Dopo un anno di Covid, diventiamo Simba alla scuola di Mandela

Nel 1994 esordì nei cinema il film di animazione “Il Re Leone” la cui sceneggiatura fu curata da Christopher Vogler, che grazie a quel film riuscì a recuperare un momento di crisi della Disney. La storia del Re Leone si basa sul paradigma del “viaggio dell’eroe”, una struttura narrativa che racconta non solo la rinascita del protagonista del film, Simba, ma di tutta la casa Disney dopo anni bui.

Sempre nel 1994 accadde un altro evento epocale nello scenario internazionale: Nelson Mandela divenne il primo presidente di colore dello Stato del Sudafrica.

Sì, lo so, mi rendo conto che può sembrare azzardato mettere a confronto Simba con un grande come Mandela, eppure ci sono degli aspetti comuni nelle loro storie che mi hanno colpito. Al di là del fatto che sono entrambe ambientate nei caldi scenari africani, c’è una sequenza nelle loro narrazioni che torna. Per chi non conoscesse la storia del Re Leone vi dico solo questo: il piccolo Simba è destinato a diventare il re della foresta e vive felice con i suoi genitori, fino al giorno in cui lo zio Scar uccide il padre di Simba per prendere il suo posto e fa credere al piccolo leoncino di essere lui il responsabile dell’incidente: Simba viene ingannato. E scappa, si rifugia nella giungla, dove continua la sua vita, conosce nuovi amici ma resta imprigionato per anni in una realtà che non gli appartiene, in un posto che non è il suo. Dovrà passare del tempo e dovranno accadere degli eventi perché Simba possa tornare sulla sua strada, ritrovare la sua identità e riprendersi il ruolo che gli spetta.

Anche Mandela aveva origini regali. Era discendente diretto di Ngubeng Cuka, uno dei più grandi monarchi della tribù dei Thembu che insieme ad altre tribù costituiva il popolo Xhosa, un popolo fiero, armonioso, che credeva nell’ordine, nell’istruzione, nella cortesia. Mandela apparteneva al clan Madiba, re dei Thembu, per questo chiamarlo così era un gesto di rispetto e significava riconoscere le sue nobili origini. Nacque nel 1918 in una zona della Provincia del Capo in Sudafrica. Il suo vero nome era Rolihlahla, che aveva un che di profetico, perché nella lingua locale significava “colui che scuote l’albero”, gli venne poi dato il nome di Nelson nel collegio coloniale britannico che frequentò da ragazzo. Mandela fu in effetti un rivoluzionario. Già da giovane studente, mentre frequentava l’Università di Fort Hare emerse il suo spirito ribelle e la sua indignazione per l’ingiustizia: si fece espellere da quell’università per restare fedele a se stesso e i suoi principi. 

Anche la sua storia, come abbiamo visto nel Re Leone, viene mossa da un inganno: quello dell’Apartheid, secondo cui bianchi e neri non potevano godere degli stessi diritti. Ma lui non credette mai a questa menzogna, per questo costituì con un gruppo di amici la Lega Giovanile dell’ANC, l’African National Congress, di cui fu presidente. Una volta terminata la facoltà di legge, avviò il primo studio legale per i neri. In quegli anni si dedicò a una campagna non violenta di disobbedienza civile, organizzando manifestazioni contro le leggi razziali. Venne arrestato e rilasciato più volte, fece una vita da clandestino, lo chiamavano “la Primula nera”, fino al 1962 quando fu arrestato di nuovo perché per le crescenti repressioni del governo, l’ANC scelse di continuare a combattere con la lotta armata. Al processo di Rivonia, nella sua appassionata arringa che durò ben 4 ore, disse:

Ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia… Questo è un ideale per cui vivo e che spero di realizzare. Ma se è necessario, è un’ideale per il quale sono pronto a morire. 

Nel 1964 Nelson Mandela fu giudicato colpevole di sabotaggio e alto tradimento e fu condannato a scontare l’ergastolo a Robben Island. Restò in carcere per 27 anni. E devo dire che questa prigionia così lunga, vissuta con il coraggio e la dignità di cui è stato capace, è l’aspetto di lui che più di altri mi ha sempre affascinato e ultimamente sono tornata a pensarci, a un anno esatto dall’inizio della pandemia e dei primi lockdown in Italia. 

Come ha fatto Mandela a resistere per così tanto tempo in prigione? Come nasce il suo coraggio?

Sembrerebbe una virtù innata ma non è così, in realtà lui diceva che il coraggio è un esercizio quotidiano. C’è un episodio significativo raccontato da una delle sue guardie del corpo quando era già presidente. Erano su un volo aereo quando a metà del viaggio, Mandela si affacciò al finestrino dicendo con calma che il motore a elica sembrava non funzionare. I piloti dissero di conoscere la situazione e che quasi sicuramente tutto sarebbe andato bene. Mandela annuì e si rimise a leggere il suo quotidiano, senza mai distogliere lo sguardo dalla lettura, nemmeno in fase di atterraggio che fu comunque di emergenza e molto turbolento. La guardia del corpo ebbe paura ma la tranquillità di Mandela lo calmò. In macchina un suo amico giornalista gli chiese come fosse andato il volo, Mandela si girò verso di lui, spalancò gli occhi e con voce drammatica rispose: «Ero terrorizzato!». Eppure nulla avrebbe dato a vederlo.

