In giro per la Terra di Mezzo con Giorgio Torelli

Nel romanzo contemporaneo in assoluto tra i più riusciti, Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, di cui «si dice sia il libro più letto del XX secolo, dopo la Bibbia»[1], è descritto un epico viaggio in cui i vari protagonisti sono chiamati a distruggere un possente male. Si tratta dell’Anello del Potere, forgiato da Sauron, uno spirito angelico decaduto che vuole conquistare la terra creata da «Eru, l’Uno, che nella lingua elfica è detto Ilúvatar»[2]. Lungo il lento snodarsi della storia della Terra di Mezzo, il manufatto magico è smarrito e viene ritrovato dalla più improbabile delle creature, lo hobbit Bilbo Baggins, il quale – dopo averlo tenuto per molto tempo – lo lascia in eredità al nipote Frodo. Devono passare nove anni da quando Gandalf il Grigio, lo stregone che guiderà la Compagnia dell’Anello, si renderà conto di avere tra le mani l’Unico. Per Frodo della Contea è il momento di partire per salvare la sua terra, anche se per un mezz’uomo lasciare la sicurezza della propria casa è una follia, che soltanto gli “svitati” (o presunti tali), come Bilbo e pochi altri, avevano fatto in passato. Frodo sarà, pertanto, costretto ad affrontare ogni avversità sino a raggiungere il Monte Fato, l’unico luogo in cui è possibile distruggere l’Anello, ma da solo non riuscirà a disfarsene: è provvidenzialmente aiutato dall’inconsapevole Gollum[3], perfida creatura che il giovane Hobbit aveva risparmiato per pietà. Ecco, dunque, svelarsi i “personaggi” tra i più importanti per Tolkien: la Provvidenza sostenuta dalla Pietà.

Frodo – egli scrive in una lettera – aveva fatto tutto quello che aveva potuto, non si era certo risparmiato (come strumento della Provvidenza) e aveva creato una situazione in cui l’obiettivo della sua ricerca avrebbe potuto essere raggiunto. La sua umiltà (con cui aveva iniziato il compito) e le sue sofferenze vennero giustamente ricompensate dall’onore più alto; e l’aver esercitato la pazienza e la compassione nei confronti di Gollum gli fecero meritare la Pietà: il suo fallimento si trasformò in vittoria[4].

L’Autore de Il Signore degli Anelli, al pari del Manzoni, mostra come il caso non esista, perché la realtà è finalizzata a un disegno d’amore che la trascende e che alla fine conduce ogni cosa verso l’eucatastrofe, neologismo coniato dal filologo anglosassone per dire «l’improvviso “capovolgimento” gioioso»[5]. E Gesù Cristo, suggerisce di nuovo Tolkien, dovrebbe essere per i credenti l’eucatastrofe vivente.

Meditando su questa mitica storia non ho potuto non accostare la figura dell’hobbit Frodo a quella del giornalista Giorgio Torelli[6]. Certo, il primo percorre peripezie per distruggere il male, mentre il secondo per cercare, trovare e riscrivere il bene. E quanti corsi, ricorsi e percorsi l’hanno visto protagonista di fatti e persone straordinarie nella loro ordinarietà.

Alarico Gattia, Ritratto di Giorgio Torelli

Non solo, quanto è narrato in modo sublime nell’opera tolkieniana, l’ho appreso nella mia “professione” – in nomine Domini et in fratribus –, intuendo come i fatti inaspettati sovente possano essere significativi e degni di nota. E, anche su questo punto, Giorgio sale in cattedra: ha visto miriadi di cose e incontrato centomila personaggi, ma intuisco nelle sue confidenze che tutto è stato in qualche modo legato insieme da un disegno più grande. Quando, dunque, la Provvidenza si mette al lavoro a causa di una Pietà suscitata da uomini di buona volontà ogni cosa è possibile, persino salvare la “propria” e “personale” Contea.

