Quando Lutero mostrò per la Madonna “piú riguardo” dei cattolici

Jacqueline Bisset nei panni di Maria in “Jesus” di Roger Young (1999)

In queste settimane mi sto regalando il riascolto della Große Hörbibel della Deutsches Bibelgesellschaft (un’opera immensa che tutti i cristiani dovrebbero cercare di emulare in ogni lingua): il dono della resa drammatica di bravissimi attori restituisce nuovo smalto sia alla versione tedesca di Lutero sia – per paradossale che sia – al soggiacente testo greco, che spesso mi torna in mente sorprendendomi.

Versioni tedesche e italiane a fronte dell’originale (greco)

Uno dei passaggi che negli scorsi giorni mi ha sorpreso è quello di Lc 11,27-28: ascoltandolo, e ripensando al testo greco, mi sono detto “ecco un passaggio in cui Lutero ha avuto per la Madonna più riguardo di quanto ne abbia avuto la stessa Conferenza Episcopale Italiana!”. Sicuramente è paradossale, ma non lo dico con intento provocatorio. Ecco intanto il testo di Lutero e una versione italiana (per chi non comprenda il tedesco).

Und es begab sich, als er so redete, da erhob eine Frau im Volk ihre Stimme und sprach zu ihm: Selig ist der Leib, der dich getragen hat, und die Brüste, an denen du gesogen hast. 

Er aber sprach: Ja, selig sind, die das Wort Gottes hören und bewahren.

E avvenne allora, mentre egli diceva cosí, che una donna dal popolo alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato, e beati i seni che hai succhiato!».

Egli però disse: «Sí, beati quelli che ascoltano la Parola di Dio e la osservano».

E vediamo adesso il testo greco, accompagnato dalle due piú recenti versioni CEI (quella del 1974 e quella del 2008):

Ἐγένετο δὲ ἐν τῷ λέγειν αὐτὸν ταῦτα ἐπάρασά τις φωνὴν γυνὴ ἐκ τοῦ ὄχλου εἶπεν αὐτῷ· μακαρία ἡ κοιλία ἡ βαστάσασά σε καὶ μαστοὶ οὓς ἐθήλασας.

αὐτὸς δὲ εἶπεν· μενοῦν μακάριοι οἱ ἀκούοντες τὸν λόγον τοῦ θεοῦ καὶ φυλάσσοντες.

Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!». 

Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». 

Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Nel primo versetto osserviamo poche e relativamente ininfluenti variazioni stilistiche, per quanto la versione del ’74 fosse un pelino piú fedele nella resa dei costrutti sintattici1Nel primo dei due macarismi infatti i soggetti sono rispettivamente “il grembo” e “tu” [i.e. Gesú]; la CEI ’74 rispettava questa distinzione di soggetti, anche se introduceva un complemento di provenienza in luogo di un semplice e diretto accusativo – chissà perché; la CEI 2008 invece uniforma la variatio dei due soggetti escludendo il “tu” [i.e. Gesú] dal costrutto – chissà perché. Lutero invece è (qui) fedelissimo al testo greco.. Nel secondo invece la CEI 2008 reitera pedissequamente la CEI 1974, che è corretta riguardo al greco – forse qui perfino piú aderente della versione di Lutero.

Una questione ermeneutica… e grammaticale

A leggere infatti la versione tedesca del Riformatore, si ha l’impressione che Gesú stia confermando quel che la donna gli dice… e aggiungendo un nuovo macarismo; mentre a leggere la versione italiana si direbbe che il Messia stesse se non smentendo l’affermazione della donna senz’altro correggendola. Perché?

Il fatto è che che il greco “μενοῦν” [menûn] è una parola composta dalle due particelle “μέν” e “οὖν”, e significa generalmente “certamente”, “certo dunque”, “evidentemente”, “senza dubbio” (cosí in Erodoto e in Demostene, stando a Franco Montanari, e anche nel Fedro di Platone). Qualche volta però – ad esempio nei Persiani di Eschilo o nelle Thesmophoriazousæ di Aristofane – questo accorpamento si usa per correggere una precedente asserzione, e dunque nel senso di “invero”, “anzi”, “piuttosto”, “direi piuttosto”.

Evidentemente, Lutero scelse la prima delle due accezioni mentre la CEI l’altra: quale dei due sensi fosse predominante nelle letture antiche è domanda che annoto qui a margine per me stesso, per un’ulteriore ricerca2Il passo di Agostino che riporto sotto è piú importante per l’aspetto ecclesiologico – mi pare – che per quello mariologico.; il fatto è che chiaramente una delle due risulta “depressiva” della dignità di Maria, mentre l’altra no. Il problema è tutt’altro che riservato ai soli esegeti o curiosi di lingue antiche, se si ricorda che anche in una sceneggiatura moderna come quella di Jesus la resa di questo passaggio aveva portato la Madonna – interpretata da una bellissima Jacqueline Bisset – ad abbassare lo sguardo come per un rimbrotto, e la cosa non sarebbe sfuggita al magnetico sguardo della Maddalena, che la sceneggiatrice3Suzette Couture. volle immaginare presente all’accaduto.

