Nembrini e don Pinna sui sentieri del desiderio con Dante

Emissione filatelica dello Stato Italiano per il VII centenario dantesco

In occasione della presentazione del libro di don Samuele Pinna, Il desiderio di vedere Dio. Amore e misericordia in Dante (Presentazione di Franco Nembrini, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum – IF Press, Roma 2020), l’Autore dialoga con Franco Nembrini a cui il libro è dedicato e che da poco ha dato alle stampe l’ultimo commento alla Divina Commedia, spiegando il Paradiso (Illustrato da G. Dell’Otto, Prefazione di A. D’Avenia, Mondadori, Milano 2021).

Don Samuele Pinna e Franco Nembrini

Don Samuele Pinna: Desidero innanzitutto dire dei grazie. Un primo è rivolto sia alla cattedra Marco Arosio di Alti studi Medievali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum sia a Franco Arosio e a sua moglie Olimpia (da poco scomparsa) per quanto hanno fatto e fanno per mantenere viva la figura di Marco Arosio (che rivive un poco nelle pagine del mio volume).

Devo poi ringraziare Franco per la possibilità di questa conversazione: per me è sempre un piacere dialogare con lui. Il mio libro è a lui dedicato non solo per le belle parole della Presentazione, ma perché ha fatto nascere in me (come, immagino, in tante persone) il desiderio di rileggere l’opera di Dante con interesse, cioè come capacità di andar dentro all’essere delle cose. Se il mio campo d’indagine è quello della teologia, ho riletto alcuni canti della Divina Commedia con un (altro) punto di riferimento imparato da Franco. Si tratta di una rilettura che definisco “spirituale”, ma che si potrebbe dire meglio come “esperienziale”: sentire risuonare nella concretezza della nostra vita quanto il Poeta ha scritto, non sentendolo lontano ma prossimo al nostro esistere. Questo modo di leggere Dante è per me motivo di gratitudine, al di là dell’amicizia, che ho nei confronti di Franco. Anche se non ci sentiamo tutti i giorni, c’è quell’amicizia profonda tipica nel medioevo (anche questa cosa me l’ha insegnata lui), dove il rapporto si rinsalda e si sostiene perché si posa lo sguardo sulla stessa realtà, una realtà grande vissuta insieme: divieni e sei amico perché hai guardato laddove anch’io ho posato lo sguardo. Più è grande quello che si è condiviso e più è forte il legame, perché se ne rimane colpiti, “meravigliati” (in senso aristotelico), quasi estasiati dalla bellezza contemplata.

Poi un terzo grazie, mi permetto – adesso gioco con un po’ di umorismo –, devo rivolgerlo anche al Sommo Pontefice. Uno dice: «Perché dobbiamo ringraziare il Papa?».

Emissione filatelica del Vaticano per il VII centenario dantesco

Franco Nembrini: Altroché se lo dobbiamo ringraziare, se intuisco dove vuoi parare…

Don Samuele Pinna: …Sì, in questa occasione dobbiamo proprio ringraziarlo. Io e Franco ci siamo sentiti qualche giorno fa e lungo la telefonata mi ha fatto notare: «Hai letto bene la Lettera apostolica Candor lucis æternæ?». Mi sono messo a rileggerla e mi sono detto: «Ma il Papa per scriverla ha sicuramente letto il mio libro, perché i temi da me trattati corrispondono perfettamente ai suoi: il desiderio, la misericordia, l’amore, le tre donne benedette, san Francesco (a cui dedico un lunghissimo capitolo), la speranza cristiana…». Qualcuno potrà dire che sono i temi della Commedia, eppure è il modo in cui sono argomentati che mi ha molto colpito. Facendo un po’ di scavo esegetico, leggendo il Papa e non tanto il mio libro ma gli scritti di Franco, è facile ritrovare molti passaggi che hanno una corrispondenza. Sono, pertanto, arrivato a convincermi, nell’umiltà sacerdotale, che il Santo Padre non abbia letto il mio libro, ma sicuramente ha letto o ascoltato, lui o i suoi collaboratori, Franco Nembrini. Basta soffermarsi al nº 9 della Lettera papale:

