Perché ci sembra che Arnaud Beltrame ci abbia salvati tutti

Su Aleteia ho scritto oggi che le parole di Marielle, sposa e vedova di Arnaud Beltrame, sui funerali del fidanzato che si terranno a giorni, e dunque in settimana santa, anticipano misticamente il risus paschalis della Maddalena – pure lei «miscens gaudia fletibus» –: anche davanti all’ombra dell’affiliazione massonica, di quali testimonianze ulteriori si ha bisogno per riconoscere in questa coppia “il sigillo dell’Agnello”? E qualcuno sensatamente mi obietterà: «Ma è davvero così essenziale riconoscere e/o apporre un “brand” sul sacrificio di quest’uomo? Non basta ricordarlo semplicemente come un eroe?».

Eh, no, non basta. E non perché essere eroi sia “troppo poco” (figuriamoci!). Non basta perché l’eroismo non si spiega da sé: anche Achille, forse il più secolare fra tutti gli eroi omerici, muove tutta la propria guerra per un fine ben chiaro, che è la gloria imperitura. E a differenza di altri eroi (tra cui lo stesso Beltrame) il Pelide non esprime tanto l’ethos di un popolo, pur essendo re e semidio, quanto piuttosto il proprio rabbioso struggimento – l’ira funesta. Ragion per cui l’Iliade parla di lui in larghissima parte, eppure – a differenza dell’Odissea – si chiama appunto Iliade e non “Achilliade”. Nessuno, in realtà, si è sentito salvato da Achille. Mentre un ethos si è ritrovato nelle luci e nelle ombre di Ulisse, che combatte con valore e astuzia pur essendo partito per la guerra a malincuore, che va a letto con donne e dee pur essendo roso dalla nostalgia della sua ormai sfiorita Penelope, che facilmente potrebbe regnare sui Feaci o su altri grandi popoli ma deve tornare «all’isola petrosa», da cui il figlio Telemaco è salpato per ordine di Atena per cercarlo – e per trovarsi. Ancora di più queste dinamiche sono esaltate nell’Eneide, esplicitamente costruita come mito fondativo della Roma imperiale, e dunque pensata e scritta perché un popolo e una nazione vi si potesse ritrovare così come Telemaco si trovò cercando il padre disperso.


«In onore dell’Onore…»

di François-Xavier Bellamy

«In onore dell’Onore, la bellezza del dovere…»

Apollinaire

Le azioni umane non sono avvenimenti aleatori. Un fenomeno fisico può spiegarsi mediante circostanze immediate; ma per comprendere la scelta di un uomo, bisogna rimandarla a una storia da cui nessun gesto è scorporabile. Non è sul campo di battaglia, dice Aristotele, che si diventa coraggiosi: i nostri atti sono sempre il risultato di una disposizione coltivata poco a poco. Nella decisione più spontanea s’esprime infatti un’intenzione – attraverso quella un progetto, una certa idea della vita, e la concezione del mondo nella quale essa è potuta maturare; e di lì tutta una cultura, in seno alla quale si è formata poco a poco la vita interiore di cui la nostra azione non è, finalmente, che l’emanazione visibile.

Al mattino di venerdì scorso, il luogotenente-colonnello Arnaud Beltrame è uscito per andare al suo posto, come faceva ogni giorno dalla sua prima missione, venti anni prima. Non poteva sospettare di star uscendo per l’ultima volta. Ma il dono di sé non si improvvisa; ed è la somma della generosità coltivata nei giorni ordinari che si è istantaneamente condensata, di fronte al pericolo, in questa inaudita iniziativa. Anche senza conoscere i dettagli dei fatti, è certo che l’ufficiale non ha dovuto riflettere molto: una tale scelta, nel fuoco dell’azione, non può che essere semplice, tanto semplice quanto appare umanamente impossibile; come i gesti virtuosi di un grande sportivo, di un grande artista, paiono semplici perché sono di fatto l’espressione di un’abitudine lungamente elaborata. Arnaud Beltrame, da parte sua, aveva scelto per mestiere di servire: si era formato, allenato ed esercitato per questo. Anche senza aver avuto la grazia di conoscerlo, basta leggere le poche righe che raccontano il suo gesto per comprendere che quest’uomo, oltrepassando il proprio dovere di ufficiale, ha semplicemente tirato le somme della scelta che aveva fatto – e che l’aveva fatto. Un simile atto non nasce per caso, non si inventa sul momento. E non sarebbe mai arrivato, se non fosse stato preparato dallo sforzo di tutta una vita; dallo spirito di un intero corpo, quello della Gendarmeria Nazionale, della comunità militare; e in ultima analisi dall’anima di un intero popolo.

