Burke, dove vai? A margine del convegno di 7 giorni fa

Sabato 7 aprile si è tenuto a Roma un convegno intitolato “Chiesa Cattolica, dove vai?” che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dei cardinali Brandmüller e Burke in qualità di relatori. Promotori e partecipanti all’incontro non hanno nascosto la loro posizione particolarmente e, alcuni direbbero non a torto, pretestuosamente critica nei confronti del pontificato del Santo Padre Francesco, accusato neanche troppo velatamente di avere provocato una situazione di confusione nella Chiesa quando non apertamente tacciato di eresia; un simile infondato addebito è stato rivolto al Sommo Pontefice non solo da personaggi improbabili, convenuti a tale simposio sebbene giudicati dall’autorità ecclesiastica fuori dalla comunione della Chiesa Cattolica, ma è stato anche sottilmente ventilato o adombrato dai discorsi di quegli studiosi che, con sfumature diverse, hanno riesumato la teoria, prevalente in ambito conciliarista ed anti-infallibilista, del “papa eretico”.

Purtroppo la relazione del cardinale Burke al convegno romano si è mossa su questa linea, finendo per teorizzare un inesistente dovere di resistenza dei fedeli all’autorità petrina sulla base di un uso abbastanza disinvolto di fonti storiche e canonistiche. In estrema sintesi Burke sostiene che nella storia della Chiesa vi siano stati alcuni casi di pontefici eretici e che il collegio cardinalizio abbia il compito di vigilare sull’operato del Pontefice esercitando una attività di controllo e, nel caso si renda necessario, di correzione e censura. Si tratta di affermazioni gravi che non possono essere in alcun modo condivise poiché prive di un reale fondamento nel Magistero della Chiesa.
In tale prospettiva è importante chiarire che questo intervento non vuole rappresentare una confutazione organica della lunga e densa relazione del cardinale Burke ma intende esaminare singoli temi affrontati dal porporato, riflettendo sui quali il lettore potrà giudicarne la verdicità o la fallacia.

Nella prima parte del suo intervento Burke delinea una riflessione sulla plenitudo potestatis del Pontefice in linea con il pensiero tradizionale, concentrandosi soprattutto sul fatto, abbastanza ovvio, che la potestas absoluta del Papa non può essere intesa in senso autoreferenziale ma in funzione del servizio all’unità della Chiesa ed all’integrità della Fede cattolica.
Da queste premesse unanimemente condivise trae però una conclusione alquanto singolare, arrivando a sostenere che il concetto di plenitudo potestatis fosse stato elaborato per introdurre un mero «strumento necessario per il governo della Chiesa affinché l’opera della Curia fosse velocizzata, i ritardi accorciati, il contenzioso ridotto».

Una visione, si diceva, singolare poiché la plenitudo potestatis si sostanzia in un potere “assoluto” del Pontefice come princeps legibus solutus, per cui il Papa, essendo sottoposto unicamente al diritto divino, ha il potere di sciogliere dai vincoli del diritto canonico ed ha la possibilità di procedere ad una definizione derogatoria e ridefinitoria del diritto stesso (facoltà che deriva dal potere di legare e sciogliere direttamente conferito a Pietro ed ai suoi successori dal Signore Gesù); una plenitudo potestatis “plena” (così la definiva Papa Innocenzo III nella decretale Novit Ille del 1204) poiché vincolante tutti, senza distinzioni, ad un preciso dovere di obbedienza verso la Sua persona in quanto Vicario di Cristo e Successore di Pietro. Dalla plenitudo potestatis del Pontefice discendono dunque il primato giurisdizionale e la facoltà di definire e regolare l’ordinamento e la legge esistente. E che la pienezza del potere riguardi non solo l’Ufficio petrino ma la persona stessa del Pontefice è confermato dal fatto che, proprio rispetto al primato di giurisdizione, il Concilio Vaticano I, riprendendo la solenne definizione del Concilio di Firenze, abbia affermato che

tutti i cristiani devono credere che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono il primato su tutta la terra; e che lo stesso Pontefice Romano è successore del beato Pietro, Principe degli apostoli, vero Vicario di Cristo, capo di tutta la chiesa, padre e maestro di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, è stato affidato, da nostro Signore Gesù Cristo, il pieno potere di guidare, reggere e governare la Chiesa universale. Tutto questo è contenuto anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni.

