Chi se ne frega di Scalfari e del Papa! Pensate a Beltrame

Avevo pensato di ritagliarmi un momento, nella giornata, per commentare le calunniose millanterie di Eugenio Scalfari pubblicate su Repubblica stamattina: quelle per cui Papa Francesco avrebbe dichiarato di credere che le anime dannate semplicemente si dissolvano nell’aldilà.

Naturalmente chiunque capisca qualcosa di teologia, anche se non conoscesse una sola riga del magistero di Papa Bergoglio (oltremodo ricco di riferimenti al preternaturale e ai novissima), potrebbe serenamente seppellire il farneticante racconto di Scalfari con una benevola risata.

Avrei voluto raccogliere qualche bel testo di Papa Francesco – quello vero – sul diavolo e sull’inferno, cominciando dai densissimi riferimenti snocciolati nel corso della visita sui luoghi di Padre Pio, neppure due settimane fa. Ma devo dirlo: sinceramente non mi andava. I socciani e gli altri malpancisti pregiudizialmente avversi al Santo Padre cercano meri pretesti, e non ho voglia di perdere tempo con chi lavora a perdere la propria pace:

  • sulle prime dicevano che il Papa era eretico;
  • quando hanno mostrato loro il magistero autentico che allora doveva fare perlomeno una rettifica dalla Sala Stampa;
  • quando è arrivata la rettifica dalla Sala Stampa hanno detto che i giornaloni, i quali avevano dato spazio al delirio di Scalfari, non avrebbero fatto altrettanto con la rettifica;
  • quando Reuters e il New York Times hanno dato spazio alla rettifica si sono arroccati nel dire che il Papa non dovrebbe vedere Scalfari.

E basta.

A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili? Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri:

Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato;
vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!

Lc 7, 31-32

Pensavo però che sarebbe stato interessante scrivere un divértissement psicanalitico sul subconscio di Scalfari: proprio perché non è la prima volta che il vegliardo spara ad alzo zero sul tema inferno non mi pare né azzardato né così originale pensare che sotto sotto ci sia un problema. Un problema suo, intendo, dell’uomo Eugenio Scalfari, che all’ormai incombente avanzata della Livella si chiederà a come guardarla in faccia, la morte, quando arriverà. E come sarà valutato, se un qualche giudizio ci sarà, tutto il lavoro da lui favorito e propiziato contro i diritti di Dio e della sua Chiesa? Forse non sarebbe poi così male se gli invitati in condizioni impresentabili finissero semplicemente a dissolversi nel nulla. E invece di quelli “gettati nella Geenna” Gesù dice che «il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,48).

Perché – ha ragione il buon vecchio Principe di Danimarca – chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo,
gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,
l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe darsi quietanza
con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,
grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà
e ci fa sopportare i mali che abbiamo
piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?1William Shakespeare, Amleto, atto III, scena I.

Eugenio sente dal suono della propria clessidra che non restano ancora molti granelli da travasare, e

così la coscienza ci rende tutti codardi,
e così il colore naturale della risolutezza
è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,
e imprese di grande altezza e momento
per questa ragione deviano dal loro corso
e perdono il nome di azione2Ibid..

È vero, sarebbe forse interessante indagare sull’inconscio e circa il subconscio di Scalfari… ma anche di questo giochino faccio volentieri a meno. In realtà, l’odierno pasticcio comunicativo (che stavolta riguarda la stampa secolare e non la Santa Sede) ha senza dubbio il pregio di tornare a mostrarci quanto sia malsano lo stato di salute ecclesiale che cerca ogni giorno nella cronachetta della Santa Sede il proprio pane quotidiano. «Il Papa ha raccontato una barzelletta sporca», «Il tale Prefetto ha detto che sta aspettando la morte del suo confratello per fare piazza pulita del suo lavoro», «Il tale Monsignore è stato pescato in quel famoso localino da una retata della polizia che cercava cocaina». E poi “quello è prochoice e noi siamo prolife”, “per difendere la vera tradizione ci vuole Iota unum”, “la messa di sempre è quella in latino” e cento altre interminabili puttanate.

[…] io, chierico vagante, bandito di strada,

io, non artista, solo piccolo baccelliere,
perché, per colpa d’altri, vada come vada,
a volte mi vergogno di fare il mio mestiere,

io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite.

