, Philip Egan. Di quest’ultimo i lettori di Breviarium ricorderanno il tweet che cinguettò – contro la potenza di fuoco di McMahon e Nichols – a favore di Alfie e della sua famiglia.

Ma lo stesso mons. Egan non si è accorto dell’emergenza sull’onda di quel che potrebbe essere poco più di una bolla emotiva: già nel 2012 dedicava una lettera pastorale d’Avvento a denunciare gli abusi del LCP1Qualche lettore potrà trovare oggi comunque “morbida” la sua posizione: mi permetto di dissentire. Egan prendeva posizione contro il confratello Williams, a cui la conferenza episcopale aveva da anni dato delega per le questioni di bioetica. Ogni pur cauta perifrasi, dunque, è tessera di un coraggioso manifesto ecclesiale. Di questa lettera, quando i vertici della gerarchia ecclesiastica inglese rinsaviranno, la Chiesa si glorierà come del lumicino che permise la conservazione del fuoco sacro.. Quella che segue è una lettera pastorale del vescovo Philip ai preti e ai fedeli della Diocesi di Portsmouth. È stata pubblicata l’8 dicembre 2012, nella Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.


Cari Fratelli e Sorelle in Gesù Cristo,

e voi tutti gente di buona volontà,

Vorrei considerare come ci prendiamo cura dei morenti e anche esprimere alcune perplessità riguardo al Liverpool Care Pathway (LCP) e la sua pratica nei nostri ospedali pubblici e nelle case di cura. Non sto condannando l’LCP, ma sì, ho delle riserve irrisolte. Soprattutto, la sua applicazione nella pratica richiede che si riconsiderino – e vorrei riproporle – alcune linee-guida ad interim per i pazienti cattolici. Esprimo codeste opinioni non come atto definitivo di Magistero episcopale ma come il giudizio prudenziale di un pastore.

Cura spirituale del morente: pregare per una buona morte

Come cattolici, noi preghiamo per la buona morte, cioè una morte in stato di grazia, aiutati in ciò dalla cura sacramentale della Madre Chiesa e supportati, come fu lo stesso Signore Gesù, dalla famiglia e dagli amici2Io 19,25-26.. Fin dalla giovinezza abbiamo imparato a pregare per la grazia della buona morte, nonché a invocare in aiuto Nostra Signora e San Giuseppe, patrono dei morenti3Catechismo della Chiesa Cattolica, 1014.. Non conosceremo mai «il giorno e l’ora»4Cf. Mc 13,32., né le circostanze in cui il Signore ci convocherà al giudizio e alla nostra eterna ricompensa. Noi accettiamo qualunque morte il Signore abbia preparato per noi, memori del fatto che in unione con Cristo tutte le nostre sofferenze e malattie possono assurgere a infinito valore come oblazione per noi stessi e per altri5CCC 1505 ss.. D’altro canto, preghiamo il Signore che ci liberi «da una morte improvvisa e inavvertita»6Litanie dei santi (PNAC, Manuale di preghiere, 1998), 127., giacché naturalmente vorremmo essere ben preparati e capaci di dire ciò che disse santa Teresa: «Voglio vedere Dio e, per vederlo, devo morire»7Libro de la Vida 1, citato in CCC 1011.. Come discepoli di Cristo, ci prepariamo a quell’ora estrema perseverando nella pratica della nostra Fede, partecipando alla Messa e con la pratica di una regolare Confessione, con la preghiera quotidiana e con lo studio delle Scritture, nonché vivendo una vita buona in giustizia e carità. A dire il vero, da bambino mi avevano insegnato a pregare con queste parole, che raccomando anche a voi:

Gesù, Maria e Giuseppe, vi do il mio cuore e la mia anima.

Gesù, Maria e Giuseppe, assistetemi nell’ultima agonia.

Gesù, Maria e Giuseppe, che io possa spirare in pace con voi8Everyday Catholic Prayers (London, CTS, 2012)..

