Francesco e Ireneo tra Padri (e Madri) della(/nella) Chiesa

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In margine all’Angelus di ieri, papa Francesco ha ricordato che da pochissimi giorni aveva approvato la richiesta di proclamare Ireneo di Lione dottore della Chiesa:

Nel contesto della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, ho accolto la proposta giunta da più parti e ho proclamato Sant’Ireneo di Lione Dottore della Chiesa Universale. La dottrina di questo Santo pastore e maestro è come un ponte fra Oriente e Occidente: per questo lo indichiamo come Dottore dell’UnitàDoctor Unitatis. Il Signore ci conceda, per sua intercessione, di lavorare tutti insieme per la piena unità dei cristiani.

Papa Francesco, Angelus del 23 gennaio 2022

Il doctor unitatis e le “ministre della discordia” (loro malgrado)

Chiaramente alla fine del II secolo non c’erano stati né lo scisma con Costantinopoli (anzi, Costantino era ancora di là da venire, e con lui la rifondazione dell’antica Bisanzio) né tantomeno la Riforma protestante: soltanto a chi sia molto estraneo alla storia della Chiesa, tuttavia, quell’epoca può apparire pacifica. Alle persecuzioni esterne da parte dell’Impero, infatti, si univa lo schiudersi nelle comunità cristiane di innumerevoli sette, che parvero in grado di compromettere la missione ecumenica della Chiesa cattolica. A questa temperie Ireneo, asiatico immigrato nelle Gallie, reagí:

Il desiderio di tutelare l’unità della Chiesa e l’amore per la Verità caratterizzano l’opera pastorale e teologica di Sant’Ireneo. Egli procedette non attraverso una semplice confutazione delle dottrine gnostiche ma con un’esposizione sistematica delle verità di fede. Visse la diversità di due mondi, asiatico e occidentale, come composizione delle differenze nell’unicità della fede, ancorata alla dottrina della Chiesa, guidata dalla Scrittura e dalla Tradizione apostolica. Convinto che l’unità della fede è convergenza dinamica, elaborò un metodo teologico attraverso il quale l’unità progredisce evitando le giustapposizioni (aut-aut) e favorendo le dinamiche unitive (et-et). Il principio dinamico dell’unità spinge a cercare soprattutto la coerenza globale della fede, a riconoscere i kairòi che ritmano l’economia salvifica, a saper comporre la polifonia come educazione dell’umano e a ridisegnare il senso della storia. La rilevanza di questo approccio è posta in evidenza dal continuo ricorso alla teologia di Sant’Ireneo nel corso dei secoli ed oggi acquista ulteriore importanza anche nelle delicate questioni che toccano la visione dell’uomo e del creato nello scenario culturale, economico e scientifico.

Congregazione delle Cause dei Santi, Circa la Concessione del Titolo di Dottore della Chiesa a sant’Ireneo di Lione

Sempre ieri, il panorama ecclesiale è stato dominato dall’istituzione di lettori e catechisti nell’àmbito della liturgia che proprio Papa Francesco ha voluto specificamente dedicata alla Parola di Dio: la notizia specifica sarebbe stata che per la prima volta venivano istituiti dei catechisti, con rituale appositamente concepito. Cosí infatti il Papa nell’omelia di ieri, pronunciata un’oretta prima dell’Angelus:

In questa celebrazione alcuni nostri fratelli e sorelle vengono istituiti lettori e catechisti. Sono chiamati al compito importante di servire il Vangelo di Gesù, di annunciarlo affinché la sua consolazione, la sua gioia e la sua liberazione raggiungano tutti. Questa è anche la missione di ciascuno di noi: essere annunciatori credibili, profeti della Parola nel mondo. Perciò, appassioniamoci alla Sacra Scrittura, lasciamoci scavare dentro dalla Parola, che svela la novità di Dio e porta ad amare gli altri senza stancarsi.

