Qualche motivo per resistere alla tristezza di Capodanno

È da quando sono piccolo che la mia anima si divide tra Donald e suo zio Scrooge (Carl Barks si ispirò esplicitamente a Dickens, nella creazione di Paperon de’ Paperoni – peccato che il nome italiano, mutuato da un vescovo medievale, disperda il riferimento letterario): da una parte la felicità spensierata e la jella quotidiana di un vecchio squattrinato; dall’altra il potere, la forza e il prestigio di un vecchio taccagno. Chi non sente il fascino di entrambi questi poli esistenziali? Se non fossero degli universali, il Canto di Natale di Dickens non sarebbe un classico – perché non saprebbe parlare a tutti – e Barks non avrebbe corredato Paperino di uno zio che richiamasse fin nel nome l’antieroe del Christmas Carol: a ben vedere, il lavoro di Burny Mattinson era già bello che fatto, e in effetti non capisco perché il Mickey’s Christmas Carol (qui in italiano) abbia visto la luce solo nel 1983.

Rimaneggio qui una cosa che scrissi su Facebook un anno fa, quando Breviarium non esisteva ancora, e che prendeva spunto da questo post:

A scanso di equivoci, allora, preciso che stasera la mia vigilia di capodanno non la trascorrerò in una crisi ursita: non mi sono chiuso in camera o in casa senza voler vedere nessuno; ho perfino atteso la mezzanotte e ho addirittura giocato con le stelline (!). Più esattamente, come già l’anno scorso anche oggi abbiamo scelto con mia moglie due cari amici in compagnia dei quali avremmo avuto piacere di trascorrere una serata natalizia – quella durante la quale, contestualmente, il mondo legato al calendario gregoriano attende e celebra la fine dell’anno civile –; ci saranno i nostri bambini e forse si aggregherà qualche altro amico, così che tutti insieme potremo goderci – se Dio vuole – qualche ora di buona compagnia, buon cibo e buon vino. Forse metterò perfino l’indumento rosso d’ordinanza (una cravatta) e il capo nuovo, che pure mi dicono essere caldamente raccomandato (il nuovo borsello regalatomi per Natale: quest’anno non avrò le pantofole a forma di testa d’alce). Per dire come io sia poi tutt’altro che restio a osservare i piccoli rituali legati alle nostre nevrosi collettive: cose con cui tutti noi, poveri diavoli, facciamo bene a venire a patti di buon grado, se non vogliamo vederle rispuntare bizzose da qualche falla del subconscio.
Ora però vi racconto cosa pensavo l’anno scorso mentre, in macchina, andavo con mia moglie (e mia figlia – ché già c’era!) a casa di questi amici: perché mai – mi dicevo – gli augurî di “buon Natale” e di “felice anno nuovo”, che pure spesso si fanno insieme, lasciano un retrogusto così differente nella bocca? Giri per le strade per tutto il 24 dicembre e vedi gente non solo indaffaratissima e presa dall’augurare “buon Natale” a mezzo mondo, ma visibilmente euforica nel farlo: il poliziotto è incline a lasciar correre, se vede un’auto in seconda fila con le doppie frecce, e quand’anche ci fosse un pensiero triste (il giorno di Natale i lutti bruciano il triplo, per esempio), esso tende sempre a declinarsi nella compassione verso altri che vivono un loro disagio. Se fai lo stesso giro il 31, invece, trovi lo stesso freddo, la stessa frenesia, ma molti sorrisi di meno: il vigile non si sente preso da particolari impeti d’indulgenza e i pensieri corrono al capo di biancheria rosso, alle lenticchie, al vischio. Le iniziative di beneficienza sono “di Natale”, non “di Capodanno”.