don Samuele Pinna seduto sulla poltrona
di fronte a Giorgio Torelli

Questa scorribanda nel mondo letterario, mi ha fatto inoltre tornare alla mente un episodio. In un giugno milanese non particolarmente torrido di qualche tempo fa, in poche ore la mia vita avrebbe mutato disinvoltamente di segno. Una convocazione inaspettata, infatti, mi raggiunse con tanto di invito: cambio di destinazione. Dovevo mettermi anch’io in cammino, ma non per distruggere un male, ma – sulla scia dell’esempio di Giorgio – per continuare a portare un bene. Sono un sacerdote cattolico e stavo per cimentarmi in un trasloco da una comunità cristiana a un’altra, la quale sarebbe diventata la mia nuova casa. Accoglievo in quel momento la novità con entusiasmo, ma non senza trepidazione, cercando di rileggere alcuni segni “soprannaturali”. Uno in particolare mi colpì: la Parrocchia dei Santi Angeli Custodi di cui divenivo referente è la chiesa che ospita le spoglie mortali e venerabili di Marcello Candia. Quel Candia imprenditore di cui Giorgio tratta, discorre e annuncia nel suo libro Da ricco che era, vero best seller (per dirla all’americana), che ha venduto in poco tempo centomila copie, consentendo una grande diffusione nella conoscenza dell’operato del Venerabile. “Tu sei seduto sulla poltrona dove si metteva Marcello!”, mi è stato infatti ripetuto più volte in ogni visita a casa Torelli. Capii di essere pronto a partire non “a cuor leggero”, ma con il cuore leggero! Mi pare sia lo stesso spirito che ha caratterizzato Giorgio nelle sue innumerevoli trasvolate a caccia di buone nuove: notizie legate non a fatti di cronaca ma a un bene che esiste e persiste, ancora forte e rigoglioso, a tutte le latitudini e longitudini del mondo. “Basta andarselo a cercare”, è il ritornello che esce dalla bocca del brillante giornalista – come l’ha apostrofato di Antonio Sicari –, a dire appunto che bisogna “cacciarsela”. È quanto ha proposto per una sessantina d’anni e propone ancora Torelli (che scrive settimanalmente sulla Gazzetta di Parma) mediante l’abile uso della sua penna. A me, sacerdote, la cosa non poteva sfuggire: c’è un Logos fattosi carne, il Cristo, che ci ha annunciato una buona novella. Dal Vangelo mille altre parole sono scaturite da cuori capaci d’amare a imitazione di Gesù di Nazaret: secondarie rispetto a quelle del Maestro, ma importanti anch’esse per dire che il messaggio di Dio si può realizzare nella e con la vita: «chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste» (Gv 14, 12).

Come Giorgio, pure io ho il mio personale parterre di testimoni: uomini e donne con cui ho trascorso svariate e intense ore della mia esistenza. Innanzitutto, gli autori di cui ho studiato il pensiero: tra i tanti, annovero Edith Stein, mio amore giovanile, Jacques Maritain e Charles Journet, pensatori della maturità, tutti quanti estimatori di Tommaso d’Aquino, il teologo più illustre di sempre. Poi ho sperimentato altri tipi di conoscenze, poiché frutto sì di apprendimento delle opere, ma anche d’incontro personale e cordiale: non possono non citare due figure per me determinanti, quali Benedetto XVI e Giacomo Biffi[7]. Non mancano, infine, poeti e scrittori, da Dante a Guareschi passando per Tolkien[8], ma anche personaggi che hanno mostrato la via del bene pur lavorando nei campi più diversi, come il mitico attore e sportivo Bud Spencer e il suo compagno di tante avventure Terence Hill[9]. Su questi ho scritto, ragionato, reso grazie e riproposto. Ora, però, posso annoverare un altro amico, una nuova conoscenza, un’altra persona capace d’indicarmi la rotta, mostrando orizzonti inesplorati di significative parole e di gesti operosi. E trattasi appunto di Giorgio Torelli che è stato, come si cercava di spiegare, un giornalista a modo suo, perché, con il fiuto sopraffino che lo caratterizza, ha cercato e ripresentato solo notizie buone.

