Vorrei essere “bergogliano” come Ratzinger

Però ricordo che Manlio Simonetti mi faceva notare, durante i suoi (preziosissimi) corsi, come «ogni volta che nella storia della Chiesa si sono scontrati lassisti e rigoristi sono sempre stati i primi a vincere». Un’affermazione che ogni volta mi lasciava perplesso, perché lì a lezione parlavamo fondamentalmente delle crisi di fede durante le persecuzioni, della riammissione dei lapsi e della nascente disciplina penitenziale. E su quella aveva senz’altro ragione lui. Poi pensavo al rigorismo dei pelagiani – condannati – e a quello dei giansenisti1I quali erano giunti allo stesso punto dei loro nemici giurati facendo un percorso uguale e contrario… – condannati – e mi chiedevo se davvero il destino storico del cristianesimo sia quello di annacquare sempre di più la radicalità della sua esigenza.

Non ho ancora trovato una risposta definitiva a questa domanda, perché devo ancora considerare e approfondire diverse questioni storiche, ma già mi sentirei di dire che finora il cristianesimo ha sempre bocciato non la radicalità ma il radicalismo, non il rigore ma il rigorismo, e che così facendo è sfuggito (e sempre sfugge) alla deriva catara, che è una sua degenerazione eccentrica, virtualmente sempre possibile.

Lo scisma virtuale

Certo in questi nostri giorni avvertiamo forte la polarizzazione tra i soliti due partiti, che per una circostanza storica eccezionale possono richiamarsi a due capitani (benché i due abbiano sicuro orrore di un simile ruolo riservato loro dalla sorte). Marco Politi lo diceva così, l’altro ieri sul Fatto Quotidiano:

[…] si è capito che esistono oggi nella Chiesa i Benedettini e i Francescani. E questo è un dato di fatto.

Politi, che sa quel che dice ed è generalmente alieno a partigianerie, aveva raccontato dell’attacco frontale sferrato dal cardinal Müller al Santo Padre:

A Mannheim, presentando il suo ultimo libro sulla “missione del Papa”, Mueller ha attaccato nemmeno tanto velatamente la competenza teologica di Francesco. Affidarsi nelle questioni dottrinali soltanto all’“ispirazione dello Spirito Santo” sarebbe gravemente sbagliato, ha suggerito. Poi ha citato il cardinale Bellarmino che nel ‘500 affrontò a brutto muso papa Clemente VIII, dandogli dell’incompetente in questioni teologiche: “Di queste cose Voi non capite niente!”.

Ora san Roberto Bellarmino, la cui memoria liturgica sarebbe ricorsa proprio ieri (se non fosse stata domenica), voglia scusarci tutti per l’immodestia con cui il suo penultimo successore al Sant’Uffizio si è richiamato alla sua autorità per dare una simile bordata al Papa (Bellarmino disse quelle cose in discorso diretto e privato con Clemente VIII, non a terzi e presentando un libro a mille chilometri di distanza da lui). Quale che sia “la missione del Papa”,  è sicuro che quella della Congregazione per la dottrina della fede non sia affatto «dare struttura teologica a un pontificato», ed è stato ineccepibile Papa Francesco quando ha rintuzzato il cardinale ricordandogli che «il Papa è dottore supremo nella Chiesa».

Vero che anche Papa Francesco si sbaglierebbe (come si sbagliava il predecessore Clemente VIII) se pensasse al potere delle chiavi come a una super-licenza di fare e disfare tutto, nella Chiesa. Solo che non mi pare che Papa Bergoglio abbia di simili velleità: mi sembra anzi che l’attendere le risposte della Chiesa ad Amoris lætitia (Francesco non ha bocciato alcuna delle reazioni, e anzi sembra molto interessato a vedere in che direzione avverrà la ricezione del documento) porti Papa Francesco a cercare – a modo suo – di servire la comunità, più che la propria volontà. Forse Müller, invece, dovrebbe crescere in tal senso – per quanto possa in buona fede identificare le proprie idee col bene della Chiesa.

La persecuzione in atto?

C’è però un’altra terribile pagina di cronaca, che deve far riflettere non meno di quanto inquieti: la cacciata dell’ultrasettantenne professor Josef Seifert dall’Accademia Internazionale di Filosofia (fondata dallo stesso Seifert!) è un momento di chioccia contraddizione del clima di parrhesía di cui il Papa si fa quotidiano mecenate.

La sua colpa sarebbe quella di aver richiamato l’attenzione della comunità scientifica e della Chiesa sulle note questioni di criticità di Amoris lætitia. Mons. Martínez, vescovo di Granada, l’ha cacciato dal suo proprio istituto, argomentando che il saggio del professore

[…] danneggia la comunione della Chiesa, confonde la fede dei fedeli e semina sfiducia verso il successore di Pietro, e ciò finisce per servire non alla verità della fede, ma piuttosto agli interessi del mondo.

Claudio Pierantoni ha individuato in questo episodio «l’inizio della persecuzione ufficiale dell’ortodossia dentro la Chiesa». Io non sono sicuro che questa formulazione apodittica sia ricevibile, ma di sicuro la defenestrazione di Seifert è un fatto gravissimo: se fossi al posto di Papa Francesco mi affretterei a reintegrarlo immediatamente nel suo ufficio.

Bergogliano come Ratzinger

Per me Benedetto XVI resta faro di norma morale anche per come sta gestendo l’inedito ruolo di “Papa Emerito”: a chi mastica di teologia non sfuggirà come le sue formulazioni siano sempre più duttili e sottili di quelle di tanti che pure invocano (talvolta a casaccio) l’autorità di Ratzinger. Ecco, a farmi irreggimentare nelle truppe che corrono dietro a qualche capitano della “pars Benedicti” io non ci sto. Benedetto prega per Francesco tanto quanto questo fa per quello, mette alla porta quanti andando a trovarlo parlano male del suo successore, e in questo dà prova di una lealtà incorruttibile. Ecco, se proprio devo stare dalla parte di Papa Francesco – cosa che precisamente in quanto cattolico mi sento in dovere di fare – voglio starci come ci sta Benedetto XVI.

Note   [ + ]

1. I quali erano giunti allo stesso punto dei loro nemici giurati facendo un percorso uguale e contrario…

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