A quale documento alludeva Tom Evans scrivendo a mons. McMahon?

Abbiamo letto la toccante lettera di Thomas Evans all’arcivescovo cattolico di Liverpool, mons. McMahon. Abbiamo pure ricevuto il testo di curia a cui il giovane padre di Alfie fa riferimento nel primo paragrafo. Lo pubblichiamo dopo un nostro commento e prima del testo di Evans.
Giovanni Marcotullio

Il comunicato dell’Arcidiocesi di Liverpool è sicuramente singolare. Non dato alla stampa, né pubblicato sugli organi ufficiali, è impostato come un rapporto, più preoccupato, anziché di esprimere una posizione sul caso, di riassumerlo in modo tendenzioso, un testo rivolto ad orientare il destinatario verso una posizione implicita. Ma a chi stendere un rapporto? Appare evidente che un simile comunicato può essere destinato solo alla Santa Sede.

Due aspetti atterriscono dei contenuti, oltre a quelli evidenziati con comprensibile afflizione da Thomas, figlio tradito, nella sua risposta.

Il primo, è che l’arcidiocesi non sembra in nessun modo non solo mettere in discussione le istanze dell’ospedale e i verdetti delle corti, ma ne sposa tanto le formulazioni quanto i resoconti. Così, seppur virgolettato, il personale medico difatti agisce “nel supremo interesse del minore”, mentre i genitori si limitano ad avanzare “desideri”. Nessuno spazio per i “secondo…” di un ente che volesse porsi al di sopra delle parti. L’arcidiocesi non prova nemmeno, non diciamo manifestare simpatia verso la famiglia, ma anche solo a porsi in senso neutrale.

Il secondo, che ne potrebbe sembrare un sottoinsieme, è in realtà un problema ben più profondo: la leggerezza con cui si parla di rimozione del sostegno vitale (in specie del ventilatore) e della conseguente applicazione di “cure palliative”. Come se le cure palliative fossero un’alternativa, o, per usare il termine del comunicato, un rimpiazzo del sostegno vitale. Ora, se anche non avessimo letto la magistrale spiegazione del prof. don Roberto Colombo, la sola idea che il passaggio alle cure palliative sia una conseguenza del distacco del ventilatore suonerebbe con insopportabile stridore indipendentemente che a rilanciarla fosse un successore degli Apostoli.

Alfie non è in una fase terminale della sua vita, i medici hanno già dimostrato più volte di non essere in grado di prevedere il decorso della sua encefalopatia. È agli atti giudiziari anche questo, ma alla diocesi dev’essere sfuggito. Tuttavia, se anche fosse, accettare l’idea che le cure palliative si rendano necessarie in conseguenza del distacco del sostegno vitale è già un’approvazione incondizionata di una misura eutanasica.

E a quale scopo, dunque, inviare un simile comunicato se non quello di scoraggiare l’intervento della Santa Sede in favore della famiglia Evans? Coniugando l’aspetto stilistico e i due di contenuti, il quadro che ne emerge è che l’Arcidiocesi, lungi dall’esprimersi in favore della famiglia, si sia attivata piuttosto per contrastare l’appello che Thomas Evans ha rinnovato al Papa nel pomeriggio di venerdì1In una conferenza stampa davanti all’ospedale, presente anche Benedetta Frigerio dalla NBQ che ne ha offerto la diretta.. La missiva contenente il comunicato-rapporto dell’arcidiocesi è di quella stessa sera.

Vorrei però soffermarmi ancora un attimo sulla questione del “piano di cure palliative”, nel comunicato dell’arcidiocesi ricevuta così come proviene dalla sentenza del giudice Hayden del 20 febbraio. Cioè, presa includente anche la citazione di Papa Francesco manipolata di modo che affermasse il contrario del suo senso proprio. In quel momento stupì non solo lo stralcio disonesto e mistificatorio del messaggio del 7 novembre, ma il fatto stesso che un giudice, alto membro del sistema giudiziario con la più marcata matrice laicista al mondo, si sia scomodato a cercare ed utilizzare le parole del Santo Padre in una propria sentenza.