Papa Francesco, Omelia del 23 gennaio 2022 (domenica della Parola di Dio)

Alcuni osservatori hanno voluto enfatizzare però soprattutto la première (in epoca moderna) dell’accesso di donne ai ministeri istituiti, e con questo pretesto (omettendo che da decenni ormai quei ministeri sono detti laicali appunto in quanto svincolati dall’iter di accesso all’Ordine) sono tornati a cantare la canzone del “sacerdozio femminile”.

Il tutto tornava a farmi pensare a Ireneo, che da un’epoca precedente alle grandi fratture storiche della Chiesa – un tempo in cui ci si sarebbe aspettato che i cristiani fossero troppo impegnati dalle persecuzioni per concedersi il lusso di dividersi in mille chiesupole – ci testimonia invece la dispersione del Fiume di Acqua Viva che è lo Spirito in innumerevoli rivoli. Pensavo pure a come la sua attività apologetica e teologica abbia prevalso contro quelle di gnostici e marcioniti, sí, ma soprattutto nel lungo periodo, proprio come un paziente fuoco di legna si rivela duraturo e tenace quando le spavalde vampate dei fuochi di paglia giacciono ormai esangui in cenere.

Avrà il suo daffare, sant’Ireneo, come doctor unitatis, se già all’interno della Chiesa cattolica un dibattito importante e serio come quello sul profilo ecclesiale della donna (e delle donne) diventa un’isterica bandiera da suffragette. Torna in mente il povero Papa, sempre nell’Angelus di ieri:

La Parola di Dio è anche il faro che guida il percorso sinodale avviato in tutta la Chiesa. Mentre ci impegniamo ad ascoltarci a vicenda, con attenzione e discernimento – perché non è fare un’inchiesta di opinioni, no, ma discernere la Parola, lì –, ascoltiamo insieme la Parola di Dio e lo Spirito Santo. E la Madonna ci ottenga la costanza per nutrirci ogni giorno del Vangelo.

Papa Francesco, Angelus del 23 gennaio 2022

Il posto delle donne… in (alcuni aspetti del) dialogo ecumenico

E a proposito di donne e di ecumenismo, in senso piú lato (e al contempo piú proprio), mi sono ricordato di una lettera che tempo fa mi scrisse un ascoltatore di Padri Nostri (la rubrica di patristica che ormai dal 2017 tengo mensilmente su Radio Maria). Quest’uomo, un monaco e sacerdote ortodosso, mi scriveva tessendomi le lodi dei padri, e parlando d’altro mi faceva l’elogio della

capacità di amare una donna, per trasmetterle la scintilla della vita che l’Eterno ha affidato agli uomini (maschi) rendendoli immagini della sua onnipotenza creatrice!

lettera firmata

Lo Ieromonaco in questione sa quanto io sia grato della sua attenzione e della sua stima, nonché – in generale – quanto e come in questi anni io abbia sperimentato, anche tramite Padri Nostri, che davvero i Padri possono essere fecondissimo terreno di confronto ecumenico. Eppure ripensando a questo passaggio di quella sua lettera io penso a quanti e quali siano gli ostacoli concreti al cammino ecumenico: il primato papale, la giurisdizione patriarcale, la grazia e le opere, il sola Scriptura… tutte cose importanti, ma riservate per forza di cose a una discussione accademica, ecclesiastica e giuridica. Ossia elitaria. Quale sia il posto della donna, invece, nella famiglia, nella Chiesa e nel mondo, è questione troppo basilare e fondamentale per non invocare un contributo (e un suffragio) veramente universale.