Dante – proviamo a farci interpreti della sua voce – non ci chiede, oggi, di essere semplicemente letto, commentato, studiato, analizzato. Ci chiede piuttosto di essere ascoltato, di essere in certo qual modo imitato, di farci suoi compagni di viaggio, perché anche oggi egli vuole mostrarci quale sia l’itinerario verso la felicità, la via retta per vivere pienamente la nostra umanità, superando le selve oscure in cui perdiamo l’orientamento e la dignità. Il viaggio di Dante e la sua visione della vita oltre la morte non sono semplicemente oggetto di una narrazione, non costituiscono soltanto un evento personale, seppur eccezionale.

Francesco, Candor lucis æternæ

Quando mi sono accostato allo studio (perché di studio si tratta) delle opere di Franco, mi è sembrato che questo fosse il suo punto di partenza, tanto è vero che Alessandro D’Avenia nell’introduzione al suo commento dell’Inferno scrive a un certo punto:

La Commedia non è altro che la descrizione del cuore di Dante in cerca di pace, sedotto da Dio attraverso i suoi amori terreni, che sono quindi anche celesti. Leggere Dante significa essere restituiti in pieno ai desideri del nostro cuore, anche quelli che non riuscivamo ad ammettere e riconoscere, per scoprire che i più profondi, veri e autentici coincidono con il dialogo che intratteniamo con Dio, e ci suggeriscono il modo in cui possiamo essere un dono per gli altri, avere e quindi portare pace.

Mondadori, Milano 2020, p. 21

Ed è interessante che la Prefazione si intitoli Non leggete Dante, lasciatevi leggere da lui. E concludo questo mio ringraziamento citando proprio Franco Nembrini che scrive ad un certo punto in un suo testo: nel “desiderio” si rende possibile la redenzione operata da Dio in cui è

salvo ogni particolare della vita, perché l’uomo viene al mondo con un grande desiderio, con una grande speranza, una grande promessa di bene; contraddetta, apparentemente, nell’esperienza quotidiana della presenza del male, della morte e del dolore. In questa ferita stanno tutta la dignità e la grandezza della vita dell’uomo. Dante, il cristiano Dante, scrive la Divina Commedia per raccomandarci di non disperare: una speranza è possibile, di certezza si può vivere, perché tutto è rapporto con le stelle. Così si compie quel grande desiderio che ci fa vivere, il desiderio che la vita sia salva. Salva non nel senso che andrà a finir bene nell’aldilà: che sia salva ora. Che sia salva l’amicizia che vivo con i miei amici, siano salvi i miei figli e la mia donna, siano salvi l’utilità del tempo che passa e il dolore che c’è. Che la vita e ogni particolare della vita siano salvi, cioè siano rapporto con le stelle, rapporto con l’Infinito e con l’Eterno.

Dante, poeta del desiderio. Conversazioni sulla Divina Commedia. Volume III – Paradiso, pp. 8-9

Mediante queste pochissime suggestioni, ho rivisto proprio nella Lettera apostolica di Francesco quello che già avevo scoperto con Franco Nembrini. Ho voluto, quindi, riprendere il suo pensiero e le sue intuizioni e, per quanto ne sono stato capace, approfondirle teologicamente.

Mi sovviene, sempre umoristicamente, una sorta di sillogismo, non è perfetto (spero che magari qualcuno mi aiuterà a migliorarlo), che si conclude con una domanda. Ecco il sillogismo “imperfetto”: 

  • Premessa maggiore: Franco ha ispirato il Papa a scrivere questa Lettera apostolica; 
  • Premessa minore: Franco ha ispirato anche me a scrivere il mio libro su l’Alighieri; 
  • Conclusione: Sarò Papa un giorno?

A tale interrogativo non posso chiedere la risposta a Franco, mentre mi interessa molto un’altra questione: ho fatto bene a mettere come titolo al mio volume Il desiderio di vedere Dio. Amore e misericordia in Dante? Del resto, sant’Ambrogio (e io sono un prete ambrosiano), nell’Esposizione del Vangelo secondo Luca, afferma: «La misericordia è la pienezza delle virtù» (II, 77).