Tralasciando l’aver rilanciato la mistificazione del Santo Padre nel rivolgersi proprio alla Santa Sede, se la diocesi ha utilizzato la sentenza del 20 febbraio per stilare il suo comunicato-rapporto, non può essere sfuggito a chi l’ha preparato che il giudice (con disgustoso e vessatorio paternalismo) ha utilizzato un testo del papa proprio in ragione del fatto che la famiglia parte in causa si dichiarava cattolica. Com’è allora possibile che il comunicato dica alla Santa Sede che «beninteso, i genitori non sono Cattolici (Romani2Il problema della terminologia sull’appartenenza alla Chiesa Cattolica in Regno Unito colpisce tanto i cattolici quanto i non cattolici. “Roman Catholic” in effetti è una locuzione di per sé ridondante per un cattolico non di lingua inglese, ma acquista senso nella prospettiva storica della Britannia moderna. Sviluppata con l’affermarsi e la prevalenza dell’Anglicanesimo in Inghilterra, è divenuta standard specialmente in quei momenti storici, soprattutto la metà dell’800, in cui numerosi Anglicani si rivolgevano alla dottrina cattolica per ritrovare una vita di fede guidata da un insegnamento stabile senza però accettare interamente la struttura apostolica della Chiesa (soprattutto per quanto riguarda il primato petrino nella declinazione papale): costoro si facevano chiamare Anglo-Catholic (con illustri rappresentanti nella Chiesa d’Inghilterra), mentre i cattolici in piena comunione con Roma venivano chiamati “Roman Catholic” sia con accezione dispregiativa che come mera distinzione. Dal principio del XX secolo i cattolici cominciarono ad utilizzarlo come rivendicazione della propria appartenenza alla Chiesa di Roma mentre riuscivano ad occupare sempre più spazi pubblici prima a loro quasi totalmente interdetti e, nel pregiudizio comune, attorno a loro ci si chiedeva se fossero “papisti” o semplicemente anglicani simpatizzanti, la qual cosa rimaneva certamente più auspicabile in diversi ambienti (non ultimo quello accademico). Divenne così presto un sinonimo esaustivo di “Catholic”, sostituendolo rapidamente, nonostante la Chiesa Cattolica non ne abbia mai riconosciuto la validità nei documenti ufficiali, pur non condannandone l’uso. In questa traduzione si usa tra parentesi.
L’arcidiocesi qui potrebbe in effetti intendere sia che i genitori non sono cattolici, sia che sono cattolici che non si considerano in piena comunione con Roma. Entrambe queste possibilità sono in ogni caso smentite dall’iter giudiziario, oltre che dal profondo senso di relazione filiale apostolica che emerge dalla lettera di Thomas.
)»?

Più che colpevole ignoranza, sembra maldestra dissimulazione. Il comunicato appena prima rimarca un’interessante connessione tra il Vescovo Ausiliare Tom Williams e la struttura ospedaliera, come a lasciar intendere che la diocesi non ha nulla da dire contro l’operato dell’ospedale per esperienza diretta del suo Vescovo Ausiliare. Un rapporto di “molti anni” di servizio nella cappella in forza del quale si è “off[erto] supporto ai medici e al personale”, ma non alla famiglia. È incomprensibile che nei lunghi mesi passati di difficile trattativa l’ospedale non abbia cercato la cooperazione della diocesi nella persona del Vescovo Ausiliare per mediare con la famiglia, il quale invece, dice il comunicato e la famiglia non smentisce, non ha mai incontrato gli Evans. Il timore è che questa cooperazione sia stata sì cercata e trovata ma, nella stessa indicazione che riflette la lettera, unilateralmente in favore dell’ospedale.

Viene spontaneo a questo punto chiedersi se la diocesi si sia limitata a recepire la formulazione della sentenza del 20 febbraio e non abbia invece contribuito a produrla, vista la sicurezza con cui l’assurda presentazione delle “cure palliative” viene ostinatamente ripetuta. Se, anziché un improbabile giudice della Corte Suprema, a cercare i messaggi del Papa ad uso della posizione dell’ospedale, non sia stato chi ne aveva ben maggiore dimestichezza e ben prima che si arrivasse alla conclusione dell’iter giudiziario, rispondendo alla richiesta di supporto dell’ospedale nella persuasione di due giovani sposi cattolici (lui d’educazione e nel battesimo, lei accordatasi al suo sposo nel battesimo del figlio). E che solo poi, attraverso gli argomenti dell’ospedale, sia confluito nella sentenza. Se tutto non sia partito proprio dall’arcidiocesi.

Non vorremmo mai scoprire che, sì come la pervicace reticenza dell’Alder Hey al trasferimento di Alfie si mostra sempre più fortemente terrore dell’eventualità che in altri ospedali emergano oltre ogni dubbio le loro negligenze, anche qualche alto prelato di Liverpool si muova nella noncuranza della vita di un bambino e con la preoccupazione di coprire l’abuso di un messaggio del Santo Padre.

Di seguito il testo.

Alfie Evans è il figlio di Tom Evans e Kate James. Dell’età di 23 mesi, è ricoverato all’Alder Children Hospital di Liverpool da Dicembre 2016 in quanto affetto da una condizione neurodegenerativa non diagnosticata, la maggior parte del tempo trascorso con il ventilatore.

Il personale medico operante «nel supremo interesse del minore» desiderava rimuovere il trattamento medico e sostituirlo con le cure palliative. I genitori di Charlie hanno ricusato questa decisione e a Febbraio, a seguito di un’udienza alla Sezione Famiglia dell’Alta Corte di Londra e Liverpool, mr. Justice Hayden ha sentenziato che i medici all’Alder Hey avevano facoltà di interrompere i trattamenti di Alfie. Ciò contrastava coi desideri dei genitori.

