Obbedire è meglio. Veramente!

Michelangelo Merisi da Caravaggio, San Francesco in meditazione, 1505-1506.
di Paul Freeman

Noi serviremo il Signore, nostro Dio,
e ascolteremo la sua voce!

Gs. 24,24

Questa affermazione del popolo davanti a Giosuè non ricopre soltanto un artificio retorico, rafforzativo, della decisione di essere fedeli nella fedeltà del Signore.

Essa offre un paradigma essenziale e fondamentale nel comprendere come siamo chiamati, personalmente ed assieme, nel seguire il Signore.

Da quando l’uomo ha peccato, i suoi bisogni fondamentali sono stati feriti. Feriti da un moto di superbia a cui è seguito un moto di appropriazione. Cosa significa questo? Che noi vogliamo anzitutto comprendere.

Che c’è di male in questo? Non è forse la “natura” dell’uomo quello di poter comprendere, discernere, prima di fare delle scelte.

Certamente.

Ma dopo la ferita di origine questo moto della ragione, che rimane essa stessa via decisiva e non corrotta in sé, ottunde la capacità di ragionare. Specie davanti a scelte significative che spingono l’io, il sé, alla sua crescita ed alla sua trascendenza. Che spingo a scelte di tante piccole morti.

La filosofia in questo offre un esempio. Essa, certamente, è speculazione importante ma, sovente, invece di ragionare bene secondo ragione, preferisce “rubare”, fotografare, i suoi ragionamenti e le sue speculazioni verso una non-trascendenza.

Un esempio che ci ha segnato duramente fino alla parabola kantiana, come ricorda Maritain, è quello del famoso cogito ergo sum di Cartesio. L’accarezzamento illogico della ragione involuta su sé stessa e che, con tale assioma, fonda l’essere su sé stesso in una ragione finita; un assurdo. Meglio sarebbe stato affermare mi “percepisco dunque sono”. Nel primo caso, l’essere creaturale fonda sé stesso, sul soggetto pensante, nel secondo l’essere pensante si percepisce come essere e quindi riconosce di non essere se non un dono ricevuto da. La seconda non solo è perfettamente logica ma estremamente reale. Chi infatti può dire “io sono io” in senso assoluto? Come se si possedesse e si conoscesse. Meglio ancora come se facesse sé stesso al di fuori del tempo stesso?

Qui, su queste deformazioni antiche, si fonda ogni soggettivismo umano che, nel tempo, produce ogni sorta di “eresie” logiche, filologiche e teologiche.

L’esperienza che fa il popolo di Israele restituisce un ordine ragionevole ed oggettivo al sé dell’uomo.

Abbiamo parlato recentemente di desatellizzazione e di come l’unica reale e feconda (e mai fissista) relazione “satellizzante” è quella con Dio. Potremmo ben dire che l’affermazione del popolo davanti a Giosuè e davanti al Signore riproduce la corretta predisposizione davanti ad un cammino vocazionale.

Non solo Dio, se correttamente seguito ti “desatellizza” dal padre e dalla madre, dai legami familiari. Ma anche dai legami della tua terra, come Abramo. Ti spinge oltre. Anzi, Dio, correttamente seguito, ti desatellizza anche dalle immagini che Egli stesso, per rispettare la tua natura, gradualmente ti dona come essere viator. Solo così, Egli, nella natura, la porta a compimento e la estende.

Prendendo ancora la figura di Abramo Dio spinge il patriarca, uomo di fede, a lasciare la sua famiglia, la sua gente, i suoi legami con la terra, verso una promessa di fecondità inenarrabile. I contorni di questa promessa, sin da subito messa in chiaro, appunto, come feconda, però, non sono definiti ma sono chiariti man mano. Fino alla grande desatellizzazione, quella del sacrificio del figlio unico della promessa. San Paolo ci ricorda che Abramo si approntava a compiere tale gesto perché credeva, correttamente, ragionevolmente, per esperienza che Dio può ogni cosa, che Egli avrebbe risuscitato anche suo figlio morto. Ed è bene che ciascuno arrivi al proprio Isacco e sia pronto a sacrificarlo. Di Isacco, vero, ce n’è uno solo, nella vita, e li si gioca tutto. Abramo è attratto dalla promessa? Dalla grandezza che Dio gli prospetta? Forse anche da questa, in un primo tempo. Ma nel contempo si fa strada nel cuore di Abramo la vera affezione: Dio è buono e non inganna. Egli è degno di essere amato, perché per primo ama.

Dietro il patriarca della fede, dunque c’è la consapevolezza, sempre più ampia che Egli, l’Altissimo è certo, totalmente altro, il Dio degli dei, ma è l’unico e soprattutto è fedele perché immensamente Buono. Abramo diventa pienamente uomo perché assume il cuore di un bambino, evangelicamente parlando:

Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me;
a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli.