Vorrei, dunque, chiederti un parere Franco, grazie.

Franco Nembrini: Grazie a te, grazie anche dell’invito. Indegnamente mi ritrovo qui; infatti, ripeto sempre, non sono uno studioso di Dante nel senso alla “don Samuele”, semmai sono un appassionato lettore, questo sì! Di quel che ha detto don Samuele… beh, se lo conoscete sapete che esagera: già questi contesti inducono all’esagerazione, se poi si è amici e ci si stima devo dirvi apertamente che lui ha decisamente esagerato il mio ruolo. Bene, detto questo, io, d’accordo con lui, provo a rispondere o meglio ad accennare una risposta alla domanda che mi ha fatto, incentrando l’attenzione sul Paradiso. Allora don Samuele, certo che ci hai azzeccato, ed era difficile sbagliare perché che Dio è misericordia… ragazzi, è il centro dell’annuncio cristiano! Se è vero che Dante ha avuto la pretesa di spiegare qualcosa di Dio, a tema c’è la misericordia, anche se lui usa questo termine pochissime volte in tutta la Divina Commedia. Perché credo veramente che tu ci abbia azzeccato? Perché in Dante, e credo anche in noi, la parola “misericordia” è un sinonimo della parola amore; quando diciamo: “Dio è amore”, potremmo anche affermare: “Dio è misericordia”. Proclamiamo la stessa cosa, perché la grande intuizione di Dante (che credo percorra tutte la Commedia e la motivi anche) è proprio questa. È la scoperta che siamo al mondo per un atto d’amore, che l’amore, essendo la realtà creata da Dio, ne conserva l’impronta e quindi tutta la realtà soggiace alla legge, all’unica vera legge, che è appunto la legge dell’amore. A me quello che impressiona della Divina Commedia è appunto il disegno complessivo, cioè uno la legge, arriva in fondo, e quel che gli rimane è che tutto sia bene, tutto! L’intera realtà è bene ed è segno dell’amore con cui Dio ci ha voluti con un atto di gratuità impressionante: non c’eravamo e non dovevamo esserci. Nulla, infatti, obbligava Dio a fare in modo che io ci fossi e, invece, io ci sono. È questo – mi vien da dire – il grande annuncio del cristianesimo, completato in senso stretto dalla salvezza operata da Cristo, che altro non è che il ripristino di questa volontà originale del Padre. È il riaffacciarsi nella storia di questa volontà originale che Dio ci ha voluti con un atto di una gratuità assoluta, totale: non eravamo a Lui necessari, eppure, in un momento indefinito della sua eternità, ha definito bello/buono che noi ci fossimo. Dico sempre che se leggere la Divina Commedia aiutasse i nostri giovani anche solo ad avere questo sentimento di sé, riconoscendo la dignità grande che hanno ricevuto in dono, avremmo fatto un passo educativo formidabile. Ai ragazzi a scuola lo spiego, per semplicità, in questo modo: se quando vi alzate al mattino vi venisse familiare avere un sentimento di tenerezza per voi stessi, un sentimento di bellezza, e diceste ogni mattina guardandovi allo specchio: «Ecco, è una cosa buona», la giornata, anzi l’esistenza, cambierebbe radicalmente. È lo stesso che ha fatto Dio quando creava le cose e tutte le sere andava a letto contento, dicendosi: «Dai, sono stato bravino, ho fatto le cose bene. Che bello che ci siano le stelle, il mare, il cielo». Ma quando fa l’uomo aggiunge il superlativo: «vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» [Gen 1, 29]. Questo sentimento di stima, di dignità, di grandezza si scontra, invece, con il ritornello ossessivo che sentiamo ormai dominare nella cultura della nostra società e dei nostri ragazzi in particolare: «Che schifo! Fa schifo la vita, fa schifo la scuola, fa schifo la famiglia, fa schifo la Chiesa…». È un sentimento di rifiuto verso la realtà che arriva nelle persone più fragili e diventa un rifiuto di tutti i rapporti. Vi racconto, invece, qualcosa di meraviglioso: leggere Dante ha il potere di permettere di riconciliarsi con noi stessi, anche con le ferite, a volte tante, spesso dolorose.