È vero che in alcuni (neanche pochi) Padri e scrittori ecclesiastici si leggono posizioni al limite della misoginia: principalmente in relazione alla questione della “colpa originale”, che in particolare (ma non esclusivamente) a partire da Tertulliano veniva teorizzata come momento-cardine della storia della salvezza (e fondamento teoretico dell’antropologia teologica cristiana); in buona parte però anche mutuando dal contesto culturale ellenistico un esplicito e lucido andro-centrismo1Raramente lo si rimprovera a Socrate, Platone e Aristotele; mentre neanche con le sue tracce si è clementi se queste vengono ravvisate in Paolo, Tertulliano e Agostino… per non dire dei Padri orientali…. Cosí quando Agostino vuole qualificare positivamente la madre la definisce “di cuore maschile”, e il tema dell’“anima maschile in corpo femminile” (già presente nella Passio Perpetuæ) permea perfino l’innografia agiografica!

Perfino Agostino (il “cattivone”!) non cedette del tutto al retaggio misogino ellenistico

Nel De Genesi ad litteram, opera che raccoglie riflessioni lungo una quindicina d’anni della sua maturità intellettuale ed ecclesiale, Agostino s’interroga tormentosamente sul perché Eva sia stata creata a partire da una costola di Adamo, sulle relazioni tra questa creazione e i contatti tra le anime dei due (il Doctor Gratiæ ammette che sulla scorta delle sole Scritture è difficile rispondere alla questione), sul perché il Serpente abbia tentato Eva e non Adamo e su come si possa dire che Adamo tuttavia condivise in tutto la colpa e la pena di quella trasgressione. Tra i molti altri passaggi, vale la pena ricordare questo:

Ma c’è un problema più difficile. Se Adamo era già spirituale quanto all’anima intellettiva, seppure non ancora quanto al corpo, in che modo avrebbe potuto prestar fede alle parole del serpente, che cioè Dio aveva proibito di mangiare del frutto dell’albero perché egli sapeva che, se lo avessero fatto, sarebbero divenuti come dèi mediante la conoscenza del bene e del male? Come se il Creatore avesse voluto rifiutare per gelosia un sì gran bene alla sua creatura! Sarebbe strano se un uomo, dotato d’intelligenza spirituale, avesse potuto prestar fede a una siffatta insinuazione! O bisognerebbe forse dire che precisamente Adamo non avrebbe prestato fede [al serpente] e perciò gli fu avvicinata [dal serpente] la donna ch’era meno intelligente e forse viveva ancora secondo il senso della carne e non secondo l’inclinazione dello spirito, e questo sarebbe il motivo per cui l’Apostolo non le attribuisce d’essere immagine di Dio? Dice infatti: L’uomo non ha bisogno di coprirsi il capo, perché è immagine e gloria di Dio; la donna invece è [solo] gloria dell’uomo96, non nel senso che lo spirito della donna non possa ricevere la stessa immagine, poiché l’Apostolo, riguardo a questa grazia, dice che noi non siamo né maschi né femmine 97, ma forse nel senso che la donna non aveva ricevuto ancora questa prerogativa che si ottiene con la conoscenza di Dio e che avrebbe ricevuta un po’ alla volta sotto la guida e l’insegnamento dell’uomo. Non senza ragione infatti l’Apostolo dice: Poiché prima è stato creato Adamo e poi Eva; inoltre non fu Adamo a lasciarsi ingannare, ma fu la donna che si lasciò ingannare e disubbidì all’ordine di Dio98; in altre parole fu per mezzo della donna che si rese trasgressore [del precetto divino] anche l’uomo. D’altra parte l’Apostolo chiama trasgressore anche l’uomo, quando dice: Con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di Colui che doveva venire99, tuttavia non dice che fu ingannato. Infatti, interrogato da Dio, Adamo non rispose: “La donna che mi hai dato per compagna mi ha ingannato ed io ho mangiato”, ma: Essa mi ha dato del frutto dell’albero e io ho mangiato; la donna al contrario dice: Il serpente mi ha ingannata100.