Pastor Æternus, Capitolo III

anatemizzando

chi dirà che il Romano pontefice ha solo un potere di vigilanza o di direzione, e non, invece, che la piena e suprema potestà di giurisdizione su tutta la chiesa, non solo in materia di fede e di costumi, ma anche in ciò che riguarda la disciplina e il governo della chiesa universale; o che egli ha solo una parte principale, e non, invece, la completa pienezza di questa potestà.

Si tratta di un principio ribadito dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium secondo la quale

il collegio o corpo episcopale non ha autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il romano Pontefice, in forza tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. […] Il Signore ha posto solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa (Mt 16,18-19), e lo ha costituito pastore di tutto il suo gregge (Gv 21,15 ss); ma l’ufficio di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro (Mt 16,19), è noto essere stato pure concesso al collegio degli apostoli, congiunto col suo capo (Mt 18,18; 28,16-20). […] Il romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli.

Dunque è molto difficile sostenere che questa potestà del Papa, che il Codice di Diritto Canonico al canone 331 definisce “ potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente” e che comporta l’accentramento in capo al Pontefice del potere legislativo, esecutivo ed amministrativo, possa essere intesa solo come uno strumento per superare più agevolmente le lungaggini burocratiche dei processi interni alla Curia.
D’altronde lo stesso cardinale Burke riconosce che “il potere assoluto, la ‘plenitudo potestatis’, si rivela come un potere discrezionale sull’ordinamento giuridico stabilito, un potere prerogativa di agire per il bene comune al di fuori di quell’ordine se, secondo il giudizio del Papa, le circostanze lo rendessero necessario”.

E il ruolo della plenitudo potestatis acquisisce ancora maggiore significato nell’ambito della evoluzione storica della definizione del primato papale se si considera che grandi pontefici come Innocenzo III o Bonifacio VIII ricorsero a tale categoria giuridica per sostenere la pienezza del potere del Papa non soltanto in ambito spirituale ma anche sul terreno temporale, affermando la superiorità del potere del Pontefice su qualsiasi altro potere terreno, compreso quello dell’imperatore, per sua natura subordinato ed inferiore così come lo è la luna al sole (per usare la celebre metafora astronomica di papa Lotario dei conti di Segni).

Dunque, in ragione di tali considerazioni, risulta poco convincente la concezione, che pare emergere nella relazione di Burke, di una plenitudo potestatis circoscritta essenzialmente ai rapporti con la burocrazia curiale, tanto più che lo stesso porporato, citando alcuni brani del contributo del Professore John A. Watt dell’Università di Hull per il Second International Congress of Medieval Canon Law, tenuto al Boston College nel 1963, sostiene che

la plenitudo potestatis rappresentava due cose, entrambe esattamente corrispondenti alla sua storia canonica: il principio del primato giurisdizionale in quanto tale, in tutti i suoi aspetti giudiziari, legislativi, amministrativi e magistrali, e più strettamente, il principio che i prelati derivavano la loro giurisdizione dal Papa.

Date tali premesse risulta ancora più incomprensibile ed opinabile l’idea, elaborata nel XIII secolo da Enrico Da Susa e sostenuta dal Burke, seconda la quale in caso di errore il Papa

deve essere avvertito sull’errore delle sue azioni e perfino pubblicamente ammonito, ma non potrebbe essere chiamato in causa, se persistesse nella sua linea di condotta.