E voglio invece godermi il cuore della Chiesa di Cristo, che non batte a Santa Marta più che nel meno accessibile eremo sui monti dell’Etiopia. Oggi è giovedì santo, voglio contemplare il mio Salvatore che scavalca le preoccupazioni dei professorini («Non mi laverai mai i piedi!» – Gv 13,8) e compie un gesto da schiavi. Perché l’Agnello di Dio è il Servo di יהוה e c’insegna che servire è regnare. Nell’apocrifo giudaico di Giuseppe e Asenath si narra dell’antico Giuseppe, il patriarca, che prima di sedersi al pranzo nuziale chiama le serve perché gli lavino i piedi. Ma è proprio Asenath, la sposa, a fermare l’ordine dello sposo:

No, mio signore, perché tu da questo momento sei il mio padrone e io sono la tua serva. E perché tu dici che un’altra ragazza ti lavi i piedi? Dal momento che i tuoi piedi sono i miei piedi e le tue mani le mie mani e la tua anima la mia anima, un’altra donna non ti laverà mai i piedi.

Giuseppe e Asenath 20, 1-5

Gesù è lo sposo, la Chiesa la sposa, eppure il Signore fa il servo, lo sposo fa la sposa: dev’essere per questo che Giovanni afferma di lui che ha un utero (13,23)… Certo è che senza utero non si fanno figli, e la cavità naturale della Chiesa sarebbe un mero sepolcro, se Cristo non lo vivificasse. Perciò in questi giorni mi colpisce tanto il pensiero di Arnaud Beltrame, e mi colpisce altrettanto la fortezza sovrumana della donna che doveva essere sposata da lui e che di lui è diventata vedova prima ancora che moglie. Diceva Marielle all’inizio di questa santa Settimana Santa:

Le esequie di mio marito avranno luogo in piena Settimana santa, dopo la sua morte di venerdì, proprio a ridosso delle Palme, e questo non è anodino ai miei occhi. È con molta speranza che attendo di festeggiare la risurrezione di Pasqua con lui.

Ecco, questa è la Chiesa: invisibile eppure militante (e anzi, già trionfante). Non ce la faccio proprio a perdere tempo con Scalfari. Sono sicuro che stasera anche il Santo Padre stia pregando per quest’uomo e per questa donna, così misteriosamente associati alla Pasqua di Gesù.


Omelia per i funerali

del colonnello Arnaud Beltrame (18 aprile 1973 – 24 marzo 2018)

Giovedì santo, 29 marzo 2018. Cattedrale di Saint-Michel de Carcassonne3Di padre Jean-Baptiste, canonico regolare della Madre di Dio, dell’abbazia Sainte Marie de Lagrasse (Aude).

In questa cattedrale, in presenza di tante personalità civili e militari, dopo un omaggio nazionale reso a un eroe che causa l’ammirazione di tutti e in presenza della sua spoglia mortale, sarebbe senza dubbio convenuto che predicasse un Vescovo. Ma in questo giorno in cui fierezza e dolore abitano i nostri cuori, dove la Speranza e il lutto cercano un cammino di conciliazione, tutto sembra sconvolto. Voi sapete della mia presenza al fianco del colonnello con la sua fidanzata (e già civilmente sua sposa) cinque giorni fa in ospedale. Eravamo riuniti tutti e tre come per il loro matrimonio, che avrei dovuto benedire presto, e al posto di quel sacramento è l’unzione del sacramento degli infermi che abbiamo celebrato. Avrei dovuto predicare tra due mesi la gioia del matrimonio del colonnello Arnaud Beltrame con Marielle, ed eccomi costretto a dire la gravità dei suoi funerali.

Un figlio, un fratello, un marito, un ufficiale, un francese, un figlio di Dio, un eroe è morto. Il suo corpo è separato dalla sua anima dall’alba di sabato 24 marzo. Era stato ferito mortalmente da un terrorista venerdì, nell’ora in cui Cristo offriva la sua vita per noi sulla Croce. Questo corpo che lei ha amato e che l’ha carezzata, cara Marielle, questo corpo che oggi è onorato della bandiera tricolore non potrà più stringerla tra le sue braccia. Arnaud non potrà domandarle, il prossimo 9 giugno, se lei accetta di diventare sua sposa nel sacramento del matrimonio. Ma questa tragedia, come il Venerdì Santo che celebreremo domani, non è la parola fine di questa storia crudele. Essa si riveste già dei colori dell’alba per condurre Arnaud alla gloria di Pasqua, alla speranza radiosa della risurrezione.