Ogni mattina, la Chiesa loda Cristo Salvatore, che dà «luce per illuminare quanti stanno nelle tenebre / e nell’ombra di morte»9Dal Cantico di Zaccaria, Lc 1,79: cf. la “Preghiera Mattutina” dalla Liturgia delle Ore.. La cura del morente è responsabilità di tutta intera la comunità cristiana, che cerca di aiutare quanti si trovano di fronte alla morte perché l’abbraccino in unione con il Signore crocifisso e risorto10Cf. “Pastoral Care of the Dying” in Pastoral Care of the Sick (London, Geoffrey Chapman, 1983) 161-174.. Quando un cattolico muore – a casa, in ospedale, in una casa di cura o in qualunque altro posto – i parenti e lo staff medico dovrebbero aver cura di chiamare il prete perché al morente possano essere ministrati i salvifici sacramenti della riconciliazione, dell’unzione e del viatico. Anzi, a dirla tutta i cappellani dovrebbero visitare sistematicamente tutti i pazienti cattolici affidati alle loro cure, e non solo quelli che “optano per” – di modo che, come per i peccatori crocifissi sul Calvario vicini al Signore11Cf. Lc 23,39-43., a quanti giacciono sui giacigli di morte possa essere offerto un soccorso spirituale. Poi, quando la fine si approssima e se le circostanze lo suggeriscono, possono essere recitate le Preghiere di Raccomandazione del morente e, dopo «quella dipartita che è la morte»12Phil. 1,23., le Preghiere post mortem. Per poter essere più sicuri che voi e io riceveremo tutta questa assistenza sacramentale e tutto questo supporto spirituale, sarebbe buono se ogni cattolico recasse con sé, addosso, una semplice card che lo identificasse e che indicasse agli altri, in caso di emergenza, il bisogno di chiamare un prete.

Cura medica del morente: il Liverpool Care Pathway

Nel 1997 il LCP fu lanciato come elemento migliorativo della cura del morente13Cf. J. Ellershaw e D. Murphy, LCP Briefing Statement March 2011, disponibile online all’indirizzo http://www.mcpcil.org.uk/media/livacuk/mcpcil/documents/March-2011-LCP-Briefing-Paper.pdf (Dicembre 2012).. Esso comprende procedure intese ad alleviare la sofferenza e ad assistere lo staff medico nel conseguire obiettivi adeguati, evitare trattamenti invasivi e seguire procedure riconosciute di cure palliative. In teoria, tutte le parti sono coinvolte: staff medico, pazienti e parenti. In pratica, l’LCP dipende dalle attitudini e dall’esperienza dei membri dei team multidisciplinari che lo applicano. Lo staff deve raggiungere il giudizio che il paziente sta morendo e una volta che ciò sia fatto il paziente è messo sul percorso. L’intenzione è quella di alleviare i sintomi. Spesso la cura clinica viene sospesa, vengono somministrate sedazione pesante e quindi sedazione terminale: i pazienti vengono addormentati e a quel punto si staccano eventuali macchine di supporto vitale e anche le flebo, persino se contenenti nutrimento e idratazione14Per una discussione su questo, cf. l’articolo del Dr. Philip Howard, consulente di fisiologia e membro del comitato etico congiunto della Catholic Medical Association e della Catholic Union Not so Peaceful an End in The Tablet 15 settembre 2012, 8-9.. Qualche volta agli anziani, ai deboli o a quanti hanno complicazioni nel quadro clinico viene chiesto se desiderino firmare un ordine di DNR, ossia “Non rianimare” [Do Not Resuscitate], in caso sopraggiunga l’arresto cardiaco o la cessazione del respiro.

L’LCP è rapidamente divenuto la via di morte del Servizio Sanitario Nazionale, col governo che offre incentivi finanziari per la sua adozione. In alcune zone già un paziente terminale su due muore su questo “percorso”. Le intenzioni sono benevole, ma come pastore, per la mia esperienza e per prove aneddotiche, ho l’impressione che quanto dovrebbe essere un supporto al morente venga confuso con un supporto alla morte. Le corsie mediche sono spesso congestionate e intasate. Non è facile emettere il giudizio clinico che un paziente stia per morire – questo è il nocciolo della questione – mentre una volta che si sia sul “cammino” la morte sopraggiunge in media in 29 ore. La legge non esige che si ottenga il consenso del paziente, e vi sono prove che non sempre i parenti siano informati. Il punto più controverso di tutti è la sospensione di nutrizione e idratazione. È vero: non serve mangiare e bere, nelle ultime ore della vita di una persona. Ma il sottrarre nutrizione e idratazione per portare alla morte – anche ove ciò fosse permesso dalla legge per quanti vivono in un cosiddetto “stato vegetativo persistente” – è un atto di crudeltà spietata contro i più deboli e i più sprovvisti di difese: di fatto si fa morire di fame il paziente. Questa è di fatto – come diceva il beato Giovanni Paolo II – eutanasia15Cf. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al congresso internazionale su “I trattamenti di sostegno vitale e lo stato vegetativo. Progressi scientifici e dilemmi etici”, del 20 marzo 2004, reperibile online all’indirizzo https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2004/march/documents/hf_jp-ii_spe_20040320_congress-fiamc.html.. Nel mio ministero personale ho visto pazienti che ci hanno messo giorni a trapassare, mentre si raccontano storie di parenti che hanno nutrito i pazienti con fluidi, e questi poi si sono ripresi. Tutte queste sono ragioni per una cauta rivalutazione dell’LCP e della sua applicazione pratica.