[…]

Anch’egli [Adamo, N.d.R.] dunque fu ingannato sebbene in un altro modo. Ma io penso che non potesse affatto essere ingannato con l’astuzia del serpente con cui fu ingannata la donna. L’Apostolo chiama in senso proprio “inganno” quello per cui fu creduto vero, pur essendo falso, ciò che veniva consigliato, come [l’insinuazione] che Dio avrebbe proibito di toccare quell’albero perché sapeva che, se lo avessero toccato, sarebbero divenuti simili a dèi, come se rifiutasse per gelosia la divinità a coloro ch’egli aveva creati come uomini. Ma, anche se per orgoglio dello spirito – che non sarebbe potuto sfuggire a Dio che scruta i cuori – l’uomo, vedendo che la donna non era morta per aver mangiato il frutto, si lasciò indurre da un desiderio disordinato a farne l’esperienza, come abbiamo spiegato più sopra. Io tuttavia penso che Adamo, se già era dotato d’intelligenza spirituale, non poteva credere affatto che Dio avesse proibito loro per gelosia di mangiare il frutto di quell’albero. Ma perché dilungarci su questo argomento? I nostri progenitori furono indotti a commettere quel peccato nel modo che potevano commetterlo persone dotate delle caratteristiche loro proprie. Il fatto ci è stato tramandato dalla Scrittura come era opportuno che fosse letto da tutti, sebbene fosse inteso solo da pochi nel senso che sarebbe necessario.

Aug., Gen ad Litt. XI,42,58.60

Già dal terzo libro della medesima opera, tuttavia, il Vescovo di Ippona cerca di non restare impegolato nelle allegorie psicologiche come se fossero da prendersi letteralmente, e respinge le dottrine che il mio corrispondente implicitamente mi passava:

Alcuni poi hanno fatto anche un’altra ipotesi, che cioè allora fu creato solo l’uomo interiore, mentre il corpo dell’uomo sarebbe stato creato in seguito, quando la Scrittura dice: E Dio plasmò l’uomo con la polvere della terra38, cosicché la parola fece si riferirebbe alla creazione dello spirito, plasmò invece a quella del corpo. Costoro però non hanno considerato che la creazione del maschio e della femmina non poté avvenire se non rispetto al corpo. Si potrebbe – è vero – ricorrere a una spiegazione molto sottile, che cioè l’anima dell’uomo, riguardo alla quale egli fu creato a immagine di Dio, sia una specie di vita razionale e abbia due attività distinte: quella di contemplare la verità eterna, e quella di guidare le cose temporali, e in tal modo verrebbe a essere – diciamo così – maschio e femmina, una parte prendendo le decisioni e l’altra obbedendo; tuttavia, se si accettasse questa distinzione, potrebbe chiamarsi giustamente immagine di Dio solo la parte che attende alla contemplazione della verità immutabile. Secondo questo significato simbolico l’apostolo Paolo dice che l’uomo soltanto è immagine e gloria di Dio, la donna invece – dice – è la gloria dell’uomo 39. Sebbene dunque questi due aspetti differenti che si prendono in senso figurato come presenti interiormente soltanto nell’anima dell’uomo, siano simbolizzati esternamente e fisicamente in due creature umane di sesso diverso, tuttavia anche la donna, poiché è femmina solo per il corpo, viene rinnovata anch’essa nello spirito della sua mente per la conoscenza di Dio per essere immagine di colui che l’ha creata, cosa questa per la quale non c’è né maschio né femmina. Allo stesso modo, infatti, che le donne non sono escluse da questa grazia del rinnovamento e della restaurazione dell’immagine di Dio – benché nel loro sesso fisico ci sia un diverso simbolismo nel senso che la Scrittura dice essere immagine e gloria di Dio soltanto l’uomo – così anche nella stessa prima creazione dell’uomo, in quanto la donna era anch’essa una persona umana, aveva di certo la sua anima parimenti razionale, rispetto alla quale è stata anch’essa creata a immagine di Dio. Ma a causa dell’unità [di natura] dei sessi la Scrittura dice: Dio fece l’uomo a immagine di Dio 40; affinché però non si pensasse che allora fu creato soltanto lo spirito dell’uomo – sebbene fosse creato a immagine di Dio solo quanto allo spirito – soggiunse: Dio lo fece, maschio e femmina li fece 41, per farci intendere che allora fu creato anche il corpo. D’altra parte perché non si pensasse che l’uomo fu creato in modo che i due sessi fossero sviluppati in una singola persona umana – come alle volte nascono individui chiamati androgini – la Scrittura lascia intendere d’aver usato il singolare per indicare l’unità dei due sessi, e dice che la donna fu creata venendo tratta dall’uomo, come è detto chiaramente in seguito, quando sarà spiegato più accuratamente ciò che qui è detto brevemente. Ecco perché la Scrittura subito dopo usa il plurale allorché dice: li fece e li benedisse 42. Ma, come ho già detto, esamineremo più attentamente la creazione dell’uomo nel seguito dell’esposizione della Scrittura.

