“Middle Class Holiness”: Papa Francesco ci rimanda al Cielo

Naturalmente dobbiamo ancora leggerla a fondo, ma questa esortazione apostolica di Papa Francesco (la terza contando quella postsinodale, la seconda motu proprio data) ha già molto per piacerci. Anzitutto una cosa, quella principale: ci ricorda perché esista la Chiesa, nonché per quale motivo abbia senso esserne parte. Gaudete et exsultate tratta dell’argomento più religioso che esista – il Cielo – e della prerogativa più peculiarmente cristiana tra le religioni – la possibilità di portarlo sulla terra prima ancora di arrivarci noi, in Paradisum.

Sembra di tornare indietro di sei anni, per reminiscenze, allo storico Sanremo di Adriano Celentano, quando il Molleggiato allungò una memorabile tirata contro Avvenire e contro i sacerdoti cattolici,

perché nei loro argomenti e dibattiti tv, non parlano mai della cosa più importante: il motivo per cui siamo nati. Insomma, non parlano mai del Paradiso. Danno l’impressione che l’uomo sia nato solo per morire.

E poche settimane dopo gli rispondeva Corrado Guzzanti con le labbra del suo geniale padre Pizzarro, erto a presidio del quotidiano dei Vescovi italiani (nonché del Paradiso):

E se sbàja pecché co’ ddue euro ’n più ce stava ’n inserto tutto accolori.

Era il 2012, all’epoca il nome del futuro Papa Francesco era quasi dimenticato dagli stessi vaticanisti. Quindi proseguiva Guzzanti – dopo aver toccato i temi delle affiliazioni ecclesiali di membri del governo Monti, delle controverse riforme dello Ior, della fresca e chiacchierata esumazione di “Renatino” De Pedis – confessando di trovarsi spaesato nel sentirsi porre domande sul Papa:

Che c’entra questo? Stavamo a parla’ de cose serie, de sòrdi, improvvisamente te ne esci co’ ’sta cosa? […] Scusa, non facciamo confusione, ché poi ’a ggente a casa non capisce: un conto so’ ’e cose serie, va bbene? – l’affari, l’immobili, l’8‰, i sòrdi… tanti sòrdi… che poi so’ i vostri, no? – E un conto ’a parte de ’o spettacolo, no? ’A trama, l’attori, er colpo de scena…

Del resto spesso parlare del Paradiso è stato l’alibi per non parlare di questioni definite “urgenti” e “di croccante attualità”. Ecco, Gaudete et exsultate sembra intervenire proprio per dissipare queste ambiguità e incomprensioni: analogamente alla conversione e al martirio, anche la santità è in sé quello che von Balthasar chiamerebbe “il caso serio”, perché riesce a diventare l’argomento di conversazione pur senza essere nominato. In effetti la parola “paradiso” non ricorre neppure una volta, in questo documento sulla santità. Di “cielo” si parla invece quattro volte (escludendo due titoli di paragrafo) e solo due di quelle quattro non sono citazioni (o autocitazioni). Tanto vale giustapporle qui di seguito, poiché offrono uno scorcio interessante (ancorché accidentale) sul documento:

Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina.

[…]

La misura che usiamo per comprendere e perdonare verrà applicata a noi per perdonarci. La misura che applichiamo per dare, sarà applicata a noi nel cielo per ricompensarci. Non ci conviene dimenticarlo.

Gaudete et exsultate 24.81

Il gioco (perché non più di questo può ambire ad essere) di pescare i paragrafi con la parola “cielo” nella ricorrenza più “libera” ci ha paradossalmente offerto uno specchio fedele dei contenuti dell’Esortazione apostolica, almeno per come appare a una prima rapida ricognizione:

  • primato della trascendenza;
  • pienezza della Rivelazione in Gesù;
  • preminenza assoluta dell’iniziativa di Dio;
  • natura mistica della vita di santità;
  • espressione sociale della santità cristiana;
  • fondamento evangelico.

