Le “Residential Schools” e l’«uccidere l’indiano nel bambino»: quando le Chiese seguono lo Zeitgeist

Il Report della TRC evidenzia che è difficile ricostruire i numeri esatti di quanti sono deceduti mentre frequentavano le residential schools.

Gli obblighi di documentazione dei decessi a carico degli istituti, infatti, non erano sempre chiari, e le norme federali consentivano di distruggere i registri dopo un tempo relativamente breve; i documenti che esistono non sono dettagliati (ad esempio riportano il numero dei morti ma non i nomi; nel 50% dei casi non è indicata la causa della morte).

I registri riportano circa 3.000,00 morti; la TRC ipotizza che possano essere all’incirca il doppio.

Fort Resolution Indian Residential School (St. Joseph’s Convent), large group of students wearing formal school attire posing outdoors, 1928
Fort Resolution Indian Residential School (St. Joseph’s Convent), large group of students wearing formal school attire posing outdoors, 1928

Dai documenti esistenti, è comunque possibile evidenziare che, almeno fino agli anni ’50, la mortalità tra gli allievi delle residential schools era molto più elevata di quella del resto della popolazione, e in particolare dei bambini della stessa età.

È un dato simile a quello delle Mother and Baby Homes irlandesi, ed effettivamente anche le cause sembrano analoghe: la prima causa di morte indicata è la tubercolosi, seguita da influenza, polmonite e altre malattie polmonari.

Il governo canadese credeva di poter spendere pochissimo per mantenere le scuole (grazie al lavoro semi-gratuito dei missionari e alla manodopera degli studenti stessi) e non era preparato a sostenere i costi necessari per gestire adeguatamente il sistema: di conseguenza, gli edifici erano costruiti con materiali di scarsa qualità e non ricevevano manutenzione adeguata; molti erano mal riscaldati e mal ventilati, e sempre sovraffollati, il che favoriva il dilagare di epidemie. Non vi erano procedure adeguate per isolare gli studenti che si ammalavano, e pochi istituti avevano personale sanitario qualificato che potesse fornire cure mediche adatte (che peraltro, fino a un certo momento storico, neppure esistevano).

Un certo numero di studenti è rimasto vittima di incendi (almeno 53 scuole furono distrutte dalle fiamme), anche a causa delle scarse misure di sicurezza, o di altri incidenti.

Altri ancora sono morti o scomparsi dopo essere scappati da scuola.

I testimoni raccontano diversi casi di suicidio e addirittura qualche caso di sospetto omicidio.

St. Anthony’s Indian Residential School, female students and a nun, Onion Lake, ca. 1950
Metlakatla Indian Residential School, group of students posing on outside steps, date unknown

A differenza di quanto potrebbero far pensare le recenti scoperte (tra maggio e giugno sono stati ritrovati i resti di 751 corpi sul terreno della “Marieval Indian Residential School”, 182 tombe anonime presso la “St. Eugene’s Mission School” e 215 nei pressi della “Kamploos Indian Residential School”); però il fatto che vi fossero sepolture vicino alle scuole non è mai stato un “segreto”.

Le scuole più antiche erano collocate all’interno di missioni, che includevano una chiesa, una fattoria, e anche un cimitero dove erano seppelliti sia i religiosi che gli altri membri della comunità; altre scuole seppellivano i propri defunti in vicini cimiteri municipali o in locali cimiteri della denominazione religiosa di appartenenza. 

Quando a morire era un allievo, la politica del Dipartimento degli Affari Indiani era di porre le spese di sepoltura a carico delle scuole, che in genere non inviavano le salme presso le comunità di origine (neppure quando i genitori lo chiedevano espressamente), perché il trasporto era considerato troppo costoso. Spesso le famiglie non venivano correttamente informate delle cause della morte, e neppure circa i luoghi di sepoltura.

I giornali hanno spesso usato l’espressione “fosse comuni”, ma questa forma di sepoltura risulterebbe essere stata utilizzata solo in caso di epidemie (ad esempio quella di influenza del 1918-1919), quando la mortalità era altissima e non era materialmente possibile scavare tombe individuali. Dalle testimonianze, non sembrerebbe neppure che la sepoltura avvenisse senza riguardi per le salme: una delle ex allieve racconta che durante un’epidemia di tubercolosi, quando moriva circa una ragazzina al mese, 

the Sisters invariably had them dressed in light blue and they always looked so peaceful and angelic. We were led to believe that their souls had gone to heaven, and this would somehow lessen the grief and sadness we felt in the loss of one of our little schoolmates.

È vero, però, che – se alcuni cimiteri sono stati mantenuti e sono ancora esistenti – altri, dopo la chiusura delle scuole, sono rimasti abbandonati; poiché le sepolture erano in genere indicate con semplici croci di legno (mentre quelle dei religiosi spesso recavano vere lapidi, con data di nascita e morte), nel tempo se ne è persa traccia. 

St. Paul’s Indian Industrial School, students and staff, Middlechurch, ca. 1901

Alcune scuole sono state distrutte da incendi o demolite e ricostruite altrove anche più volte, e la loro collocazione originaria (e l’esistenza di eventuali cimiteri annessi) non sempre è documentata.

In alcuni luoghi può essere cresciuta della vegetazione o possono essere stati costruiti altri edifici; talvolta non è neppure chiaro chi siano i proprietari dei terreni.

Alcuni studenti (soprattutto a partire dal ventesimo secolo) sono deceduti in ospedale, e le salme possono essere state sepolte nel cimitero locale. 

La storia di alcuni luoghi di sepoltura è complessa: le tombe anonime ritrovate alla St Eugene’s, per esempio, non si trovavano in un luogo abbandonato, ma sono state scoperte durante dei lavori all’interno del cimitero locale, che esiste dal 1865; a partire dal 1874, dopo che è stato aperto un ospedale, vi sono stati seppelliti anche i pazienti deceduti; la scuola è stata aperta solo nel 1912 ed è esistita fino al 1970. Non è pertanto certo, per ora, a chi appartengano le tombe.

È fondamentale poter chiarire il più possibile quanto accaduto, e soprattutto che le famiglie che non hanno più avuto notizie dei loro cari possano conoscerne la sorte e i luoghi in cui sono sepolti. Proprio a tale scopo, da diversi anni si svolgono accurate indagini anche con l’ausilio di nuove tecnologie un tempo non disponibili (satelliti, radar, etc): ricerche che hanno portato ai recenti tristi ritrovamenti, la cui notizia ha riaperto vecchie ferite non ancora rimarginate, e suscitato l’interesse dei media del tutto il mondo.

Il ruolo delle Chiese nelle residential schools

Si è molto parlato delle “scuse” richieste alle Chiese, e in particolare a quella Cattolica (che gestiva la maggior parte degli istituti), per quanto accaduto nelle residential schools.

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Sono nata nel 1987 a Piacenza, dove ho studiato Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore e dove tuttora vivo e lavoro come avvocato. Avida lettrice e accumulatrice di libri, ogni tanto scribacchio di bio-diritto e di altre cose che potete leggere su BioLaw Journal e su WoMag; mi occupo anche del tema della tutela dei minori e delle persone vulnerabili, in particolare in ambienti ecclesiali.

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