Allora Signore, siate lodato per la forza che avete messo in questo cuore d’uomo e di ufficiale. Siate lodato per il dono della fede cattolica che è stato per Arnaud una riscoperta piena di meraviglia. Aveva 36 anni quando ricevette per la prima volta la Vostra presenza reale nella santa comunione e il Vostro dono di forza nel sacramento della confermazione. Da allora non ha mai nascosto la gioia della fede ritrovata. Oh, certo, come tutti noi ha potuto commettere degli errori, nella sua vita, ma chiedeva sempre perdono a quelli che aveva potuto ferire.

Siate lodato infine, Signore, di avergli permesso di amare fino alla fine (Gv 13,1). Perché «non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici» (Gv 15,13), come ci ha insegnato il Vostro divin Figlio, Gesù. Il colonnello sapeva il rischio che correva consegnandosi in ostaggio al fanatico. L’ha fatto per salvare una vita, forse più di una, e perché tale era il suo impegno, di gendarme e di cristiano. È andato fino in fondo alle sue convinzioni.

Ha offerto la sua vita perché si arrestasse la morte. La credenza del jihadista ordinava a quello di uccidere. La fede cristiana di Arnaud invitava questo a salvare, offrendo la propria vita se fosse stato necessario. Signore, Voi gli avete donato la grazia di realizzare questo esattamente una settimana prima della celebrazione della Vostra Passione. Voi ci avete lasciato l’esempio assoluto guarendo le nostre anime mediante le Vostre ferite (cf. Is 53,4-5). Voi avete allora proposto la salvezza a tutti gli uomini, e anche a questo assassino. Fategli misericordia, Signore. Egli non sapeva la gravità del suo gesto fanatico. Pensava perfino di piacerVi, uccidendo.

Dov’è Arnaud adesso: in Cielo, in purgatorio oppure, come pensano i partigiani del suo carnefice, all’inferno? Questo è un segreto che appartiene solo a Dio. Il suo sacrificio l’ha certamente configurato Cristo, ma preghiamo per questo eroe. Preghiamo anche per le altre vittime; preghiamo perfino per il loro assassino.

Mia cara Marielle, è a lei che ora voglio rivolgermi. Io so quanto Arnaud l’ha amata. Questo virile soldato, quest’ufficiale d’élite era galante, con voi, delicato e previdente. Era maturo per impegnarsi in un matrimonio felice e indissolubile, fedele alla sua fede cattolica. Aveva scoperto con gioia Luigi e Maria Beltrame, la prima coppia onorata dalla Chiesa della beatificazione, forse possibili e lontani cugini. Si è preparato al matrimonio con una serietà che ha conquistato la mia ammirazione e di cui fa fede la splendida dichiarazione d’intenti che mi ha spedito quattro giorni prima dell’attentato.

L’offerta eroica e libera della sua vita, le innumerevoli preghiere e messe che da tutto il mondo vengono lanciate al Cielo per lui, il sacramento degli infermi e la benedizione in articulo mortis che ho potuto offrirgli in ospedale possono darle la ferma speranza della sua felicità eterna. Quelle ultime preghiere furono recitate in responsorio con lei, mentre lei teneva la mano di Arnaud, sigillando per sempre in Dio il vostro amore e la comunione delle vostre anime.

E allora ascolti queste parole che egli avrebbe potuto rivolgerle, cara Marielle, e dire a noi tutti:

Non piangere se mi ami! Se tu conoscessi il dono di Dio e che cosa sia il Cielo! Se tu potessi intendere da lì il canto degli Angeli e vedermi in mezzo ad essi! Se tu potessi vedersi svolgere sotto i tuoi occhi gli orizzonti e i campi eterni, il sentiero in cui cammino!

Se per un istante tu potessi contemplare, come me, la Bellezza davanti alla quale tutte le bellezze impallidiscono! Cosa? Tu mi hai visto, tu mi hai amato nel paese delle ombre e non potrai né rivedermi né amarmi ancora nel paese delle realtà immutabili?

Credimi, quando la morte verrà a spezzare i tuoi vincoli come ha spezzato quelli che mi incatenavano, e quando – il giorno che Dio sa e che egli ha fissato – la tua anima verrà al Cielo dove l’ha preceduta la mia… quel giorno tu rivedrai colui che ti amava e che ti ama ancora, tu ne ritroverai, purificate, le tenerezze.

Dio non voglia che, entrando in una vita più felice, io sia diventato meno amante, infedele ai ricordi e alle gioie della mia altra vita! Tu mi rivedrai, quindi, trasfigurato nell’estasi e nella felicità: non aspetterò più la morte, ma avanzerò istante dopo istante, con te che mi terrai la mano, nei nuovi sentieri della Luce e della Vita… Forza, asciuga le tue lacrime e non piangere più, se mi ami4Testo apocrifo attribuito a sant’Agostino..