Se dunque in conferenza stampa qualche collega ha chiesto se la santità di cui si parla nel documento non sia forse una santità «un po’ troppo “orizzontale”», sembra che tale impressione fosse dovuta soprattutto a fattori estrinseci. In realtà, il testo è tanto lungo quanto ricco di spunti, e una miniera dalle molte vene non può essere esaurita in un invito alla lettura: ci sono molte belle citazioni da scritti di santi (come era lecito attendersi), ma mancano alcuni aurei strumenti di ascetica che in un testo non brevissimo pensavamo di poter trovare; si parla di “genio femminile”, ad esempio, e leggiamo fin dalle prime pagine parole acutissime di Edith Stein, ma ci ha colpiti per esempio non trovare passaggi di Madeleine Delbrêl (e mons. Jean-Marc Eychenne ha chiaramente affermato di vedere nella materia centrale dell’Esortazione un tema fondamentale della Venerabile di Mussidan).

Poco male, Gaudete et exsultate non è un testo a cui si debba chiedere tutto, ma sembra piuttosto un documento volto a richiamare l’attenzione su alcuni grandi fondamentali. In tal senso mi ricorda, nella sua semplice e alta ambizione, la Dominus Iesus, pubblicata nel cuore del grande Giubileo del duemila: che Gesù Cristo e la sua Chiesa siano un unico Salvatore degli uomini composto da due soggetti “non adeguatamente distinti” [l’espressione si usa per altro ma qui è calzante] sembrerebbe verità lapalissiana, nella Chiesa cattolica, ma così non è. Allo stesso modo, che la santificazione dell’uomo, ovvero la sua salvezza eterna e la sua divinizzazione, siano in testa a tutti i fini della Chiesa, è cosa che non appare tanto evidente, se si considerano i vari Celentano, padre Pizzarro, cattocomunisti e cattofascisti più o meno “infra mœnia”. Ho “goduto ed esultato” grandemente, per esempio, quando il Papa ha richiamato insieme «le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo», ovvero lo parcellizzano in “cattolicesimo di destra” e “cristianesimo di sinistra”:

La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente.

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli.

GE 101-102

E allo stesso modo ho particolarmente apprezzato che il Papa abbia citato san Tommaso per ricordarci come lo stesso Signore che apprezzò maggiormente l’ascolto di Maria alla laboriosità di Marta gradisce maggiormente il nostro servizio al prossimo che lo stesso culto divino:

Non posso tralasciare di ricordare quell’interrogativo che si poneva san Tommaso d’Aquino quando si domandava quali sono le nostre azioni più grandi, quali sono le opere esterne che meglio manifestano il nostro amore per Dio. Egli rispose senza dubitare che sono le opere di misericordia verso il prossimo, più che gli atti di culto: «Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo: Egli infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo».

GE 106

C’è qualcosa che – forse a dispetto di qualche aspettativa – Gaudete et exsultate assolutamente non è:

Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione. Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. Perché il Signore ha scelto ciascuno di noi «per essere santi e immacolati di fronte a Lui nella carità» [Ef 1,4].

All’interno del grande quadro della santità che ci propongono le Beatitudini e Matteo 25,31-46, vorrei raccogliere alcune caratteristiche o espressioni spirituali che, a mio giudizio, sono indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui il Signore ci chiama. Non mi fermerò a spiegare i mezzi di santificazione che già conosciamo: i diversi metodi di preghiera, i preziosi sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’offerta dei sacrifici, le varie forme di devozione, la direzione spirituale, e tanti altri. Mi riferirò solo ad alcuni aspetti della chiamata alla santità che spero risuonino in maniera speciale.

GE 2.110

E questi pochi aspetti sono quelli già altre volte chiamati “classe media della santità”: l’eco con la “piccola via” di Teresa di Lisieux è immediata e forte, e l’impressione è che il “discernimento” che tanto ha fatto discutere nel contesto di Amoris lætitia abbia trovato qui una tornitura particolare – perché se lì si poteva avere idea che fosse l’escamotage per una vita di lassismo qui è (fin troppo) evidente che l’invito del Papa è a «una misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte 31). Capisco in tal senso il collega che stamane ha chiesto, durante la presentazione, se Gaudete et exsultate possa considerarsi una risposta ad alcune critiche ad Amoris lætitia. Gianni Valente ha risposto dal tavolo dei relatori, affermando che non gli risulta di simili intenzioni dell’autore, e che anzi le corrispondenze tra i testi andrebbero indagate nel senso di un’intrinseca continuità di sviluppo pastorale e dottrinale.

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