Aug., Gen ad Litt. III,22,34

La freschezza di Ireneo, (forse) meno imbevuto di cultura profana

Anche Ireneo affrontò quei testi, avviando la fortunatissima immagine di Maria nuova Eva come specchio della diade paolina Adamo-Cristo, e pure il doctor unitatis parla della responsabilità della donna:

Ciò che Eva aveva legato per la sua incredulità, Maria l’ha sciolto per la sua fede.

Iren., Adv. Hær. III,22,4

Nell’Esposizione della predicazione apostolica, però, ossia nell’opera “piú propositiva” tra le sue giunte a noi, Ireneo si dedica a illustrare la valenza della creazione della donna cosí come lui l’ha appresa dalla tradizione apostolica:

Allora Dio condusse davanti ad Adamo che stava passeggiando nel Giardino tutti gli animali e gli ordinò di dare un nome a ciascuno e comunque chiamasse Adamo un essere vivente tale era il suo nome. Decise anche di creare un aiuto all’uomo, dicendo: «Non è bene che l’uomo sia solo, facciamo un aiuto a lui conforme». Tra tutti i viventi non fu trovato un aiuto uguale, paragonabile e simile ad Adamo. Dio dunque fece scendere su Adamo una estasi e l’addormentò e, per compiere un’opera che derivasse da un’altra opera, fu indotto su Adamo per volere di Dio quel sonno che non esisteva nel Giardino. Prese allora una costola da Adamo, riempi di carne il vuoto creato e con la costola estratta fece la donna, che condusse ad Adamo. Questi vedendola esclamò: «Ecco osso del mio osso e carne della mia carne. Si chiamerà donna, perché è stata estratta dall’uomo».

Adamo ed Eva – questo è il nome della donna – erano nudi e senza vergogna, perché i loro pensieri erano innocenti e infantili e non avevano idee o immagini quali sono ingenerate nell’anima dal male, complice la concupiscenza, e dalla passione. Vivevano infatti nella integrità conservando il loro stato naturale, perché ciò che era stato insufflato nel loro plasma era alito vitale. Ora, fino a tanto che questo alito resta nel suo ordine e vigore, non sono immaginate o pensate cose ignobili. Per tale motivo non si vergognavano di baciarsi e di abbracciarsi con infantile innocenza.

Iren., Esp. 13-14

Non è sempre facile definire i confini di questa “innocenza” nella lezione di Ireneo: proprio alla fine del paragrafo 12 si legge infatti:

Ma l’uomo era bambino e il suo senso della discrezione non era ancora sviluppato. Cosí venne facilmente ingannato dal seduttore.

Iren., Esp. 12

L’uomo. Cioè entrambi. Ma poi abbiamo un frammento, il 14º, tra i piú lunghi che ci siano stati conservati, in cui ci viene trasmessa un’ulteriore sfumatura dell’esegesi di Ireneo sui protoplasti (sulla comune responsabilità e sulle rispettive capacità):

[…] Perché allora non assale l’uomo piuttosto che la donna? Se mi rispondi che si rivolse contro di lei perché era piú debole, [replicherò che] al contrario essa era piú forte, in quanto si rivelò come aiuto dell’uomo nella trasgressione del precetto.

