Lobbizzate, lobbizzate. Ma cosa resterà?

Tutti sono al corrente della polemica, spesso aspra, che oppone il Popolo della Famiglia al Comitato Difendiamo i nostri figli. Una querelle che in apparenza sembra riguardare solo la strategia politica: lunga marcia nelle istituzioni o bonifica dei partiti di centrodestra? via parlamentare o extraparlamentare? o solo divergenze nate dallo scontro tra opposti personalismi?

In molti partecipanti del Family Day la spaccatura desta un sincero scandalo. Com’è possibile che i difensori dei princìpi non negoziabili siano in lotta tra di loro? Proprio di recente sulla Nuova Bussola Quotidiana anche Benedetto Rocchi ha espresso sentimenti analoghi.

Sono pareri che esprimono un sentire diffuso e, per quanto ci riguarda, pienamente comprensibili. Tuttavia queste voci trascurano una verità essenziale, contribuendo ad alimentare un mito che troppo a lungo ha generato equivoci e illusioni. I princìpi non negoziabili corrispondono alle fondamenta della società. Sono l’architrave di ogni sana politica. Ma non sono tutto.

Una casa non si limita alle fondamenta. Sareste disposti, domando, a vivere in una casa fatta di sole fondamenta? In una casa senza muri? Vorreste vivere in un’abitazione senza servizi igienici o priva di allacciamento idrico?

Credo proprio di no.

Fuor di metafora, anche nell’ordine della politica ci sono temi che, sebbene non fondativi quanto i principi non negoziabili, tuttavia sono di vitale importanza per la vita democratica. Questioni che esigono una risposta, una scelta di campo. Ebbene, è proprio a questo livello che si collocano le divergenze tra PDF e CDNF.

Com’è noto la strada scelta dal comitato guidato da Massimo Gandolfini è quella del lobbyng. Lo scopo, se intendiamo bene, è di dare vita a una sorta di sindacato della famiglia: la «lobby del buon senso comune», per dirla con l’efficace espressione enunciata qualche tempo fa da Filippo Savarese, altro membro autorevole del CDNF.

Non vediamo motivo di dubitare delle buone intenzioni altrui. Se dubitiamo di qualcosa, è della pretesa di lobbizzare in nome del buon senso comune. Una scelta non priva di contraddizioni e ambiguità. Vedremo quali.

Conviene cominciare da una domanda: è credibile che un lobbista possa farsi portavoce del senso comune? Per arrivare a una conclusione occorre quantomeno afferrare il senso di questi due termini: lobby e senso comune.

Il termine inglese lobbyng deriva originariamente dalla lobby (o ingresso) della House of Common Britannica, dove i membri del Parlamento usavano incontrare il pubblico. Ma nel corso del tempo lobbyng è stato via via usato per indicare l’azione di quei gruppi di interesse che fanno pressione su parlamentari, burocrati, membri del governo o altri col fine di influenzarne le scelte politiche.

La «lobby», dunque, è al tempo stesso gruppo di «pressione» e gruppo di «interesse». È un agglomerato di persone che pressa i politici per tutelare gli interessi particolare di qualche categoria. Il pressing politico come professione è quanto caratterizza le lobby.

Come agiscono le lobby? Coi mezzi che conosciamo tutti. In maniera sottile (potremmo dire anche surrettizia) con la persuasione, attraverso contatti personali coi potenti, oppure con pressioni più forti come le campagne verso l’opinione pubblica, i sit-in, le marce.

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