I genitori hanno contestato senza successo questa sentenza all’Alta Corte, la Corte d’Appello, infine la loro istanza è stata rigettata dalla Corte Suprema del Regno Unito e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La dirigenza ospedaliera e i genitori non sono stati in grado di concordare un programma per le cure palliative. L’11 aprile l’ospedale, com’era difatti legalmente obbligato a fare in una situazione del genere, si è rivolto nuovamente all’Alta Corte e allo scopo di ottenere il permesso per il distacco del ventilatore di Alfie e attivare un programma di cure palliative. Mentre la corte approvava un piano per il fine-vita preparato da specialisti, il giudice Hayden ha affermato che il disturbo neurodegenerativo non diagnosticato di Alfie fosse «profondamente ingiusto». Ha proseguito col dire che i dettagli del piano non possono essere diffusi perché Alfie aveva diritto alla privacy.

La comunità Cattolica (Romana) dell’Arcidiocesi di Liverpool insieme ad altre confessioni e fedi continua a pregare per Alfie, la sua famiglia e coloro che lo accompagnano in questo viaggio. Il Vescovo Tom Williams, Ausiliare di Liverpool, il quale ha lavorato come cappellano ospedaliero per molti anni, è stato coinvolto con la squadra del cappellanato all’Alder Hey, offrendo supporto ai medici e al personale. Non ha incontrato i genitori che, beninteso, non sono Cattolici.

In queste ultime settimane ci sono stati diversi raduni descritti variegatamente come “dimostrazioni”, “proteste” e “manifestazioni” per offrire «supporto per Alfie e la sua famiglia» [sic! Tutte queste virgolette come dovrebbero essere intese? Che non si tratta di manifestazioni genuine? N.d.T.]. Esse hanno avuto luogo all’interno e nei dintorni del centro metropolitano di Liverpool3Il Liverpool City Center è il cuore pulsante del capoluogo marittimo del Merseyside. Ospita la cittadella finanziaria e il centro storico e commerciale, occupa i distretti di Vauxhall, Everton, Edge Hill, Kensington and Toxteth. N.d.R., hanno visto la partecipazione di diverse centinaia di persone.

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. In una conferenza stampa davanti all’ospedale, presente anche Benedetta Frigerio dalla NBQ che ne ha offerto la diretta.
2. Il problema della terminologia sull’appartenenza alla Chiesa Cattolica in Regno Unito colpisce tanto i cattolici quanto i non cattolici. “Roman Catholic” in effetti è una locuzione di per sé ridondante per un cattolico non di lingua inglese, ma acquista senso nella prospettiva storica della Britannia moderna. Sviluppata con l’affermarsi e la prevalenza dell’Anglicanesimo in Inghilterra, è divenuta standard specialmente in quei momenti storici, soprattutto la metà dell’800, in cui numerosi Anglicani si rivolgevano alla dottrina cattolica per ritrovare una vita di fede guidata da un insegnamento stabile senza però accettare interamente la struttura apostolica della Chiesa (soprattutto per quanto riguarda il primato petrino nella declinazione papale): costoro si facevano chiamare Anglo-Catholic (con illustri rappresentanti nella Chiesa d’Inghilterra), mentre i cattolici in piena comunione con Roma venivano chiamati “Roman Catholic” sia con accezione dispregiativa che come mera distinzione. Dal principio del XX secolo i cattolici cominciarono ad utilizzarlo come rivendicazione della propria appartenenza alla Chiesa di Roma mentre riuscivano ad occupare sempre più spazi pubblici prima a loro quasi totalmente interdetti e, nel pregiudizio comune, attorno a loro ci si chiedeva se fossero “papisti” o semplicemente anglicani simpatizzanti, la qual cosa rimaneva certamente più auspicabile in diversi ambienti (non ultimo quello accademico). Divenne così presto un sinonimo esaustivo di “Catholic”, sostituendolo rapidamente, nonostante la Chiesa Cattolica non ne abbia mai riconosciuto la validità nei documenti ufficiali, pur non condannandone l’uso. In questa traduzione si usa tra parentesi.
L’arcidiocesi qui potrebbe in effetti intendere sia che i genitori non sono cattolici, sia che sono cattolici che non si considerano in piena comunione con Roma. Entrambe queste possibilità sono in ogni caso smentite dall’iter giudiziario, oltre che dal profondo senso di relazione filiale apostolica che emerge dalla lettera di Thomas.
3. Il Liverpool City Center è il cuore pulsante del capoluogo marittimo del Merseyside. Ospita la cittadella finanziaria e il centro storico e commerciale, occupa i distretti di Vauxhall, Everton, Edge Hill, Kensington and Toxteth. N.d.R.

3 Commenti

  1. Non riesco a capire: anche se i genitori non fossero cristiani, non sarebbe comunque una cosa bellissima il loro voler salvare il figlio? Mah!

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