Don Samuele Pinna: In questo senso, arrivare in Paradiso per il Poeta è poter contemplare Dio non come qualcosa di astratto, ma ciò per cui ogni singola realtà ha un senso.

Franco Nembrini: Esattamente, e a tal proposito mi preme dire qualche aspetto di ordine generale. Il primo: se penso al Paradiso va spazzata via l’eredità che abbiamo ricevuto, mediamente, dalla tradizione scolastica. La scuola, ahimè, e in Dante lo si vede in modo clamoroso, spesso sortisce l’effetto opposto a quello che si desidererebbe e cioè fa “odiare” ciò che si dovrebbe far “amare”. Per cui ha lasciato in tanti di noi, anche grandi, un ricordo nefasto della Divina Commedia. Tant’è che – non so se l’hai notato don Samuele – nell’introduzione all’Inferno anch’io ho fatto una piccola dedica, e mi sono tolto un po’ il sassolino dalla scarpa, scrivendo che il testo era rivolto ai pochi che non avevano mai letto la Divina Commedia e ai molti che avevano giurato di non leggerla mai più. Se penso poi al Paradiso figurati, è la cantica che non ha mai letto quasi nessuno, perché la tradizione scolastica è a piramide: tanti canti dell’Inferno (non so perché piacciano tanto), un po’ di Purgatorio e tendenzialmente niente Paradiso. Vuoi perché il programma è di quinta superiore e c’è l’esame di Stato, ma credo e temo soprattutto perché non si capisce la Divina Commedia e, d’altronde – lo dico proprio senza presunzione –, non si può comprenderne il senso se non ci si sforza di entrare. Al contrario, la cantica più bella e più poetica è proprio l’ultima, laddove si chiarisce lo scopo e la ragione profonda di tutti i passi che sono stati fatti a partire dalla selva oscura. Che si sostenga, invece, che il Paradiso è difficile perché teologico diventa un insulto a te, don Samuele, in quanto teologo di professione. Suggerisce, infatti, che ciò che è teologico non c’entra niente con l’esistenza e debba essere scartato a priori. Personalmente, invece, ho fatto la scoperta che quando una cosa è teologica è supremamente interessante e concreta per la vita… se non mi spiego interrompimi…

Don Samuele Pinna: No, è molto chiaro, perché è l’idea erronea di “teologia” (e forse anche di una mentalità sempre più anticristiana) che non permette di cogliere la bellezza del “discorso su Dio”. Oggi ci sono due derive nella comprensione di cosa sia teologia. La prima è di ridurla a un pensierino edificante, a volte addirittura costruito con riflessioni molto superficiali, mentre la teologia ha un metodo e un rigore scientifico: si basa sul ragionamento e non sull’istinto emozionale del momento; cerca la verità, non l’opinione momentanea. Per cui, la teologia è la comprensione mediante la ragione della Rivelazione di Dio, del suo messaggio. Dall’altra, il rischio è pensare alla sacra dottrina come il frutto di discorsi astrusi, iperuranici e in definitiva inutili per la vita. E non c’è niente di più sbagliato, perché se Gesù Cristo è il vero uomo (e lo è!), allora per essere veri uomini bisogna assomigliare a lui, ma per assomigliare a lui si deve anzitutto comprendere il suo annuncio e la teologia ha esattamente il compito di illustrarlo. Cosa c’è di più interessante che conoscere l’ordine della realtà, di sapere che Dio è una relazione trinitaria di amore, di capire un Dio che si fa uomo e muore per noi e per la nostra salvezza, di scoprire che il suo bene ci consente di affrontare le inevitabili fatiche della vita?

