Frizzi e Beltrame: quei morti che dovrebbero insegnarci molto

Un segno dei tempi – si potrebbe curiosamente notare, come mi è capitato scrivendo questa riflessione – è la difficoltà del correttore automatico di uno smartphone o di un computer di recepire una Verità che trascenda sia la storia che la tecnica: al posto del Verum (preso nella sua coincidenza con l’Essere), il correttore automatico suggerisce un più pragmatico Rerum (genitivo plurale latino di res, tra i cui significati c’è anche il termine fatto) o, in alternativa, di annaffiare qualsiasi velleità meditativa con un più aromatico Vermut.

In Introduzione al Cristianesimo, però, Ratzinger non ritiene un male assoluto il cambiamento di paradigma culturale. Sia il factum prima che il faciendum poi non sono estranei al Cristianesimo: al suo centro c’è l’incarnarsi di Dio nella storia ma anche la possibilità per l’uomo di incidere – con il proprio operare – per la costruzione di un mondo meno inquinato dalle strutture di peccato. La posizione ratingeriana, tuttavia, è quella di non legare esclusivamente la fede alla prospettiva del faciendum perché essa è qualcosa che va oltre il fattibile e il controllabile per via sperimentale.

La persona, in effetti, non vive solo del pane del fattibile, ma vive invece da essere umano e, proprio in ciò che è specifico della sua umanità, vive di parola, di amore, di senso della realtà.

op. cit., 65

Un senso – inteso come significato profondo che vada oltre il già fatto e il fattibile – che molti hanno cercato in questi giorni nelle morti di Frizzi e Beltrame.

La riflessione ratzingeriana spiega, in parte, anche l’abbandono, sia nell’ambito del pensiero laico che in quello di una certa teologia e di una conseguente azione pastorale, delle questioni ultime a favore di quelle penultime. Persino terzultime: proprio da pochissimo Giovanni, rifiutandosi di commentare l’ennesimo incidente targato Scalfari, ricordava l’appiattimento – tipico del malessere ecclesiale odierno – su beghe che poco hanno a che vedere, in effetti, con la novità dirompente apportata dal messaggio cristiano, che sembra tralucere nell’esistenza di Beltrame, come – aggiungo – in quella di Frizzi. Archiviate in fretta queste due morti significative per tanti, ci si è subito rigettati sulle “piccole cose” quotidiane.

Eppure il Cristianesimo non ha conquistato l’uomo antico, estendendo la sua signoria fino a noi contemporanei, per questioni quali l’ultimo colloquio travisato del Papa o l’ormai consueto lancio di missili via stampa tra conservatori e aperturisti sulla comunione ai divorziati risposati. Gesù di Nazaret si è presentato come la Via, la Verità, la Vita. Anche l’uomo contemporaneo, quasi livellato su una dimensione orizzontale, mostra talvolta di avvertire ancora l’eco di questi tre termini nel suo cuore, con le relative maiuscole. La morte di un conduttore televisivo di cui molti hanno ricordato la bontà d’animo, l’amabilità, la trasparenza (per una volta – probabilmente – senza la retorica di rito) e il sacrificio di purissima gratuità di un gendarme hanno creato un sussulto collettivo che testimonia l’anelito al Verum, al Bonum, iscritto nell’animo umano, e che trascenda gli accadimenti e il plasmare dell’uomo, attraverso la tecnica, la realtà di ogni giorno. La breccia che eventi come questi creano su un muro che respinge quasi ogni riflessione che s’involi verso l’Eternità – muro costruito con cura dall’uomo contemporaneo – è gravida di speranza. Non tutto è perduto e sarebbe bene che anche la riflessione teologica e l’azione pastorale cogliessero questo forte segnale per non disperderlo in piccolezze, come certe vane chiusure o banali inseguimenti nei confronti del mondo (che, a volte, sembrano le due facce di una stessa medaglia di scarso valore), rilanciando quel Kerygma originario dalla potenza deflagrante, Gesù Cristo Crocifisso è Risorto, di cui l’uomo ha ancora oggi bisogno.

Siamo quasi a Pasqua e, secondo una felice espressione di don Tonino Bello, questa è la festa dei macigni rotolati: la reazione popolare alle due morti ci ha mostrato come non sia impossibile uscire dal sepolcro del faciendum (quantomeno di una sua pervasività), in cui ci siamo infilati con i nostri stessi piedi, e andare verso una vita più ricca di significato. Tornando ai due defunti, metto da parte frettolose canonizzazioni laiche, ma spero e prego che sia Frizzi sia Beltrame, che pare abbiano seminato bene, possano godere prima o poi di quanto santa Ildegarda di Bingen

Ildegarda

scrisse a proposito delle anime dei beati:

[…] la loro gloria è ineffabile; il loro numero non è calcolabile, nessuno lo conosce se non la scienza di Dio. Tutto ciò che Dio vuole, anche loro lo vogliono, e così sono congiunti in un unico principio, come un corpo che non si divide. Infatti, per quanto abbiano volti differenti, vivono in unanimità, come un corpo che pur avendo singole membra, tuttavia è un unico corpo; sono così un’unica vita nell’unanimità.

Come per lucido specchio. Libro dei meriti di vita, a cura di Luisa Ghiringhelli, Mimesis Edizioni 1998, 83.

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2 risposte a “Frizzi e Beltrame: quei morti che dovrebbero insegnarci molto”

  1. Salve!
    Non voglio smontare questo bel articolo né nessuna delle sue idee che anzi mi piacciono e voglio anche io senz’altro unirmi alla speranza che inducono quelle “crepe sul muro”…
    Il mio pensiero comune davanti a questi grandi movimenti di folla in occasione di importanti funerali (non solo per Frizzi e Beltrame ma anche per Ferrucci che morì suicida…e per tanti altri eccetera) è simile al tuo ma forse troppo realista: anche i cristiani e non solo quelli di oggi, si fermano al sepolcro. Pur essendo battezzati e quindi avendo in sé il seme della resurrezione, sentiamo di appartenere al sepolcro più che alla nuova vita in Dio… Io setsso sono tentato spesso a questi pensieri quando ho partecipato a funerali di persone giovanissime, Alice di 10 anni, Francesco di 18, Diletta di 19… anche io ero disperato e non solo addolorato, per la loro morte… tutti e tre cristiani, tutti e tre figli di famglie profondamente cristiane, tutti e tre figli di madri che hanno confermato la loro adesione a Dio anche nel discorso funebre… il padre di Francesco parlò per la moglie (che in quel momento era troppo commossa) e disse: “siamo addolorati nel modo più triste possibile ma non siamo disperati” … ed io che ero lì ed ero più disperato di loro! C’è una troppo umana adesione al sepolcro anche in noi cristiani che dovremmo avere invece ben inculturata la promessa di una elevazione della nostra umanità oltre le barriere della morte… Anche noi cristiani non abbiamo ben capito cosa è veramente il “passaggio” cioè la Pasqua… Io sono sempre più convinto che dovremmo non solo affidarci molto di più alle parole “è veramente risorto” ma dovremmo cominciare a smettere di dirle e di ripeterle perché finalmente assimilate!
    saluti
    RA

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