Vorrei essere “bergogliano” come Ratzinger

Quanti pascono sé stessi

E se bastasse un “penitenziale”, ovvero uno di quei bei sussidiarî dei confessori medievali, insomma un “calmiere dei peccati”, per capire chi è che pensa a pascere sé stesso, saremmo tutti un pezzo avanti. Il problema è che – se in questo preciso passaggio Agostino sembra soprattutto rivolto ai sacerdoti che sfruttano il ministero sacerdotale per accumulare ricchezze (e spogliare la Chiesa di Cristo per arredare casa propria è un crimine laido) – sappiamo esserci molti modi per pascere sé stessi: ci sono gli ecclesiastici assetati di fama e di visibilità, quelli assetati di potere, quelli assetati di popolarità… quasi tutti sono in preda a una qualche ben precisa specie di vanità: rispettivamente, ad esempio, si avranno la vanità del possedere, quella del comandare e quella del godere (le solite tre tentazioni del deserto, a ben vedere: tutta fuffa infernale, ma ci fa lo stesso effetto che sugli indigeni delle “Indie” facevano le biglie di Colombo1Se le acquistavano al modico prezzo di un baratto in oro, gemme o pietre preziose: nitida immagine della nostra vita interiore…).

Ma ci sono anche altre vanità, e dottori come Giovanni Della Croce avrebbero scritto invano se noi non fossimo ormai smaliziati in materia di vizî spirituali: si può essere attratti dalle sicurezze che il fascino della disciplina millanta, per esempio; ancora, si può essere ingannati anche dalla presunzione della “retta dottrina” e perfino dall’illusione di un’intensa vita di preghiera. Sono sottilissime contraffazioni delle virtù teologali, queste, che spacciano per speranza, fede e carità delle molto raffinate evoluzioni della carnalità2Non mi stanco mai di rimuginare questo passo dell’Imitazione di Cristo: «Multum facit, sive bene facit, qui magis comitati quam suæ voluntati servit. Sæpe videtur esse caritas, et est magis carnalitas, quia carnalis inclinatio, propria voluntas, spes retributionis, affectus commoditatis raro abesse volunt» [«Molto fa – cioè “fa bene” – chi cura più la serena affabilità del tratto che la propria volontà. Spesso sembra essere carità, ed è piuttosto carnalità, perché l’inclinazione carnale, l’amor proprio, la speranza di una ricompensa, il legame a privilegî raramente accettano di farsi da parte»] (I, XV, II).; le quali nondimeno restano ciò che sono.

E sono d’accordo: riconoscere un prete che si sbraccia per essere ovunque a carezzare la pancia del mondo, o smascherare un vescovo che briga per manomettere documenti sinodali e così forzare la mano al Santo Padre è cosa relativamente semplice; molto meno lo è capire se veramente si può andare dietro tranquillamente a ogni prelato che afferma di star combattendo la “dissoluzione della Chiesa”. E di nuovo, le macchiette alla don Minutella vengono sniffate al volo, dal popolo di Dio, e tutti i seguaci che potranno fare saranno sempre sparute frange di persone confuse; ma come si fa a capire se una persona visibilmente moderata e che non viva flagranti contraddizioni con la fede professata sia animata da genuina carità – perché questo è il punto – o piuttosto da affetti disordinati3In realtà il caso più frequente, come è ovvio, risulta proprio quello di chi è mosso da carità imperfetta più o meno affetta da passioni disordinate. Proprio perché è il caso più frequente, esso è pure il più insidioso, quindi quello che è più utile saper discernere.?

Citando il sacerdote-profeta Ezechiele, Agostino elenca una serie di azioni rivelative, che sono importanti perché nel linguaggio parabolico esse non sono più “atti bruti”, e quindi indicano se chi le compie (o no) ha (o no) la disposizione opportuna a guidare il popolo di Dio:

  • Non avete reso la forza alle pecore deboli,
  • non avete curato le inferme,
  • non avete fasciato quelle ferite,
  • non avete riportato le disperse.
  • Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza.

Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di bestie selvatiche: sono sbandate.

E vorrei vederlo, il vescovo che al mattino, dopo aver meditato su queste letture, riceve in episcopio un divorziato risposato e gli dice che va tutto a gonfie vele e che nessuno è in diritto di giudicare la sua vita…

Qualcosa del genere (dunque di profetico) disse anche Mario Brega in Un sacco bello, quando così apostrofava don Alfio che cercava di “discernere” e “accompagnare” il racconto di due figli dei fiori vaneggiando di una fantomatica “Chiesa di oggi”:

Sì, de oggi, de jeri, de domani, de dopodomani… Qua ve sête tutti rincojoniti: se va ’vanti così, padre, pure lei ce se butta dentro a quela piscina! Cor coso de fôri!

E con questo non si stanno certo demonizzando il discernimento e l’accompagnamento – sarebbe un’assurdità – ma bisogna sghignazzare e singhiozzare insieme sulla sciagurata opinione che queste due cose possano stare in piedi senza che il pastore si confronti con le domande che Dio gettò nel cuore di Ezechiele, profeta e sacerdote.

Alla faccia di ogni lobby

Mi ha fatto piacere, in tal senso, partecipare ieri alla celebrazione eucaristica di mons. Mauro Parmeggiani, nella cattedrale di Palestrina. Vi si celebrava in particolare la festa diocesana della famiglia, e il nuovo amministratore apostolico – che sostituendo un ordinario dimissionario come mons. Domenico Sigalini, pastore dalle parole più che chiare, era in qualche modo “atteso al varco” – si è segnalato per un’insistenza sul fatto che

Papa Francesco viene spesso tirato per la giacchetta, e da tanti…

E giù sul fatto che “famiglia” è unicamente l’unione fedele e feconda di un uomo e una donna nel matrimonio… ma giù anche sul fatto che alle “coppie di fatto” il prelato ha alluso con un’ampia perifrasi riferita alle “situazioni famigliari”4Mi ha ricordato in questo passaggio la dottrina ecclesiologica conciliare, che per le “chiese” non in possesso della pienezza del deposito sacramentale, gerarchico e dottrinale, usa l’espressione “comunità ecclesiali”..

Mi dicevo allora: stanno bene, i sedicenti teologi cosiddetti progressisti, a improvvisare certi pasticciati “aggiornamenti” (Giovanni XXIII li prenderebbe a calci!) – alla fine sarà sempre e solo il Popolo di Dio a individuare la strada da seguire. Anzitutto la Chiesa – e non le sue correnti, ma neanche i suoi “campioni” – è il soggetto la cui fede Cristo garantisce per sempre.

Due pagine inquietanti

Note   [ + ]

1. Se le acquistavano al modico prezzo di un baratto in oro, gemme o pietre preziose: nitida immagine della nostra vita interiore…
2. Non mi stanco mai di rimuginare questo passo dell’Imitazione di Cristo: «Multum facit, sive bene facit, qui magis comitati quam suæ voluntati servit. Sæpe videtur esse caritas, et est magis carnalitas, quia carnalis inclinatio, propria voluntas, spes retributionis, affectus commoditatis raro abesse volunt» [«Molto fa – cioè “fa bene” – chi cura più la serena affabilità del tratto che la propria volontà. Spesso sembra essere carità, ed è piuttosto carnalità, perché l’inclinazione carnale, l’amor proprio, la speranza di una ricompensa, il legame a privilegî raramente accettano di farsi da parte»] (I, XV, II).
3. In realtà il caso più frequente, come è ovvio, risulta proprio quello di chi è mosso da carità imperfetta più o meno affetta da passioni disordinate. Proprio perché è il caso più frequente, esso è pure il più insidioso, quindi quello che è più utile saper discernere.
4. Mi ha ricordato in questo passaggio la dottrina ecclesiologica conciliare, che per le “chiese” non in possesso della pienezza del deposito sacramentale, gerarchico e dottrinale, usa l’espressione “comunità ecclesiali”.

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