È senza dubbio per questa ragione che istintivamente, attraverso lui, tutta la Francia si è sentita toccata. Uno spirito freddo potrebbe trovare strano tutto ciò. Ci sono state altre vittime, a Carcassonne e a Trèbes, che non meritano meno di lui il nostro cordoglio. E poi, per un secolo segnato dall’imperativo della produttività e dall’ossessione dei numeri, l’atto di questo ufficiale non toglie alcunché alla triste vicenda, poiché il terrorista ha ucciso: Arnaud Beltrame ha dato la sua vita per un’altra vita. Una vita per una vita. Alla fine il conto è lo stesso: in termini di big data, l’avvenimento è invisibile. Per l’etica utilitaristica che tanto sovente prevale oggi, il suo gesto non è servito ad alcunché; e ho pure potuto leggere che taluni finivano col criticarlo: dopotutto, domani ci saranno altri terroristi, un gendarme ben addestrato sarebbe più utile da vivo.

Ma ecco, noi abbiamo l’inesprimibile sentimento che quest’uomo ci abbia salvati. Tutti. E non solamente quella donna innocente strappata alla violenza, ma tutti noi, attraverso lei. E io credo che in effetti, malgrado le apparenze, Arnaud Beltrame abbia riportato una vittoria assoluta, mediante il dono della propria vita, contro l’odio islamista – e contro le nostre subsidenze interiori, che avevano permesso a quest’odio di scavarsi un passaggio.

Vittoria contro il terrorista: il suo scopo era di strappare vite per creare la paura… e la sottomissione, che quella prepara. Ma non si può prendere niente a chi dona tutto… Collettivamente, attraverso questo ufficiale, il nostro popolo intero non è più una vittima passiva; egli ci restituisce l’iniziativa. Morire non è subire, quando si sa perché si muore. Dopotutto, nulla gli jihadisti ammirano tanto quanto i martiri.

Ma i martiri, i nostri, servono la vita. E ricordandocelo Arnaud Beltrame, come i suoi fratelli d’armi che con lui si sono assunti quel rischio, ci salvano anche da noi stessi e dai nostri propri oblii… Abbiamo finito per costruire un mondo in cui questo dono era impensabile: una società atomizzata, fatta di particelle elementari che entrano in contatto o in contrasto in funzione dei propri calcoli; una società di consumatori preoccupati del loro solo benessere, composta di caste e di comunità di interessi, più che di cittadini coscienti dell’essenziale comune che li lega; una società in cui la politica stessa poteva dissolversi nel progetto terminale dell’“emancipazione dell’individuo”. Ma in questa società ossessionata dalla rivendicazione dei diritti il sacrificio di Arnaud Beltrame sarebbe diventato presto impossibile; infatti perché si dia un tale abbandono bisogna anzitutto sapere che il senso della vita umana si trova nel dono che ciascuno fa di sé stesso. Non nel contratto e nello scambio ben calcolati, che rinchiudono ogni uomo nella solitudine, ma nel contributo che diamo a opere che ci oltrepassano. Non senza l’emancipazione di ogni legame, ma nella forza degli impegni che ci raccolgono e che raggruppano tutto quanto fa parte delle nostre vite.

La casa è più dei materiali che la compongono, scrive Saint-Exupéry nella Lettera al generale X. Un popolo è più di una giustapposizione di individui che “vivono insieme”. Questo l’abbiamo appreso, noi come altri, da ciò che la nostra civiltà ha coltivato di singolare; per fare un Arnaud Beltrame ci sono voluti secoli di civiltà, di letteratura, di filosofia, di scienza e di fede… Disertando questa eredità, attraversiamo insieme – nel bel mezzo della nostra prosperità materiale – un vero “deserto dell’uomo”. E la sete che l’ha fatto nascere, specie tra i più giovani, ai quali non abbiamo saputo trasmettere, lascia proliferare la polla avvelenata dell’islamismo – questo succedaneo morbido della trascendenza, il cui delirio va fino a fare del martire un assassino. Davanti al proprio boia, un gendarme disarmato ci salva tutti, ricordandoci chi siamo noi: siamo di quelli che sono pronti a morire, non per uccidere ma per salvare.

Certo, ci resta ancora parecchia strada da fare prima che siano vinti tutti gli avatar di quest’odio che vorrebbe distruggerci. Resta molto anche prima che siamo tutti capaci di denunciare il nostro avversario, l’islamismo, nella sua violenza terrorista come nei suoi tentativi politici. Bisognerà che diventiamo tanto più esigenti, vigili, lucidi, della somma dei pubblici lassismi che hanno permesso a un delinquente condannato di restare sul suolo francese fino a quest’ultimo misfatto. Ma, mio Colonnello, lei e quanti la spalleggiano e raccolgono il suo testimone ci avete già mostrato come attendere alla vittoria che ora noi vi dobbiamo, perché attraverso il vostro impegno noi riconosciamo semplicemente quello che noi dobbiamo ridiventare. E di ciò, semplicemente, noi vi saremo infinitamente riconoscenti. Per sempre.

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