Franco Nembrini intervistato da Monica Mondo per Soul

Franco Nembrini: Sono totalmente d’accordo e mi sono accorto, dovendo preparare l’introduzione dell’ultima cantica della Commedia, che il percorso che Dante fa lungo il Paradiso in fondo è un percorso di comprensione dei due misteri principali della fede, che sono quanto di più teologico si possa immaginare. Il Poeta vuole arrivare alla fine e rispondere a queste due questioni. Quando ero piccolino a catechismo ho imparato i misteri principali della fede. Tra parentesi: mi sono sparato mille nozioni a memoria e non mi sono pentito perché c’erano delle specie di concorsi e ho vinto tre volte un pallone di cuoio bellissimo e fiammante che altrimenti non mi sarei mai potuto permettere. Bene, ho imparato i due misteri principali della fede: l’unità e la trinità di Dio: incarnazione, passione, morte e resurrezione. E uno potrebbe esclamare: «XXXIII canti per indagare queste due cose… quello non aveva niente da fare!». Eh no, non è così, perché se è vero, come è vero, che siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, quei due misteri sono i due misteri principali della fede e riguardano la natura di Dio. Inoltre, se io sono fatto come Dio, cioè ne conservo l’immagine, quei due misteri spiegano la mia di realtà, dicono qualcosa di radicale, di definitivo (non di definitorio) riguardo alla natura dell’uomo. Si deve, quindi, leggere il Paradiso scoprendo che, man mano, più si chiarisce il mistero dell’unità e della trinità di Dio e più si chiarisce quel dramma che viviamo tutti del rapporto tra complessità e semplicità, tra unità della persona e rapporto con l’altro. Insomma, le grandi domande: «Ma io se amo una persona alla quale consegno la vita mi realizzo o mi perdo? Nel rapporto con l’altro, con gli amici, con la Chiesa, nel rapporto con l’altro tanto importante e significativo sono più me stesso o vengo meno a me stesso?». Siamo di fronte allora a una roba di una concretezza e di una decidibilità straordinaria; e lo si capisce se si guarda come è fatto Dio! E Dante – è proprio una cosa da fuori di testa – ha la pretesa di spiegarci come è fatto Dio. Vi ricordo che nel trentatreesimo del Paradiso egli ha messo a tema queste due verità teologali: innanzi tutto la visione dell’unità del tutto, come premessa, che si tiene in Dio. E Lui com’è? È Trinità e mistero dell’Incarnazione. Sono i due termini della grande visione finale ed è impressionante rendersi conto che Dio stesso è fatto proprio in tal modo. Ora, con poco tempo a disposizione, faccio fatica, ma che Dio è Trinità vuol dire che ciascuno dei Tre per essere deve amare gli altri Due: si afferma nell’affermazione del valore dell’altro. Io sono tanto più io, sono io veramente, quanto più affermo te, tanto che Gesù dice ai suoi discepoli: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» [Gv 15, 13]. Dare la vita per l’altro, sta alla base della ragione dell’esistenza stessa e, quindi, l’affermazione di sé coincide con l’affermazione dell’altro. La grande menzogna della modernità, che stiamo pagando in modo carissimo, è la parola “individuo”. I nostri figli ragionano in quest’ottica (anche se non lo sanno): «Io sono tanto più libero quanto meno dipendo dagli altri, quanto più sono autonomo», che è una fesseria anche dal punto di vista psicologico. Ciononostante, il mondo sembra funzionare così. Dante ci mostra che non è vero. La grande regola dell’essere è l’amore. La Divina Commedia è questa visione stupenda della realtà e spiega la natura di Dio come amore, cioè come Trinità. Si tratta, sì, di una legge che l’uomo può rifiutare.

Don Samuele Pinna: Ed è la risposta che chiarisce il motivo per cui nel mondo ci sia il male in generale e nella sua forma più concreta che la teologia definisce “peccato” (dove si rovina il rapporto con Dio, con gli altri e con se stessi). Se Dio è buono, perché il male? Difficile una risposta sintetica, ma possiamo abbozzarla: perché Egli ha voluto un amore di predilezione (non di costrizione), una libera scelta, da parte delle sue creature. Il male che si è propagato nel mondo è frutto di una catastrofe iniziale. L’armonia divina ha riparato all’errore, sconfiggendo il peccato, ma nella storia rimangono gli influssi, perché il Signore vuole accaparrare il cuore di ogni uomo con la sola potenza del Suo amore, senza prevaricare la sua libertà nell’esercizio del libero arbitrio…

Franco Nembrini: …e pensa al Purgatorio, alla centralità del canto XVII, dove uno studio ha fatto notare che attorno al diciassettesimo canto si possono contare venticinque terzine in avanti e venticinque terzine a ritroso e si ritrova in tutti e due i casi una terzina con la parola “libero arbitrio” nel verso centrale di quella terzina. Il tema del diciassettesimo del Purgatorio e dei sette canti intorno a quello, riguarda la legge dell’amore, legge affidata all’uomo, il quale la può anche rifiutare: libero arbitrio, come hai giustamente sottolineato tu, il quale non coincide con la “libertà”.