Cara Marielle, la fecondità del vostro amore si misura già nelle incredibili testimonianze venute da tutto il mondo in questi pochi giorni, da parte di tutti quelli che sono stati commossi e fortificati nella loro fede dal sacrificio di Arnaud. Ecco i vostri figli. Certo, in questo giorno di lacrime una simile dimostrazione è infinitamente misteriosa. Ma lei non è sola. Dio piange con voi, come pianse davanti al sepolcro di Lazzaro (cf. Gv 11,35).

E poi guardi: lei è circondata dall’immensa compassione di tutto un popolo, unanime nell’ammirare le gesta del colonnello e nel comprendere l’immensità del suo dolore; una folla impregnata di speranza dal messaggio che il suo sacrificio offre alla Francia. L’eroismo è possibile. Il nostro Paese ne ha bisogno per essere salvato dalla mediocrità dell’individualismo che feriva il suo cuore di gendarme.

In fondo è a tutti noi che egli si rivolge. La sua tarda ricerca spirituale – io ne sono testimone – gli ha mostrato che tutto quello che non appartiene all’eternità ritrovata è proprio del tempo perduto5Espressione di Gustave Thibon.. Il mondo che egli ha lasciato privilegia l’urgente rispetto all’essenziale. Ritroviamo, come lui, l’urgenza dell’essenziale6Espressione di Edgar Morin..

Nella loro casa, benedetta lo scorso 16 dicembre, Arnaud e Marielle avevano riservato un angolo per farne un luogo dove pregare insieme, come coppia. Ecco, io ve ne supplico, fratelli e sorelle, sulla soglia della Pasqua: vegliate nella preghiera!

Arnaud, Marielle e io avevamo condiviso che non si trionfa su un’ideologia con le soli armi e i soli computer. La si sovrasta con delle convinzioni spirituali. La fede cattolica, che egli ha riscoperto, le meraviglie cristiane della storia di Francia, che lo appassionavano, sono lo scudo migliore contro la follia delle credenze assassine che uccidono e ancora vogliono uccidere.

Ma siamo persuasi che questo combattimento spirituale si vinca con la carità e non con l’odio. «Alla sera della nostra vita, saremo giudicati sull’amore»7San Giovanni della Croce, dichos 64. che avremo donato o al contrario sull’egoismo, sulla collera e sull’orgoglio che avremo messo in ogni cosa. Allora, possano i soldati che rischiano la loro vita con coraggio per la difesa di Francia, e i nostri concittadini, in questi instabili anni della nostra storia, essere degli strumenti della pace.

Come Arnaud e con lui, lì dov’è odio, mettiamo l’amore. Lì dov’è offesa, mettiamo il perdono. Lì dov’è discordia, mettiamo l’unione. Lì dov’è errore, mettiamo la verità. Lì dov’è il dubbio, mettiamo la fede. Lì dov’è la disperazione, mettiamo la speranza. Lì dove sono le tenebre, mettiamo la luce. Lì dov’è la tristezza, mettiamo la gioia.

Che ciascuno non cerchi tanto di essere consolato quanto di consolare, non tanto di essere compreso quanto di comprendere, non tanto di essere amato quanto di amare. Perché è donandosi che si riceve, è dimenticandosi che si ritrova sé stessi, è perdonando che si ottiene il perdono, è morendo che si resuscita alla Vita eterna8Ispirato alla “preghiera semplice” attribuita a san Francesco d’Assisi, ma non attestata prima del 1912..

Viviamo questo e il sacrificio ammirevole del colonnello Beltrame non sarà stato un commovente fuoco di paglia, bensì la scintilla di una rinascita; allora la Francia, che egli ha servito con passione nella gendarmeria, camminerà verso la pace. E così sia.


 

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Note   [ + ]

1. William Shakespeare, Amleto, atto III, scena I.
2. Ibid.
3. Di padre Jean-Baptiste, canonico regolare della Madre di Dio, dell’abbazia Sainte Marie de Lagrasse (Aude).
4. Testo apocrifo attribuito a sant’Agostino.
5. Espressione di Gustave Thibon.
6. Espressione di Edgar Morin.
7. San Giovanni della Croce, dichos 64.
8. Ispirato alla “preghiera semplice” attribuita a san Francesco d’Assisi, ma non attestata prima del 1912.

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