Il cardinale statunitense chiosa ulteriormente dicendo che

secondo il celebre canonista, il Collegio dei Cardinali, anche se non condivide la pienezza del potere, dovrebbe agire come un controllo de facto contro l’errore papale. L’Ostiense […] ha altresì pensato come regola generale che il Papa dovrebbe raramente discostarsi dal diritto comune e ha anche pensato che egli dovrebbe ottenere il consiglio fraterno dei suoi consiglieri designati prima di farlo. Se, secondo la coscienza ben formata, un fedele ritenga che un particolare atto di esercizio della pienezza del potere sia peccaminoso e, di conseguenza, non riesca ad essere in pace nella sua coscienza sulla questione, il Papa deve essere, per dovere, disobbedito, e le conseguenze della disobbedienza, sofferte con pazienza cristiana,

sebbene lo stesso sia costretto ad ammettere che “a parte il pubblico ammonimento e la preghiera per l’intervento divino, il nostro autore non offre un rimedio cogente per l’abuso nell’esercizio della plenitudo potestatis” (semplicemente perché non esiste, aggiunge chi scrive).

Con tutto il rispetto per il grande canonista medievale, quella del Da Susa è semplicemente l’opinione personale di uno studioso del ‘200 che, peraltro, non è mai stata recepita dal Magistero della Chiesa e che secondo non pochi studiosi sarebbe addirittura incompatibile con esso. La tendenza, ricorrente negli scritti di Burke, a delineare il collegio cardinalizio come una sorta di organo di vigilanza sull’operato del Papa, come fosse un collegio sindacale o un consiglio di sorveglianza chiamato a vigilare sulla correttezza dell’attività dell’amministratore delegato di una società di capitali, sembra riproporre l’ennesima versione (seppure di maggiore finezza) delle teorie conciliariste quattrocentesche, affermanti la superiorità dei vescovi e dunque del concilio sul potere pontificio. Se però si ammettesse una simile formula, si stravolgerebbe l’intero impianto dell’ordinamento della Chiesa poiché, qualora fosse attribuito ai cardinali il diritto di vagliare ed approvare o bocciare le iniziative del Papa, quest’ultimo verrebbe ridotto a primus inter pares, privato di fatto di quella potestà suprema che gli appartiene per diritto divino ed in ogni sua decisione vincolato all’ipotetico intervento censorio dei cardinali. La Chiesa verrebbe a trasformarsi in un sistema di governo oligarchico in cui il Pontefice manterrebbe un primato onorifico ma sarebbe di fatto subordinato al giudizio ultimo del collegio dei cardinali, pena l’inflizione di una specie di “mozione di censura”. Peraltro non si comprende con quale autorità i cardinali potrebbero giudicare o comunque sottoporre a controllo il Papa, dalla cui suprema potestà deriva la stessa autorità, inferiore, degli stessi, che dunque sarebbe libero di rimuovere, rientrando questo nel suo pieno diritto. E se il Papa non potesse revocare la porpora a coloro che rimangono pur sempre suoi collaboratori, dovendo invece sottostare al loro controllo ed alla loro eventuale correzione (e dunque al loro giudizio) come potrebbe il Vescovo di Roma ritenersi ancora in possesso di quella potestà definita piena, suprema ed universale?