Don Samuele Pinna: È il mistero dell’Incarnazione, invece, a permette di comprendere e vivere appieno la libertà.

Franco Nembrini: Sì, perché il mistero dell’Incarnazione risponde alle domande: «Dov’è Dio? Lo posso incontrare?». E Dante ti racconta, a parte che lo racconta dall’inizio…

Don Samuele Pinna: … è la tua tesi, che riprendo nel mio libro, che la Vita nova è il testo che fa da preludio alla Commedia

Franco Nembrini: …Precisamente! Infatti, quando Dante vede Beatrice dice: «Questa ragazza ha a che fare con Dio. C’è qualcosa che mi fa presagire che con lei ci sarebbe qualcosa che mi farebbe raggiungere quella beatitudine a cui sono stato chiamato, quella promessa di bene (che è la vita) con lei si compirebbe». Poi lei muore e il Poeta è costretto a chiedersi il motivo.

Don Samuele Pinna: Sono convinto, come più volte hai spiegato, che Dante, nella Vita nova, intende dare un senso alla morte di Beatrice, la donna che non è semplicemente l’oggetto del desiderio, ma fonte di salvezza che conduce a vita nuova e fa emergere il nobile proposito di condividere con gli altri il bene ricevuto, un amore, cioè, che supera il limite dell’altro.

Franco Nembrini: Esattamente. E quando, nella Divina Commedia, la vede nella processione del Purgatorio (e fa cantare nel poema il Sanctus agli angeli e ai beati che ci sono intorno), lui la riconosce nel momento in cui in coro stanno cantando Benedetto colui che viene nel nome del Signore. E Dante ci ha lasciato il femminile: «Benedetto (maschile) colei (femminile) che viene nel nome del Signore», facendo un’operazione che più incarnazione di così! E nel processo che il Poeta subisce in Purgatorio, Beatrice gli dice: «Tu non hai capito che io ero solo lo strumento col quale Dio ti veniva incontro; morta me, cioè denunciata e scoperta la fragilità dello strumento, dovevi andare al Creatore, a chi mi aveva fatta, per avere soddisfazione del desiderio; e, invece, ti sei rivolto a beni inferiori». Insomma, tutta la Divina Commedia serve a spiegare che l’uomo, e in particolare l’uomo d’oggi, è amore, amore in quel senso che abbiamo descritto. Amore inteso come, mi viene da dire e forse dico una fesseria, corrispondente al Dio dell’eterno bisognoso, dell’eterno incompiuto. Nel senso che ognuna delle Tre persone divine deve continuare ad affermare le altre Due per essere; solo che in Dio questo dinamismo per cui l’amore fa essere è perfetto e continuo. Ed è quello che dà ragione del fatto che il Paradiso sia movimento. Mentre l’Inferno è definitivo, ma definitivo nella sua fissità tremenda, il ghiaccio dove nulla di nuovo potrà mai accadere, il Paradiso ha una sua definitività, ma di vita, ossia è movimento, è il continuo realizzarsi dell’essere nell’atto d’amore con cui ogni Persona della Trinità afferma le altre. Dante, per far capire ciò, chiude il Paradiso tra due versi che contengono lo stesso verbo di movimento. Il primo verso è: la gloria di colui che tutto move; e l’ultimo: l’amor che move il sole e le stelle, a dire che c’è questo infinito dinamismo, questo compiersi dell’amore, sia della natura di Dio sia della natura dell’uomo (affidato alla libertà). Ditemi se c’è cosa più concreta, più bella e chiara? Oltretutto detto come lo presenta Dante… Se andassimo a pescare la parola “desiderio” anche solo nel trentatreesimo del Paradiso, scopriremmo che è a tema, è il tema. Quindi ottimo titolo, don Samuele, e ottimo libro!

