Come si scolpiscono le Dolomiti del cuore

Le “tre cime” di Lavaredo. © di Lino Vittadello
di Lucia Scozzoli

Sono finalmente in vacanza anche io, con la mia famiglia, sui monti del Cadore. Io adoro le montagne, vivo tutto l’anno nutrendomi dell’attesa della contemplazione di questi posti splendidi, capaci di riempire ogni anfratto ruvido della mia anima stanca. Purtroppo, come capita spesso, i figli condividono solo in parte la mia passione e tutti gli anni si consumano dolorosi compromessi. L’altro ieri, al mattino, abbiamo passeggiato lungo la meravigliosa ciclabile a fianco del fiume, che percorre tutta la valle di Auronzo: un camminamento agevole, in lieve pendenza, che attraversa tratti boscosi e poi si apre a mostrare le vette, abbacinanti nel loro splendore nitido che si staglia contro un cielo di un azzurro teso e intenso come un riempimento di Paint su un monitor HD.

Mentre io camminavo a naso in su, i figli pigolavano ognuno la propria lagna: sono stanco, ho fame, ho caldo, vuoi sentire la trama dell’ultimo episodio del telefilm vattelapesca? Quando andiamo a comprare souvenir cianfrusaglia? E così via.

In cuor mio recitavo silenziose ave Maria smozzicate, mentre rispondevo più o meno a tono alle loro moleste sollecitazioni e cercavo di evitare di pestare il piedi all’immancabile figlio che ti deve stare così appiccicato da non lasciarti nemmeno lo spazio per un passo.

Sono rientrata piuttosto provata, non tanto dalla passeggiata modesta, quanto piuttosto dallo sforzo titanico di sopportare l’indifferenza colpevole della prole di fronte alla poesia orante del creato. Avevo in bocca il sapore amaro dell’occasione mancata, tipo quando tutti guardano i fuochi d’artificio del secolo mentre tu stai accompagnando al bagno l’ennesimo figlio incontinente al momento sbagliato.

Essere genitori è spesso così: un sacrificio. Si sacrificano tempo, energie, sogni e doti per stare al loro passo. Ci si fa piccoli coi piccoli: si resta fuori dal cinema con quello più pauroso che non vuole vedere i dinosauri, si sta sulla riva ad intrattenere il figlio col gesso al braccio mentre gli altri sguazzano, si esce da messa con il piccolo piagnucoloso che disturba troppo, si sta a casa con quello malato mentre il resto della famiglia va in gita a Venezia.

Il fatto più sconvolgente è che tutto questo è esattamente ciò che i figli si aspettano da una madre: mamma, mi prendi i pantaloni blu dalla valigia? (mentre stai lavando i piatti e gli altri guardano la TV sul divano). Mamma, mi tagli due fette di salame? (mentre porti in tavola hamburger e patatine). Mamma, mi stiri la mia maglietta grigia con i pallini? (mentre il cassetto rigurgita panni a volontà).

E ancor più sorprendente è il senso di colpa che colpisce a tenaglia il cuore ad ogni timida ribellione, tanto che basta lasciarsi sfuggire uno sbotto di impazienza per sentirsi un genitore fallito.

A volte mi domando dove sia il confine tra essere servizievole ed essere serva, tra amare e viziare, tra prendersi cura e farsi prendere in giro. Cosa resta in questi figli tanto amati dei nostri sacrifici? Penseranno di noi madri zerbino che siamo stupide donne d’altri tempi? Vorranno imitare il nostro stile o lo rigetteranno con disprezzo? Certo non si amano i figli per avere gratitudine in cambio, si amano e basta e si dà loro ciò di cui hanno bisogno, se ce l’abbiamo, forse anche se non ce l’abbiamo.

Ma questa volta ero davvero stanca, nera. Così ho mentito: ho simulato un’improvvisa e incontenibile ansia da lettura per cui ero impossibilitata a sollevare lo sguardo dal libro prima della fine del capitolo e ho esortato la famiglia a recarsi al mini golf senza di me, ché li avrei raggiunti appena arrivata in fondo all’avvincente trama.

I rumorosi amori della vita mia sono scesi dalle scale come elefanti in festa, io ho accantonato il volume scusa, ho infilato le scarpe, il cappellino e gli occhiali scuri e sono filata fuori di casa in direzione opposta alla loro. Come un ladro di notte, sebbene in pieno giorno, ho percorso a passo spedito la strada verso il paese, con lo sguardo corrucciato e il muso duro, come a dire a chiunque incrociassi “ho da fare, stai alla larga”. Sono arrivata alla piazzetta, ho attraversato senza guardare, tanto nessuna macchina poteva essere più determinata di me e in un eventuale scontro il mio sguardo laser avrebbe fuso pneumatici e forato parabrezza. E mi sono infilata in chiesa.