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4 Commenti

  1. Qualsiasi testo è suscettibile di letture benevole e letture malevole. Ora, la lettura dell’autore dell’articolo dell’intervento del Cardinale Burke del 7 aprile, non è particolarmente benevolo, per non dire che è malevolo. Io sarei propenso a una lettura più benevola: dà voce alla perplessità di tanti cattolici di fronte alle parole ed alle azioni di Francesco, cattolici che come me sono sempre stati propapali, e che hanno venerato Giovanni Paolo II ed il suo successore Benedetto XVI. Ma già quest’ultimo regnante, e conoscendo la forte avversione espressa nella Chiesa nei suoi confronti, io mi chiedevo come mi sarei atteggiato se fosse diventato papa un personaggio più vicino all’orientamento dei suoi avversari che a lui. Purtroppo ciò è accaduto, e la cosa mi lascia fortemente turbato. Mi sembra che il cardinale Burke abbia voluto dare voce a questo turbamento. Se sosteniamo, come fa l’articolo, che la plenitudo potestatis del papa non conosce limiti, non umani ma nemmeno di diritto naturale e divino – come invece mantiene il cardinale – come mi devo comportare? Dovrò forse dire che, siccome sono entrambi papi, Benedetto XVI e Francesco essi hanno ugualmente ragione? Ma se ho l’impressione che il loro insegnamento diverga, lo dovrò negare affermando che hanno detto e dicono esattamente la stessa cosa? E non sarebbe questa una ingiunzione all’uso della mia ragione, alla luce della quale percepisco invece una differenza? O forse dovrò dire che quello che vale è ciò che dice l’ultimo pontefice, che perciò può cancellare quello che hanno detto i pontefici precedenti? Una soluzione è quella avanzata dal cardinale Burke: prendiamo sul serio quella che nel trattato sul papa di san Roberto Bellarmino era una semplice ipotesi di scuola, che cioè un papa possa errare. Non serve sottolineare, come fa l’articolo, che egli non lo riteneva fattualmente possibile: intellettualmente la possibilità c’è. Non è quindi illegittimo chiedersi se, nella attuale contingenza ecclesiastica, essa non si sia di fatto verificata. Se la risposta è negativa, essa può comandare il rispetto solo se la coincidenza dell’insegnamento del papa regnante con i suoi immediati predecessori e con la tradizione è ben argomentata, senza appellarsi ovviamente al suo essere papa. Altrimenti, in caso di risposta positiva, la domanda sul da farsi trova nella prolusione del cardinale Burke una bella risposta, che non è assolutamente quella para-conciliarista che gli attribuisce l’articolo: dare rispettosamente voce al proprio argomentato dissenso nei confronti del papa, pregare, e attendere che quel dissenso prepari l’elezione di un papa più in consonanza con la tradizione.