La cura dei cattolici che stanno morendo

Se sei un malato terminale, considera se sia fattibile il morire a casa con dignità e comfort. Se ti viene chiesto di firmare un DNR, rifletti in preghiera su quale potrebbe essere la volontà di Dio. Chiedi se sia possibile l’uso di farmaci palliativi che non ti privino della coscienza e della possibilità di pregare e di comunicare con i tuoi cari. Se sei un parente stretto del malato e senti gente che parla di “qualità della vita”, sta’ in guardia16Da pastore ho sentito di tanto in tanto quella frase usata per dire “Starebbe meglio da morto”.. Insisti per essere informato prima che il paziente sia posto sull’LCP e per essere coinvolto nelle decisioni da prendere. Quando i medici dicono che a loro resta poco da fare, che è il momento, se non è già stato fatto chiama il sacerdote perché amministri i sacramenti, che spesso hanno effetti terapeutici fisici. Potrebbe essere il caso, inoltre, di chiedere allo staff medico una seconda opinione e una rivalutazione del trattamento17Cf. Treatment and Care Towards the End of Life (GMC 2010), 109-111: disponibile online all’indirizzo www.gmcuk.org/guidance/ethical_guidance/end_of_life_care.asp (Dicembre 2012).. La vita non può essere prolungata indefinitamente, ma è moralmente giusto impedire la sottrazione di nutrizione e idratazione fino a che non si sia davvero giunti alla fine18Dal Catechismo:
2278 L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.
Per un’ulteriore spiegazione delle coordinate morali attorno al fine vita, cf. il documento della Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles A Practical Guide to the Spiritual Care of the Dying Person (London, CTS: 2010), anche consultabile online all’indirizzo www.cbcew.org.uk/document.doc?id=65.
. Alla fine, raccolti attorno al letto del morente, i parenti dovrebbero vegliare, come Maria ai piedi della Croce, recitando di tanto in tanto preghiere come il Rosario e le giaculatorie contenute nel Rituale di assistenza spirituale ai malati.

Per concludere, la vita – dal concepimento alla morte naturale – è dono di Dio. Essa è sacra. Noi crediamo questo sulla base della legge naturale e degli insegnamenti di Cristo19Cf. CCC 2258 ss.. Rivolgiamoci al Signore Gesù, chiedendogli di benedire tutti i nostri medici, le infermiere e il personale paramedico professionista, insieme con il loro lavoro – perché essi condividono il ministero di guarigione dello stesso Signore20Cf. Rituale di assistenza spirituale ai malati 4.. Preghiamo per quanti moriranno oggi e anche per noi stessi, perché possiamo ricevere dal Cuore misericordioso di Gesù la grazia di una buona morte. Sì: con l’aiuto di Gesù, Maria e Giuseppe, che davvero possiamo meritare di sentire in quell’ora le parole avvincenti del Salvatore: «Oggi sarai con me in Paradiso»21Lc 23,43..

in corde Iesu

+ Philip

Vescovo di Portsmouth

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Note   [ + ]

1. Qualche lettore potrà trovare oggi comunque “morbida” la sua posizione: mi permetto di dissentire. Egan prendeva posizione contro il confratello Williams, a cui la conferenza episcopale aveva da anni dato delega per le questioni di bioetica. Ogni pur cauta perifrasi, dunque, è tessera di un coraggioso manifesto ecclesiale. Di questa lettera, quando i vertici della gerarchia ecclesiastica inglese rinsaviranno, la Chiesa si glorierà come del lumicino che permise la conservazione del fuoco sacro.
2. Io 19,25-26.
3. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1014.
4. Cf. Mc 13,32.
5. CCC 1505 ss.
6. Litanie dei santi (PNAC, Manuale di preghiere, 1998), 127.
7. Libro de la Vida 1, citato in CCC 1011.
8. Everyday Catholic Prayers (London, CTS, 2012).
9. Dal Cantico di Zaccaria, Lc 1,79: cf. la “Preghiera Mattutina” dalla Liturgia delle Ore.
10. Cf. “Pastoral Care of the Dying” in Pastoral Care of the Sick (London, Geoffrey Chapman, 1983) 161-174.
11. Cf. Lc 23,39-43.
12. Phil. 1,23.
13. Cf. J. Ellershaw e D. Murphy, LCP Briefing Statement March 2011, disponibile online all’indirizzo http://www.mcpcil.org.uk/media/livacuk/mcpcil/documents/March-2011-LCP-Briefing-Paper.pdf (Dicembre 2012).
14. Per una discussione su questo, cf. l’articolo del Dr. Philip Howard, consulente di fisiologia e membro del comitato etico congiunto della Catholic Medical Association e della Catholic Union Not so Peaceful an End in The Tablet 15 settembre 2012, 8-9.
15. Cf. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al congresso internazionale su “I trattamenti di sostegno vitale e lo stato vegetativo. Progressi scientifici e dilemmi etici”, del 20 marzo 2004, reperibile online all’indirizzo https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2004/march/documents/hf_jp-ii_spe_20040320_congress-fiamc.html.
16. Da pastore ho sentito di tanto in tanto quella frase usata per dire “Starebbe meglio da morto”.
17. Cf. Treatment and Care Towards the End of Life (GMC 2010), 109-111: disponibile online all’indirizzo www.gmcuk.org/guidance/ethical_guidance/end_of_life_care.asp (Dicembre 2012).
18. Dal Catechismo:
2278 L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.
Per un’ulteriore spiegazione delle coordinate morali attorno al fine vita, cf. il documento della Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles A Practical Guide to the Spiritual Care of the Dying Person (London, CTS: 2010), anche consultabile online all’indirizzo www.cbcew.org.uk/document.doc?id=65.
19. Cf. CCC 2258 ss.
20. Cf. Rituale di assistenza spirituale ai malati 4.
21. Lc 23,43.