Due persone sedevano composte ai lati del confessionale acceso, mentre un enorme Cristo di legno dalla prospettiva a grandangolo (evidentemente fatto per essere rimirato dal basso) pendeva inclinato in avanti dietro l’altare. Il suo testone spettinato ciondolava con aria mite sul silenzio luminoso della chiesa di montagna, in quel contrasto a cui siamo ormai assuefatti tra la posa drammatica della crocifissione e il volto sereno.

Mi sono seduta due panche dietro ed ho cercato sullo smartphone il vademecum della Cei per la confessione (sì, lo so, son cose che non si fanno, ma io con lo smartphone ci cucino pure, quando mi si scalda talmente tanto la batteria che potrei friggersi un uovo sopra).

Però, dramma nel dramma, dentro la cattedrale di legno e cemento non c’era campo. L’e-mondo ti abbandona sempre nel momento in cui ne hai bisogno, è una nuova legge di Murphy. Mentre mi arrendevo all’evidenza di essere drammaticamente sola con la mia coscienza confusa e arrabbiata, dal confessionale è uscita una signora, che ha accompagnato la porta con una grazia durata non meno di 15 secondi. I due signori davanti sono rimasti immobili, del tutto indifferenti allo scalare della coda. Non ci potevo credere! Nella mia piccola città della bassa Padania, solitamente c’è da fare a botte per confessarsi, tanto poi uno si ripulisce la coscienza subito dopo dalle sgarberie commesse per sopravanzare nella coda, sempre chilometrica, davanti al solitario confessionale del duomo. Capita sovente di dover rinunciare, ché il tempo è tiranno e i preti non ci sono più.

Ma qui, tra le vette dolomitiche, gli stambecchi e le marmotte, la gente ha tempo da vendere (o da guadagnare). Così mi sono alzata, sono passata accanto ai signori immobili guardandoli con eloquente sguardo interrogativo, a cui i due hanno risposto con totale indifferenza, come fossi trasparente. Forte del mio nuovo stato di invisibilità, mi sono infilata svelta in confessionale, facendo sbattere la porta in modo maldestro e mandando in frantumi il mistico raccoglimento del precedente gesto di chiusura al rallentatore.

Anche il confessionale in montagna è luminoso: sorprendente come il sole sia accolto, cercato e guidato dentro i luoghi sacri con efficace rispetto. Quassù, con le vette che ti entrano dalle finestre, è impossibile non sentirsi sempre in ginocchio di fronte al creato.

Nella luce spaziosa del confessionale mi aspettava un sacerdote peruviano, che ha ascoltato con pazienza i miei confusi peccati (così di corsa, senza vademecum, non potevo fare di meglio), poi ha offerto qualche sensato consiglio in un italiano fitto di neologismi dignitosi, che non mi sono sentita assolutamente di mortificare con pedanti correzioni grammaticali.

Poi ad un certo punto mi ha detto: «Io sono sicuro nel mio cuore che mi sono fatto prete per la fede della mia mamma», e si è commosso. Ha tirato su col naso, mentre un sorriso intimo gli illuminava il volto olivastro. Ed ho visto le vette del Perù, l’aria rigida, le pesanti mantelle di lana, colorate e disegnate, il sole che abbronza i volti, l’acqua presa dai pozzi col secchio, la pentola che gorgoglia sul fuoco, mentre una donna sgrana un rosario affaccendata: in una mano il mestolo, nell’altra la corona. Ho visto un bambino che si accoccola beato nell’abbraccio di una madre che prega.

Avrei voluto chiedergli qualcosa della sua storia, di cosa lo aveva condotto fino a questa chiesetta di montagna, ad ascoltare i peccati dei turisti italiani, ma mi sono sentita come un ladro che voleva rubare una crosta ed ha invece arraffato un capolavoro e non crede ai propri occhi. Così sono uscita dal confessionale ringraziando. Ho accompagnato lenta la porta, mettendoci almeno 15 secondi, e mi sono seduta in fondo alla chiesa. I due signori non c’erano più.

Sono tornata verso casa trotterellando, salutando ogni sconosciuto incontrato, mentre le vette incorniciavano il mio orizzonte, come pennellate decise e sapienti. Ma già stavo rimirando nel mio cuore quadri assai più splendidi: l’anima tenera dei miei figli, tele in costruzione coi colori della vita. E mi sentivo come neanche Michelangelo nella cappella Sistina.

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