  2. Qui di improponibile e malevola c’è sola la sua lettura, assai pretestuosa, dell’intervento del Card. Burke.

  3. Innanzitutto desidero ringraziare il signor Salzano per il tempo che ha voluto dedicare alla lettura del mio intervento e per la scelta di condividere le sue osservazioni favorendo un clima di dialogo pacato nella diversità delle posizioni. Constato invece che il signor Pierluigi preferisce trincerarsi dietro affermazioni apodittiche rinunciando ad argomentare nel merito.
    Venendo ai temi sollevati dal primo commento, cercherò di essere chiaro.
    In primo luogo mi sembra che dipingere Papa Francesco come una figura appartenente o comunque vicina ad una corrente avversa a San Giovanni Paolo II ed a Benedetto XVI sia ingeneroso non solo nei confronti del Santo Padre ma anche verso i suoi predecessori, dato che il santo Papa polacco lo nominò arcivescovo e cardinale e l’attuale emerito gli rinnovò la sua fiducia confermandolo alla guida dell’arcidiocesi di Buenos Aires fino all’apertura del Conclave che lo avrebbe eletto.
    In secondo luogo in nessuna parte dell’articolo si afferma che la plenitudo potestatis del Pontefice sarebbe senza limiti poiché, in apertura al ragionamento, viene apertamente affermato che “la potestas absoluta del Papa non può essere intesa in senso autoreferenziale ma in funzione del servizio all’unità della Chiesa ed all’integrità della Fede cattolica” e più avanti viene specificato che il potere del Papa è “sottoposto unicamente al diritto divino”. È evidente, infatti, che il diritto divino rappresenti il limite oltre il quale nessuna autorità umana si può spingere.
    Ogni pontificato si caratterizza per diversità di stili e di temperamenti così come per modalità peculiari di evangelizzazione e di predicazione del medesimo messaggio cristiano senza che per questo venga pregiudicata quella continuità che nei documenti magisteriali emerge chiaramente e che lo stesso papa emerito ha riconosciuto esistere in più di una occasione. Il Santo Padre Francesco, infatti, non ha mai inteso “cancellare” quanto detto dai suoi predecessori (tre dei quali ha anche voluto canonizzare) ma, come da sempre accade nella storia della Chiesa, ha invitato il popolo di Dio a camminare nella sequela del Divino Maestro operando un continuo e progressivo approfondimento della Rivelazione e della Dottrina, così come hanno fatto coloro che lo hanno preceduto sul soglio di Pietro.
    Burke, ribadisco, compie un’affermazione molto grave dicendo che vi siano stati casi di eresia di pontefici poiché, molto semplicemente, è falso. La successiva citazione en passant dell’opera di Bellarmino, senza nemmeno indicare di cosa tratti, appare di una superficialità che non ci si aspetterebbe da un intellettuale del suo livello.
    Bellarmino affronta sì l’ipotesi del papa eretico ma già in premessa afferma che non è possibile che si concretizzi. Si tratta di una ipotesi assimilabile, nella grammatica italiana, ad un periodo ipotetico dell’irrealtà. Egli infatti afferma che “il papa non solo non deve ma anche non può predicare l’eresia e non c’è alcun dubbio che mai accadrà”, ricorrendo addirittura al paragone con “l’asina di Balaam”.
    Dunque la possibilità che un papa diventi eretico è la stessa che un asino cominci a parlare. Peraltro, aggiunge, in questo caso si tratterebbe di una violenza e non di una azione conforme al modo di agire della Provvidenza. Infatti il Signore mai permetterebbe che il suo popolo venisse fuorviato dalla stessa persona che ha scelto perché lo guidi sulla terra.
    Inoltre tutto questo dibattito molto interessante non solo non ha mai ottenuto alcun tipo di conferma da parte del Magistero ma non è mai stato nemmeno preso in considerazione; anzi i pronunciamenti papali e conciliari sulla ingiudicabilità del Papa, supremo giudice, e sull’assitenza divina nel suo ministero vanno esattamente nella direzione opposta.
    Infine ribadisco che la posizione espressa da Burke è molto più vicina alle tesi conciliariste che a quella del Magistero della Chiesa: Burke infatti non si limita a rivendicare il diritto al dissenso (che mi pare eserciti in tutta la sua pienezza) ma introduce, da un parte, un’inesistente prerogativa di controllo dei cardinali sull’operato del papa, dall’altra un diritto/dovere dei “devoti” alla disobbedienza verso l’autorità pontificia in base ad una valutazione soggettiva di aderenza o meno a quelli che essi pensano sia il corretto esercizio del ministero petrino.
    Infine vorrei ricordare che la preghiera per il Santo Padre è diretta a chiedere la grazia di una lunga vita alla guida della Chiesa e non è ordinata ad ottenere una rapida successione funzionale ai propri desiderata (che sarebbe molto triste se si delineasse come “fallo di reazione” dell’area del dissenso).