2 Commenti

  1. La lettera andrebbe letta con attenzione. Il Liverpool Care Pathway non è nato come via ideologica aggiuntiva eutanasica ma come via per mettere in pratica, operativamente, quello che è patrimonio (per noi in Italia largamente acquisito) del rispetto della legge naturale ed assicurare al morente un trapasso dignitoso. Quello che noi in sintesi diciamo né eutanasia né accanimento. Ma lo stesso prelato pur apprezzando le intenzionalità che ad incipit del ’97 potevano avviare una sana pratica di rispetto della persona si accorge che di fatto essa portava i semi eutanasici se non omicidi: “…Le intenzioni sono benevole, ma come pastore, per la mia esperienza e per prove aneddotiche, ho l’impressione che quanto dovrebbe essere un supporto al morente venga confuso con un supporto alla morte.” Come si sia arrivato a questo distorcendo la buone intenzionalità iniziali è purtroppo rintracciabile in tutta una serie di fattori. La cosificazione del paziente e il suo costo sociale. Nel contempo la soglia etica che nella migliore delle tradizioni immorali usa una buona intenzionalità distorcendola e creando un sistema di morte ad arte. Con il plauso di tutti. Ed è qui che le voci delle figure educative hanno latitato seppur con lodevoli eccezioni. Questa lettera è dunque preziosa non solo perché denuncia la trasformazione mortifera della intenzionalità di cura palliativa in uno strumento di morte ma anche perché ricorda, oltre i confini inglesi, come ogni paese può essere abilissimo nel cambiare persino delle buone intenzionalità in uno strumento di morte attiva. In questa confusione era caduto persino Paglia, vicino ai vescovi inglesi e fidandosi degli strumenti indiretti di informazione, ma poi ad evidenza di situazione e con lo sbilanciamento del Santo Padre, ha dichiarato a tv 2000 “a questo bimbo non bisognava staccare nulla anzi bisognava attaccare tutto” ossia proprio il vero “care” vitale di respirazione ed alimentazione e di amore in cordata attorno dei familiari e dei medici (come ricorda il Santo Padre). Proprio questa cordata vitale, necessaria quanto la nutrizione e la respirazione, è stata manipolata dal sistema giuridico inglese che ha compiuto l’obbrobrio di smantellare la “relazione sistemico-affettiva” Alfie-Tom-Katie con il paravento del Best Interest. Per il vescovo e nella sua lettera di 6 anni fa questo è tristemente chiaro: “Il punto più controverso di tutti è la sospensione di nutrizione e idratazione. È vero: non serve mangiare e bere, nelle ultime ore della vita di una persona. Ma il sottrarre nutrizione e idratazione per portare alla morte – anche ove ciò fosse permesso dalla legge per quanti vivono in un cosiddetto “stato vegetativo persistente” – è un atto di crudeltà spietata contro i più deboli e i più sprovvisti di difese: di fatto si fa morire di fame il paziente. Questa è di fatto – come diceva il beato Giovanni Paolo II – eutanasia. Nel mio ministero personale ho visto pazienti che ci hanno messo giorni a trapassare, mentre si raccontano storie di parenti che hanno nutrito i pazienti con fluidi, e questi poi si sono ripresi. Tutte queste sono ragioni per una cauta rivalutazione dell’LCP e della sua applicazione pratica.” Molto vi sarebbe da dire ancora sull’humus culturale inglese. Occorre dunque pregare perché sia dall’alto che dal basso, di tutta la Chiesa Inglese, il sistema inglese del Best Interest venga scardinato e il protocollo LCP, smascherato.

Di’ cosa ne pensi