Mt. 19,14

Quando sei pronto a sacrificarlo il “tuo figlio unico”, in quell’abbraccio confidente che un figlio fa verso il proprio Padre, sia tu, che Isacco, non sarete più gli stessi. Né in voi stessi né nella vostra relazione. Dio regna anche qui. Con la Sua Provvidente bontà. Tuttavia si arriva all’unico Isacco, con tanti piccoli Isacco, con tagli, piccoli sacrifici, e desatellizzazioni. E con tanta resa ed infanzia spirituale.

Cosa significa questo, ed è il nocciolo di questa pur breve riflessione. Che Dio lo comprendi e sei pronto alla grande desatellizzazione solo se cammini con Lui.

Questo spiega perché il problema vocazionale è il problema dei problemi.

Ripeto che i social, in questo, sono deleteri perché non spingono alla desatellizzazione ma al ladrocinio della ragione ingolfata su di sé su una falsa immagine di sé.

E la “pastorale delle caselle” non aiuta. Perché la persona, partendo da un pur importante impegno e donazione di sé, non procede di pari passo con criteri utili per il discernimento e si creano dei disastri inenarrabili verso le persone; la loro unica ed irripetibile vocazione ed il bene delle comunità. La pressione del gruppo, delle cose da fare, delle cose fatte per gratificare la nostra parte malata dell’io, quel senso sin dalla ferita antica, legato all’appropriazione ed alla fotografia di sé, la nascita del “poltronismo parrocchiale e/o comunitario”, in cui guai a toccare i ruoli delle persone, del “si è sempre fatto così”, producono persone tristi, svuotate, che compensano questo bisogno ributtandosi a capofitto nella malattia “del molto fare”, specie per una causa e finanche “per il Regno”. Per questo il gruppo si rassicura e persino loda tali persone per la loro dedizione e tutto questo crea un falso circuito virtuoso, in realtà viziosissimo, attorno alla persona, la quale si riempie di vanità biblica, cioè di aria, di vuoto, e non è più capace di porre la vera, onesta e profonda domanda “Signore cosa vuoi che io faccia?” e nel contempo la Parola che accompagna questa domanda: «Io ti servirò Signore, nostro Dio, e qui comprenderò la tua voce!»

Ma come, prima fai e poi comprendi?

Per comprendere questo dobbiamo rifarci al “sine glossa” di Francesco di Assisi.

Quando Francesco di Assisi parla del Vangelo “sine glossa”, senza interpretazioni, non intendeva di certo l’approfondimento esegetico, ermeneutico e parenetico che ne derivava, anzi questo veniva da lui lodato.

Quello che intendeva Francesco si rifà alla generosa immediatezza nello Spirito.

Quando riceve il comando di “riparare la casa, che era tutta in rovina, Francesco non comprende il suo destino, la sua vocazione, capisce che deve fare qualcosa e la prima cosa che comprende, anche al di fuori della sua natura leggiadra ed amante del bello è quella di fare il muratore, il restauratore di chiese. Comincia con San Damiano, segue san Pietro e finisce con la Porziuncola, dove, dopo due anni di intensa vita di penitenza ed orazione, di assistenza ai lebbrosi, del questuare, del mestiere di muratore, avrà rivelato dentro il suo generoso donarsi quello che Dio vuole da Lui. Ma tramite due canali essenziali: la liturgia e nel contempo la spiegazione del sacerdote.

Dopo nascerà la sua consapevolezza vocazionale e l’esultanza: «Questo voglio, questo chiedo!».

Dunque, per conoscere Dio, conoscere sé stessi ed il proprio binario vocazionale e tutte le “vocazioni transeunti” che l’accompagnano, è essenziale giocarsi nella fedeltà del Signore e non avere la pretesa di comprendere se non nell’esperienza di Dio.

Se non attui questa scelta del cuore di servire il Signore e poi di comprenderlo, camminando con Lui, nel discernimento, personale e comunitario, (ripeto personale e comunitario), in realtà, pur facendo molte cose per lui e chiamandolo “Signore, Signore”. Pur essendo lodato e stimato per la “tua” generosità, persino dal tuo gruppo e chiamato “uomo di Dio”, “persona generosa”.. in realtà sei fermo; immobile. Insipido e non rendi giustizia alla Sapienza. Sei fuori centro e ti incammini nell’illusione di sé, magari confermata dal gruppo, al cammino della “seconda morte”.

La resa dell’Isacco dell’io è invece fondamentale:

Io ti seguo Signore, anche per tutte quelle parti di me che fanno resistenza ed hanno paura e che, anzi, non sono evangelizzate, illuminate, sanate, riscaldate, e ti comprenderò e comprenderò ogni cosa camminando nel Tuo Amore fedele. Ki Le olam Hasdò, Eterna è la Tua Misericordia per noi!

E nella prostrazione, anche fisica non avere timore di pronunciare con Davide:

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,
senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra,
uomini nobili, è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli:
io non spanderò le loro libazioni di sangue
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,
è magnifica la mia eredità.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore,
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore,
esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Sal. 16

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