Il coraggio per lui fu una scelta. Una scelta che prese a 16 anni, quando con altri venticinque ragazzi suoi coetanei che appartenevano tutti all’élite del villaggio venne rinchiuso in una capanna lungo l’argine del fiume, rasato da capo a piedi, ricoperto di color ocra e poi avvolto in una coperta, tutto per il rito della circoncisione, un passo necessario nella vita di ogni maschio xhosa. Il rito avveniva davanti al re, ai capi locali, ad amici e parenti. Subito dopo la circoncisione i ragazzi gridavano a voce ferma “Io sono un uomo!” ma quando toccò a lui restò talmente shockato dal dolore che per prima cosa immerse la testa e le spalle in una zolla di erba fresca e solo dopo, balbettando, riuscì a ripetere la formula. A distanza di più di sessant’anni ancora non si perdonava di non aver reagito come avrebbe dovuto, capì che non era coraggioso di natura e che quindi doveva diventarlo. 

Questo atteggiamento in cui il coraggio a volte consiste nel fingere di essere coraggiosi è quello che gli ha permesso nei lunghi anni a Robben Island di resistere a tutte le deprivazioni a cui era sottoposto e tenere testa alle vessazioni delle guardie per farsi infine rispettare anche da loro. Mandela ammirava le persone coraggiose, il complimento più lusinghiero che poteva fare a una persona era dire di lei “si è comportata bene”, intendendo con questo la capacità di restare saldi e sicuri anche nelle situazioni più difficili.

La prigione fu per lui una maestra di vita. Entrò in carcere a 44 anni come uomo passionale, iroso ed estremista e ne uscì a 71 da uomo maturo, misurato, con una grande capacità di autocontrollo e con l’ostinazione di volere guardare il bene negli altri fino a prova contraria. Tutto poteva rappresentare un ponte per avvicinarsi al cuore della gente, anche del nemico. Per questo motivo a volte fu accusato di essere lento se non addirittura ingenuo, ma a lui non importava, diceva che è necessario dare fiducia agli altri per renderli migliori e che la gente ha bisogno di potersi appoggiare a leader sereni che sappiano ispirare fiducia. L’impulsività giovanile lasciò spazio a un atteggiamento che sapeva bilanciare l’intraprendenza con una prudenza che non aveva fretta, diceva spesso “Pensa, analizza e poi agisci”. Anche il suo portamento elegante comunicava questo equilibrio, agli altri detenuti in prigione bastava guardarlo camminare con sicurezza per risollevare l’animo. 

La prigionia di solito distrugge gli uomini, invece Mandela ne uscì più forte. Lo aiutarono senz’altro le letture, gli piacevano molto gli antichi scrittori greci. Non smise mai di fare allenamento fisico, era fiero del suo aspetto, molto attento alla sua salute e anche in prigione non rinunciò ai suoi esercizi quotidiani: una corsa sul posto per 45 minuti seguita da 200 piegamenti e un centinaio di flessioni sulle braccia. In prigione riuscì addirittura a farsi concedere un orto da coltivare, era la sua oasi di pace, il luogo in cui si rigenerava e di cui andava fiero. Raccontava dei suoi raccolti anche nelle lettere che mandava alla famiglia, con i servizi di sorveglianza che cercavano di capire quale messaggio criptato potesse nascondersi dietro quell’elenco di frutta e ortaggi che invece parlavano solo della sua voglia di vita.

Quello che fece la differenza e che lo aiutò a resistere fu forse anche la sua fiducia cieca nell’amore. L’amore, diceva, è la cosa più importante. Come potrebbe credere nell’amore un uomo che per quasi trent’anni ha dovuto rinunciare a sua moglie e ai suoi figli, agli amici più cari? Eppure restò un romantico, anche se le sue idee sull’amore restavano più nel suo immaginario e nei suoi ricordi. Nonostante il primo matrimonio fallito e il secondo, quello con Winnie Mandela, che amò moltissimo nonostante i tanti anni di distanza e nonostante il dolore che provò quando scoprì la sua infedeltà, Nelson non smise di crederci. Tanto da risposarsi a 80 anni, con Graca Machel, un’attivista per i diritti nel Mozambico. Nel 1998, quando rese pubblica la relazione con lei disse:

Non ho rimpianti per gli ostacoli e le difficoltà che ho vissuto perché anche se tardi nella mia vita adesso sboccio come un fiore, grazie al suo amore e al suo supporto.

Voleva che la gente sapesse quanto era felice.

Ci sarebbe tanto ancora da raccontare e scoprire su di lui, ma quello che lo ha salvato forse di più in prigione, è stato il suo credere nel concetto africano di ubuntu, con cui era stato educato, un’idea di fratellanza, di impegno collettivo che si traduce nel proverbio zulù “una persona è una persona soltanto attraverso le persone”. La prigione non lo ha distrutto perché non si è mai recluso dietro alle sbarre dell’individualismo.

Ecco, mi piaceva condividere questa riflessione a un anno dalla pandemia che ci ha confinato a lungo nelle nostre case. Siamo oltretutto in tempo di Quaresima, dove l’impegno che ci viene richiesto è proprio quello di uscire dai nostri inganni e dalle nostre prigioni, che sono di fatto quelle interiori: tutto ciò che ostacola la nostra autenticità e la nostra libertà e che ci fa dimenticare chi siamo e di Chi siamo figli. Recuperare questa memoria è ciò che ha permesso a Simba di ritrovarsi, custodire questa memoria è ciò che ha permesso a Nelson Mandela di non perdersi. In un cerchio della vita che resta sempre in attesa di nuove rinascite e di una nuova Pasqua che non tarderanno a tornare.

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