Costei, infatti, si oppose da sola al serpente e mangiò dell’albero, ma dopo essere stata ingannata con un certo contrasto e conflitto; mentre Adamo non combatté affatto né contraddisse la donna, ma prese il frutto che gli dette: e ciò è prova di assoluta debolezza e di animo imbelle. La donna, essendo stata abbattuta da un demone, è scusabile, mentre Adamo, essendo stato vinto da una donna, sarà inescusabile: tanto piú che proprio lui aveva ricevuto personalmente il precetto da Dio.

Infatti la donna, appunto perché aveva udito il precetto da Adamo, si trovava in uno stato d’animo incline a trascurarlo, sia perché non era stata giudicata degna che Dio parlasse anche a lei, sia perché era in dubbio e forse anche pensava che il precetto le fosse stato dato per iniziativa di Adamo. Il serpente la trovò da sola e appartata, per cui le potè parlare a tu per tu. La vide che stava mangiando degli alberi, o che non stava mangiando, e le mise dinanzi il cibo dell’albero [proibito]. […]

Iren., fragm. 14

Eva sarebbe stata attaccata da Satana proprio perché piú forte di Adamo, insomma, e la sua dignità dunque non ha a che vedere con qualità morali o materiali, ma alla semplice tassonomia metafisica (essendo cioè “derivata dall’uomo”, stando al racconto biblico, era originariamente in un rapporto “meno stretto” con il Creatore). Le femministe troveranno poca consolazione, in questo passo, ma forse un qualche moto di sorpresa: non è poi compito di scrittori antichi presentare le cosiddette “nuove idee”, e i moderni sbagliano molto sia nel cercarvele sia (peggio ancora) nell’accusarne l’assenza.

Il magistero delle madri (le quali non ambiscono al posto dei padri)

Resta però il fatto che quando il capo visibile della Chiesa Cattolica proclama dottore della Chiesa un antico Padre ne sta esplicitamente sottraendo la dottrina alla mera erudizione storica, proponendola invece alla (intelligente) lettura della Chiesa attuale. Che ha da dire, Ireneo, ai cattolici di oggi? Proviamo a lasciarcelo dire da una donna citando la quale sempre ieri il Romano Pontefice si avviava a chiudere la propria omelia:

«Oggi – dice Gesù – si è compiuta questa Scrittura» (Lc 4,21). La Parola vuole prendere carne oggi, nel tempo che viviamo, non in un futuro ideale. Una mistica francese del secolo scorso, che ha scelto di vivere il Vangelo nelle periferie, ha scritto che la Parola del Signore non è «“lettera morta”: essa è spirito e vita. […] L’acustica che la Parola del Signore esige da noi è il nostro “oggi”: le circostanze della nostra vita quotidiana e le necessità del nostro prossimo» (M. Delbrêl, La gioia di credere, Gribaudi, Milano 1994, 258). Chiediamoci allora: vogliamo imitare Gesù, diventare ministri di liberazione e di consolazione per gli altri, attuare la Parola? Siamo una Chiesa docile alla Parola? Una Chiesa portata all’ascolto degli altri, impegnata a tendere la mano per sollevare i fratelli e le sorelle da ciò che li opprime, per sciogliere i nodi delle paure, liberare i più fragili dalle prigioni della povertà, della stanchezza interiore e dalla tristezza che spegne la vita? Vogliamo questo?

Papa Francesco, Omelia del 23 gennaio 2022 (domenica della Parola di Dio)

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Note

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1 Raramente lo si rimprovera a Socrate, Platone e Aristotele; mentre neanche con le sue tracce si è clementi se queste vengono ravvisate in Paolo, Tertulliano e Agostino… per non dire dei Padri orientali…

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