  4. Gentile sig Rapetti Arrigoni,
    non avendo le competenze per risponderle nei termini tecnici da lei adottati con molta abilità mi associo a quanto detto dal sig. Giorgio Salzano, e aggiungo di mio constatazioni terra-terra ma che, presumo, siano quelle che può fare, in generale, il cattolico medio. Lei sostiene che il Papa regnante è in perfetta continuità con i Papi che lo hanno preceduto. Devo dissentire, e le assicuro con molto dispiacere, e le faccio un esempio pratico della ragione per cui…
    Si ricorda la querelle “Inferno si/Inferno no” che si è scatenata dopo l’articolo di Scalfari che riportava gli argomenti trattati durante l’incontro pre pasquale con Papa Francesco ? Presumo di si. Ebbene, come lei ricorderà da parte della Santa Sede non ci fu una smentita ferma e chiara in merito. Furono poche frasi che considerare ambigue è praticamente obbligatorio. Ci furono rimostranze, persino da parte del direttore del Sismografo, ma una risposta chiara da parte del Papa non ci fu. Eppure la Dottrina Cattolica in merito è chiara, basta leggersi il Catechismo della Chiesa Cattolica. E non mi sembra che sia nemmeno un optional credere nell’esistenza di quel poco ameno posto. Se ben ricordo la Santa Madre di Dio lo fece vedere ai tre pastorelli di Fatima, e poi ci fu portata anche santa Faustina. Per citare solo i due episodi che mi vengono in mente di primo acchito. Pare che nessuno di questi l’abbia considerata una “gita premio”, spiritualmente utile ma poco piacevole, per la natura stessa del luogo. Lei pensa che la Madonna lo avrebbe fatto se l’inferno non esistesse, o se non fosse stato assolutamente necessario ? Eppure mi consta che ci siano molti cristiani che preferiscono non crederci, ma poiché ci sono anche molti cristiani che non credono alla Resurrezione di Gesù (non c’era la cinepresa ad immortalare il fatto) è evidente che il laicismo ha fatto grandi passi nella Chiesa. Mi dirà che sto divagando, ma le dico di no. È tutto strettamente collegato. Ci provi e vedrà anche lei i collegamenti. Comunque ritornando all’affaire Scalfari ci fu chi assicurò che il Papa non poteva certo mettere in dubbio un dogma della Chiesa. I Papi non lo fanno mai… Sarà, infatti i Papi devono confermare i loro fratelli nella fede cattolica. Bene, ma vediamo gli ulteriori sviluppi. In visita pastorale a San Paolo della Croce un bimbo in lacrime si rifugia in braccio al Papa e gli racconta le sue angosce: il papà ateo è morto e lui teme che sia all’Inferno . Toccante episodio, tutti commossi, ed il Papa gli dice di stare tranquillo perché il padre è in cielo. Non gli dice che l’inferno non esiste, gli dice che il padre è in cielo. Forse perché è stato un bravo papà è andato in cielo ? O forse perché si è pentito prima di morire e sicuramente è andato in cielo ? O perché non si nega mai una bugia ad un bambino in lacrime ? Nemmeno in purgatorio, diritto in cielo. Tutti vanno in cielo, anche gli atei. Perché il vero succo del toccante episodio era questo messaggio di tipo “trasversale”. Oh certo, non si è detto esplicitamente che l’inferno esiste, ma a buon intenditor… Si sgretola la dottrina piano piano, con gesti plateali ma molto abili, dal punto di vista della comunicazione di massa… Quello che contesto è la vulgata che il Papa non sappia bene quello che fa, che sia confuso. Mi sembra di poter pensare, e dire, che sa benissimo sia quello che vuole che quello che fa, e come manipolare le situazioni per portare a buon fine (dal suo punto di vista) i suoi progetti. Che siano in perfetta continuità con i suoi predecessori: no, quello che sta accadendo è un abbraccio mortale con la Chiesa Luterana attraverso una perfetta “protestantizzazione” della Chiesa Cattolico Romana. Lo spostamento dalla teologia della salvezza alla Teologia della liberazione con nuance rahneriane rendono questa “antropoteologia”, dal punto di vista protestante, piuttosto “interessante”. L’intercomunione, la messa/culto congiunta, l’idea di conciliarismo, lo stravolgimento della Santa Messa dall’ostia in mano alla Comunione a chi non si sente peccatore, qualsiasi cosa faccia, basta che nella sua coscienza che è l’unico giudice, si senta “a posto” (Veritatis Splendor le dice nulla ?). La distruzione di Ordini di vite consacrate, soprattutto se particolarmente consacrate a Maria. La messa in una cattedrale luterana. E via di questo passo, dove la continuità c’è solo in chi apprezza questa vera e propria rivoluzione. E senza virgolette. So che molte persone che ora sono costernate e ne vedono tutta la pericolosità per le anime pensano che con il prossimo Papa sarà possibile rimettere a posto le cose. Non credo che questa sarà la via, anche perché in questi anni sono stati emeritati o sono andati in emeritazione vescovi e cardinali sostituiti da persone che hanno, anche loro, l’ ambizione di ridurre la Chiesa ad immagine di Rahner. Ma sono sicura che il Signore Gesù troverà il modo di difendere il Suo Corpo da questi stravolgimenti. Ed anche la Sua Santa Madre, poiché per portare efficacemente a termine questa operazione è indispensabile uccidere la Madonna negandola, e francamente non lo credo possibile. La Santa Madre di Dio è il nostro baluardo, e la nostra difesa, come a Lepanto.

Di’ cosa ne pensi