Mi guardi Iddio dal fare dello scialbo moralismo – perdere il sonno su una cosa cretina come il moralismo sarebbe davvero un peccato grave – ma il punto qui non è che “a Natale siamo tutti più buoni”, perché la bontà, almeno se c’è, non dovrebbe essere di tale natura da dissolversi in una settimana. Forse invece è una pista d’indagine migliore quella che avevo appena accennato, ossia l’esame degli atti tipici del Natale e del Capodanno: le mutande rosse, le lenticchie e il vischio hanno un minimo comune denominatore che li distanzia dai gesti del Natale. Non tanto per le cose a cui rimandano (che sono, come è noto, la soddisfazione erotica, la gratificazione economica e quella affettiva), buone e utili, quanto per la loro disposizione, piuttosto introflessa che estroflessa: a Capodanno ognuno pensa per sé, più o meno consciamente. Dicendolo meglio, la festa di Capodanno è fatta in modo da indurre a pensare per sé: è un termine che impone bilanci e implica aspettative e speranze (a tal proposito, è da leggere il post della nostra Claudia Cirami), ma non contempla regali. Il punto in fondo sta qui: a Capodanno non si fanno regali, piuttosto ci si mette in attesa di ricevere, e siccome Gesù ha ragione quando dice che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere», a Capodanno si è più tristi che a Natale. Il fattaccio è che “il regalo di Capodanno” non sappiamo proprio da chi aspettarcelo, e così ipostatizziamo l’anno che viene, «sperando che ci porti cose migliori di quello che lo ha preceduto» (non è questo il Leitmotiv della retorica del Veglione?). Poi ti svegli la mattina dopo e scopri, puntuale come un orologio svizzero, che da qualche parte nel mondo uno o più tizî si sono travestiti da Babbo Natale e hanno sparato sulla folla in un locale dove poveri diavoli come noi stavano pensando a quello che speravano di ricevere dall’anno nuovo; ti dici allora che non sei migliore di loro, e che per puro caso tu sei vivo e loro no; poi osservi le Borse e vedi che i dissesti disumani della grande finanza continuano ad arricchire ingiustamente gli speculatori e ad affamare crudelmente i lavoratori, ti guardi intorno e scopri che nelle ore appena trascorse nuove corna, nuove bugie, nuovi sotterfugî sono stati orditi vicino a te o dentro di te per ammucchiare dietro ipocrite dita la grande massa delle nostre vite informi. E ti chiedi che ci sia di nuovo in tutto questo, a che titolo dei miserabili che versano in questa condizione possano augurarsi a vicenda qualcosa di buono dal tempo a venire, che non sappiamo quanto e quale sia. Perciò il taglio di Scrooge è quello più adeguato, e il suo disappunto – sconveniente e triste per il Natale – è appropriato e giusto di fronte al Capodanno: è solo «un giorno di scadenze quando non si hanno soldi; un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi; un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo». In nessun senso i secondi, i minuti e le ore del 2018, saranno qualitativamente migliori (o peggiori) dei loro omologhi degli anni precedenti, né lo saranno di quelli a venire. «Ciò che è stato sarà – oggi [ieri] al risveglio mi ripetevo i versetti dell’Ecclesiaste – e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto al sole».

E naturalmente questa sera andrò in chiesa per il tradizionale Te Deum di fine anno col cuore stretto di commozione. Cose di cui ringraziare ne ho in quantità imbarazzanti, ancora più di un anno fa, e se i più alti e grandi motivi di gratitudine riguardano la cosiddetta “sfera privata”, moltissimi sono gli incontri, i rapporti, gli impegni pubblici di cui ho beneficiato così profondamente, nel 2017, da nutrire un senso di riconoscenza che mi scalda il cuore come un bombardino dopo una giornata di sci. Non mi avventuro in elenchi pubblici, perché ai gradi più alti della lista dovrei lasciare «cose che il tacere è bello», e perché per tutta la sua lunghezza disseminerei tante incolpevoli dimenticanze da dover far seguire immediatamente una lista di scuse lunga cento volte quella di grazie.
Ancora una volta, non voglio certo passare per il musone a cui niente va bene se non comincia con un segno di croce, ma il fatto è che i fenomeni sono cose complesse e implacabili: ringraziare una divinità per il tempo da lei concessoci, e per le grazie che quel tempo ci ha veicolato, è cosa incommensurabile col tristo schemino “bilanci e propositi per l’anno nuovo”. In che senso, chiedete? Ma è semplice: chiunque sia stato un po’ a contatto con sé stesso, nella propria vita, sa che la lotta per diventare “maggiori di sé” è destinata a sconfitta certa, se non si fonda sulla relazione con un altro/Altro (il quale di solito ci viene incontro tramite le ferite di un amore e/o di un dolore). Neanche il banalissimo proposito di perdere stabilmente un etto di peso sarà coronato da successo, se non troverà fuori di sé il proprio fine e la propria causa: figuriamoci come si possa, globalmente, diventare persone migliori senza il riferimento a persone, non a “ideali”. Per questo la sapienza popolare dice che «la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni» (perfino Madonna lo ha cantato, in 4 minutes). Solo il Barone di Münchhausen andava in giro a raccontare di essersi sollevato da terra tirandosi per i capelli. Ed era una balla anche la sua.