Don Samuele Pinna: Grazie, Franco, come sempre ci hai fatto appassionare alla bellezza, alla verità e alla bontà!

Franco Nembrini: Sono io che ringrazio di questa occasione e ne approfitto per lanciare un grande appello, veramente un grande appello, a che Dante possa essere di nuovo letto in questo modo! Letto così soprattutto per i ragazzi, e se mi sono sottoposto alla faticaccia dell’edizione Mondadori è perché desidero con tutto me stesso che il Dante di cui sto parlando lo possano incontrare tutti i ragazzi di tutte le scuole (e non solo quelli che frequentano il liceo classico).

Don Samuele Pinna: Un Dante per il popolo, com’era in passato?

Franco Nembrini: Sì, il popolo, che deve riappropriarsi della Divina Commedia; e lo farà se lo fa la Chiesa per prima. Perché Paolo VI ha scritto quel meraviglioso Altissimi cantus, dicendo: «il nostro Dante»… nostro! E, Dio voglia, possa morire vedendo con i miei occhi la traslazione della salma di Dante in chiesa: è il sogno della mia vita! Lo sto dicendo a tutti: l’ingiustizia che Dante sia sepolto in un tempietto, tanto pagano da commuovere Paolo VI e fargli venire l’idea, dopo la visita alla tomba, di mandare da Roma una croce d’oro da mettere sul sarcofago, perché non aveva trovato nessun segno cristiano. Mi chiedo se Dante non possa essere portato nella chiesa di San Francesco dove furono celebrati i suoi funerali. Non sarebbe l’iniziativa degna di un’Italia che lo rispetta? Anche solo nella sua volontà testamentale. Tra l’altro, e chiudo, 360.000 ragazzi, di cui 280.000 italiani e 80.000 stranieri, visitano la tomba del Poeta. Al posto di vedere quell’orrendo – secondo me – monumento, forse entrando in chiesa, in un contesto adeguato, capirebbero qualcosa di più di quel che accade ora. Li vedo passare: arrivano, sfilano davanti all’attuale mausoleo di Dante e rimangono schifati, esattamente come tutto il resto. Faremmo un’opera di civiltà e di storia, veramente… Chiedo scusa per questo sfogo, ma ci tenevo dirlo anche in questa sede. Grazie mille don Samuele per questo dialogo e per la tua amicizia e pure a chi oggi ci ha pazientemente ascoltato.

Don Samuele Pinna: Grazie, a te Franco! E desidero concludere con un invito che rivolgo a tutti, recuperandolo dal mio libro:

La scelta di seguire le suggestioni offerte da Dante si origina dalla profonda conoscenza dell’umano che traspare dalla sua poesia […]. Si riflette così nella Commedia, che fu definita Divina per la prima volta dal Boccaccio, la concezione che Dante ha della vita umana – fondata sul retto ordine dei valori –, del suo senso e del suo fine, che culmina nel primato della bellezza, della bontà, della verità e dell’amore misericordioso.

pp. 23 e 279

Grazie a tutti!

A cura di Federica Favero con la collaborazione di Giada Mariani

scritto da

A riguardo don Samuele Pinna 0 articoli
Sacerdote ambrosiano, è docente presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Collabora con numerose riviste ed è autore di diversi volumi, tra cui Meditazioni sul Concilio. Una lettura del Vaticano II con Benedetto XVI (2015), Spaghetti con Gesù Cristo! La «teologia» di Bud Spencer (2017), Un grande amico. Il Maritain di Piero Viotto (2018), Charles Journet: il Mistero della Chiesa (2018) e, il libro letterario, Dalle lettere di don Augusto. Come rimanere cattolici nonostante tutto (2020). Insieme a Francesco Pinna e Teresa Gornati con la Presentazione del card. Sarah, Lo Spirito Santo e la Chiesa alla luce dell’insegnamento del Concilio Vaticano II (2019).

Lascia il primo commento

Di’ cosa ne pensi