Ho visto di nuovo la mano della Provvidenza che non per caso, ma per un preciso disegno mi ha messo sulla strada giusta per poterlo incontrare. E tutto cominciò con il momento di maggior Pietà cristiana, cioè dal Sacramento della Riconciliazione. Un certo Michele Arcangelo si accostò un giorno al mio confessionale per santificare la sua coscienza e, trovando sintonia col sottoscritto, si affacciò più volte, tanto che con il tempo diventò non solo un “mio” penitente, ma soprattutto un grande amico. Dopodiché, i fatti si sono affastellati in un gioco in cui il destino sembra divertirsi a intrecciar situazioni invero governate dalla Provvidenza e scaturiti dalla Pietà (è il caso di dirlo!).

Ricordo come, proprio nello stesso periodo, mi imbattei, quasi per caso, in un vecchio libro ingiallito dalla polvere. Preso tra le mani, mi resi conto essere uno scritto di Giorgio Torelli intitolato La pazienza di Dio. L’Autore era a me noto per i suoi studi sul suo collega e amico Giovannino Guareschi, ma non sapevo che tal Giorgio era il padre di Michele Arcangelo. Ero rimasto folgorato da quella lettura, un commento al Vangelo domenicale apparso originariamente su un giornale “laico”. Devo averne parlato con il figlio (a me ignoto, allora, nella figliolanza), il quale compiaciuto esclamò: “È di mio papà!”. Da lì, l’inizio di un legame profondo non solo con Giorgio, ma con tutta la famiglia, convinto di essere entrato a farne parte e di essermi un poco “torellizzato” anch’io. E quando uno si lascia contagiare da un uomo come Giorgio Torelli è spinto a fare ciò che fa lui: raccontare a tutti e sempre che il bene c’è e, cercandolo, si può annunciare per donare speranza! Ecco il motivo per cui vado a trovarlo volentieri e mi accorgo, in ogni occasione, che si colloquia per ore e ore, finché, quasi a malincuore, giunge per me il momento di rincasare. Sono accompagnato come sempre alla porta, ma non si tratta soltanto di gentilezza. Ne sono edotto: è un episodio accaduto tra Giorgio e Marcus (come veniva affettuosamente chiamato Candia), che ascolto volentieri, per poi andare a rileggermelo nel suo volume, spulciando tra le pagine:

Mi par di ricordare – egli scrive – che ci dicessimo alcune cose significanti, e tuttavia in fretta, quasi in piedi. E mi viene da riflettere quando ripenso a come Marcus racconta l’episodio. Dice e ripete sempre, come se la circostanza fosse eccezionale per un bussatore di porte come lui, talora più sopportato che accolto e tuttavia sempre dolce, mite, sorridente, inflessibile, incoercibile: “Ricordo che mi hai accompagnato all’ascensore”. E fa di quest’episodio d’ovvia accoglienza il primo caposaldo del nostro conoscerci e spartirci[10].

In illo tempore, mi dice, pertanto, Giorgio: «Ho siglato la mia amicizia con Marcello per averlo accompagnato all’ascensore, vuoi che non lo faccia con te?»

Ci accomiatiamo, ma è un arrivederci: ad multos annos!


[1] S. Caldecott, Il fuoco segreto. La ricerca spirituale di J.R.R. Tolkien, Lindau, Torino 2009, p. 7.

[2] J.R.R. Tolkien, Il Silmarillion, Rusconi, Milano 199613, p. 23.

[3] «Qui, nel profondo, presso l’acqua scura, viveva il vecchio Gollum, un essere piccolo e viscido» (Id., Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro, Adelphi, Milano 2003, p. 90).