Insomma, sto dicendo che il Capodanno è una festa cattiva? Ma no, certo che no: dico solo che molto più del Natale è esposto a vedersi evacuato del proprio significato. In fondo, non si tratta di fare contrapposizioni tra calendarî sacri e profani: proprio la Kalenda di Natale (su cui la solita Claudia Cirami ha reso edotti molti, l’anno scorso) ci ricorda che il fatto dell’Avvento cristiano entra nel tempo mondano e lì pone il suo fermento, non sta a crearsi spazî indipendenti (o, peggio, ostili al mondo). E di averci recuperato questa lezione dobbiamo ringraziare, storicamente, Benedetto XVI. Ma perlomeno da quando gennaio è il primo mese del calendario comune le sue calende, ossia il primo giorno dell’anno, cadono al culmine dell’Ottava di Natale. Per chi non sia un analfabeta liturgico, questo significa con ogni evidenza che il Capodanno e la sua vigilia si collocano sul finire del grande giorno di Natale, che dura appunto sette giorni a partire dal 25 dicembre: c’è così poca contraddizione, tra Natale e Capodanno, che l’uno e l’altro giorno, per i cristiani, cadono nel grande giorno liturgico «in cui la Vergine Maria diede al mondo il Salvatore». Ce n’è così poca che il 1o gennaio si recita lo stesso Te Deum che si recita il 25 dicembre (e non un idem, no no: proprio un ipsum). E a proposito di Te Deum – ne parlavo un anno fa con l’amico a casa del quale attenderò il 2018 –, il fatto che popolarmente sia noto solo o perlopiù il Te Deum della sera del 31 non toglie che quel grande inno di ringraziamento sia recitato per l’intera ottava, dalla Chiesa, e quindi che il 31 se ne recitino due (uno al mattino, dietro l’Ufficio delle letture, e uno alla sera dopo la Messa vespertina della Divina Maternità): ciò significa, teologicamente, che la preghiera cristiana intende includere il ringraziamento per l’anno trascorso con un gesto dedicato, con un’azione liturgica a sé stante. Senza dire, insomma, “vabbe’, il Te Deum del 31 mattina vale anche per l’anno trascorso”.
Viceversa – e questo è il punto decisivo – la semantica del Capodanno si regge o cade su quel Te Deum (se c’è o no): non perché a chi canta il Te Deum l’anno sorriderà (e non farà lo stesso con chi non lo avrà cantato), ma perché il tempo che abbiamo ereditato dalla cultura greco-romana è ciclico, torna immancabilmente su sé stesso senza prospettare evoluzioni di sorta, è condannato all’eterno ritorno dell’identico. Insomma, per dirlo in estrema sintesi, l’augurio “buon anno nuovo” ha senso unicamente come parafrasi dell’augurio “Santo Natale!”, perché solo l’Avvento di Dio nella Storia umana – l’unico evento veramente nuovo che lo spazio e il tempo abbiano mai conosciuto – dà la possibilità a un anno di essere migliore di un altro, dal momento che ha personalizzato il tempo (χρόνος) come momento di salvezza (καιρός), e così facendo ha offerto alle persone la possibilità di utilizzarlo per uscire veramente dalle coazioni a ripetere dei vizî, dei peccati e delle ingiustizie.
Diversamente? Certo si può sempre brindare: le bollicine salgono nel bicchiere e scendono nel gargarozzo di chiunque. Ma sono chiacchiere, parole vuote che indicano al più una vaga nostalgia. Si fa la fine di John Lennon (se si ha almeno del senso estetico): si vagheggia la bellezza di un mondo in cui «sopra di noi c’è solo il cielo»; poi si canta che «la guerra è finita, se lo vuoi: la guerra è finita adesso». E non è vero: magari invece non finisci neanche la canzone, perché mentre canti irrompe nel locale uno vestito da Babbo Natale e ti scarica il kalashnikov addosso (cerchiamo di conservare memoria storica dei fatti di cronaca, almeno).
Solo Cristo rende il tempo spendibile, proficuamente trafficabile, ma il Capodanno si secolarizza di più e più facilmente del Natale: per questo le dichiarazioni di Scrooge si passano tanto bene da una festa all’altra e al primo dell’anno siamo tutti scontenti mentre ci diamo gli “augurî”: siamo perfettamente incapaci di gioire per il bene altrui (figuriamoci di desiderarlo!), se non regna salda nel nostro cuore la bella notizia del Natale.
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