[4] Id., La realtà in trasparenza. Lettere, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Bompiani, Milano 20022, Lettera n. 246, pp. 367-368.

[5] Id., Albero e foglia, Rusconi, Milano 19939, p. 92.

[6] L’ultimo dei figli di Torelli ha apprezzato l’accostamento tra la figura di suo padre e quella di un Hobbit, perché come gli appartenenti del popolo della Contea, anche Giorgio è tendenzialmente sempre di buonumore, ama fumare l’erba-pipa e stare in allegra compagnia, non disdegnando di raccontare storie dal sapore antico. Non solo, coltiva un’amicizia molto intima con la terra, amando la bellezza dei campi lavorati e il declivio dei colli, ma anche la natura lussureggiante presente all’equatore o quella minimale eppur tenace tra i ghiacciai. Giorgio, però, più che dei paesaggi dell’Antiluna o della Terra di Mezzo è interessato a scoprire la bellezza delle persone. Ma ecco la descrizione dei mezz’uomini data da Tolkien: «Il popolo hobbit è discreto e modesto, ma di antica origine […]; amante della pace, della calma e della terra ben coltivata, il suo asilo preferito era una campagna scrupolosamente ordinata e curata […]. Per quanto riguarda gli Hobbit della Contea […] essi erano […] un popolo allegro e spensierato; portavano vestiti di colori vivaci […]. Più che belli, i loro visi erano generalmente gioviali, illuminati da occhi vivacissimi e guance colorite, con una bocca fatta per ridere, bere e mangiare. Ed era proprio ciò che facevano: mangiavano, bevevano e ridevano con tutto il cuore, amavano fare a tutte le ore scherzi infantili, e pranzavano sei volte al giorno, quando ne avevano la possibilità. Erano ospitali: feste e regali, che offrivano con grande generosità ed accettavano con entusiasmo, costituivano il loro massimo divertimento» (Id., Prologo, in Id., Il Signore degli Anelli, Rusconi, Milano 198819, pp. 25-41: pp. 25-26). Se non fosse irriverente, si potrebbe vedere una sorta di descrizione degli abitanti della Parma che fu e che, forse, in qualche misura, è ancora.

[7] Ulteriore fatto “soprannaturale”: l’altra Parrocchia in cui presto da poco servizio è Sant’Andrea, comunità cristiana che ha visto come Parroco proprio Giacomo Biffi (su questo si veda: G. Biffi, Cose nuove e cose antiche. Scritti (1967-1975), a cura di Samuele Pinna e Davide Riserbato, Cantagalli, Siena 2017).

[8] Cfr. Cfr. S. Pinna – D. Riserbato, Filastrocche e canarini. Il mondo letterario di Giacomo Biffi, Presentazione di Pinocchio e Postfazione di Matteo Maria Zuppi, Cantagalli, Siena 2018.

[9] Cfr. S. Pinna, Spaghetti con Gesù Cristo! La «teologia» di Bud Spencer, Àncora, Milano 2017; Id., Il suo nome è Terence Hill. Una vita da film, Àncora, Milano 2021.

[10] G. Torelli, Da ricco che era. La frontiera del dottor Candia sul Rio delle Amazzoni, Editoriale Nuova, Milano 19805, pp. 63-64.

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Sacerdote ambrosiano, è docente presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Collabora con numerose riviste ed è autore di diversi volumi, tra cui Meditazioni sul Concilio. Una lettura del Vaticano II con Benedetto XVI (2015), Spaghetti con Gesù Cristo! La «teologia» di Bud Spencer (2017), Un grande amico. Il Maritain di Piero Viotto (2018), Charles Journet: il Mistero della Chiesa (2018) e, il libro letterario, Dalle lettere di don Augusto. Come rimanere cattolici nonostante tutto (2020). Insieme a Francesco Pinna e Teresa Gornati con la Presentazione del card. Sarah, Lo Spirito Santo e la Chiesa alla luce dell’insegnamento del Concilio Vaticano II (2019).

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