Insomma, mi pare evidente il paradosso di una “Bibbia protestante”4Anzi, della versione principe e piú nobile tra quelle nate dalla/nella Riforma. che – potendo farlo – sceglie di “tutelare” la Madonna laddove una “Bibbia cattolica”5Le virgolette, qui come sopra, stanno a ricordare che le espressioni “Bibbia protestante”, “Bibbia cattolica”, “Bibbia ortodossa” et similia sono delle mere brachilogie che si ritrovano sprovviste di senso non appena le si voglia sottoporre a una qualche indagine critica. – a parità di condizioni – non lo fa.

Ovviamente si sbaglierebbe se si pensasse a sciatteria o a pregiudizio ideologico da parte dei traduttori: il testo permette l’una e l’altra resa, e a soppesarle bene si capisce anche perché. Vediamo ad esempio come ha spiegato il testo Santi Grasso, che nel 1999 pubblicò con Borla la sua versione di Luca – e nella fattispecie traduce “Beati piuttosto…”, come la CEI – e che cosí interpreta il passo:

Le parole di Gesù spingono una donna che si trovava tra la folla ad una esclamazione a voce alta (v. 27). Le forme di beatitudine conosciute nel mondo antico e anche dalla tradizione biblica descrivono una condizione di felicità e di benessere. All’ascolto della parola di Gesù la donna capisce che sua madre, per averlo portato in grembo, gode di una condizione di felicità e grazia. È ciò che è già stato messo in rilievo nel racconto delle origini, quando Maria non solo viene chiamata “piena di grazia” (Lc 1,28), ma anche “benedetta tu tra tutte le donne” (Lc 1,42).

Tuttavia questa dichiarazione che viene a confermare l’identità e lo statuto di Maria è ribattuta da Gesù con un’altra beatitudine che mette in rilievo una scala di priorità (v. 28). Gesù non nega la beatitudine assegnata a sua madre, ma stabilisce una condizione di felicità che è superiore a questa, data a coloro che “ascoltano la parola di Dio e la custodiscono”. L’espressione appartiene al quadro teologico del vangelo lucano, nel quale si insiste non solo sull’ascolto della parola, ma anche sull’osservanza e obbedienza ad essa. |

Il tema della parola di Dio è rintracciabile in molti testi lucani come quello della parabola del seminatore in cui il seme caduto nella terra buona descrive coloro che ascoltano la parola «con cuore buono e perfetto» e la custodiscono con perseveranza (Lc 8,15). Così subito dopo la parabola Gesù mette in guardia dicendo: «Chi ha orecchi per intendere, intenda!» (Lc 8,8). Anche nell’episodio in cui giungono sua madre e i suoi fratelli, Gesù alla fine afferma: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano e mettono in pratica la parola di Dio» (Lc 8,21).

Santi Grasso, Luca. Traduzione e commento, Roma 1999, 340-341

Il discepolato mariano e la maternità del discepolo

Che Lutero fosse devotissimo alla Madre di Dio – al punto da pensarla “senza peccato” ben prima della Ineffabilis Deus di Pio IX – non è davvero una novità per gli studiosi (e alcuni protestanti amano ignorarlo almeno quanto certi cattolici temono di venire a saperlo): il succo di questo passo, però, a cui tutti i mistici – da Origene a Madeleine Delbrêl, passando per Meister Eckart e Teresa d’Avila – e tutti i santi cristiani di ogni epoca cercano di iniziarci è che l’ascolto della Parola ci fa assomigliare veramente a Colei che “concepit per aurem”. Non a caso proprio commentando il parallelo matteano di Lc 8,21 sant’Agostino, che di Lutero fu imprescindibile riferimento teologico, disse ai cristiani di Ippona:

Numquid non fecit voluntatem Patris virgo Maria, quae fide credidit, fide concepit, electa est de qua nobis salus inter homines nasceretur, creata est a Christo, antequam in illa Christus crearetur?

Fecit, fecit plane voluntatem Patris sancta Maria: et ideo plus est Mariae discipulam fuisse Christi, quam matrem fuisse Christi: plus est, felicius est discipulam fuisse Christi, quam, matrem fuisse Christi. Ideo Maria beata erat, quia, et antequam pareret, magistrum in utero portavit. Vide si non est quod dico. Transeunte Domino cum turbis sequentibus, et miracula faciente divina, ait quaedam mulier: Felix venter qui te portavit! Et Dominus, ut non felicitas in carne quaereretur, quid respondit? Immo beati qui audiunt verbum Dei, et custodiunt.

Inde ergo et Maria beata, quia audivit verbum Dei, et custodivit: plus mente custodivit veritatem, quam utero carnem. Veritas Christus, caro Christus: Veritas Christus in mente Mariae, caro Christus in ventre Mariae; plus est quod est in mente, quam quod portatur in ventre. Sancta Maria, beata Maria, sed melior est Ecclesia quam virgo Maria. Quare? quia Maria portio est Ecclesiae, sanctum membrum, excellens membrum, supereminens membrum, sed tamen totius corporis membrum. Si totius corporis, plus est profecto corpus quam membrum. Caput Dominus, et totus Christus caput et corpus. Quid dicam? Divinum caput habemus, Deum caput habemus.

Non fece forse la volontà del Padre la vergine Maria, la quale per la fede credette, per la fede concepì, fu scelta perché da lei la salvezza nascesse per noi tra gli uomini, e fu creata da Cristo prima che Cristo fosse creato nel suo seno?

Santa Maria fece la volontà del Padre e la fece interamente; e perciò vale di più per Maria essere stata discepola di Cristo anziché madre di Cristo; vale di più, è una prerogativa più felice essere stata discepola anziché madre di Cristo. Maria era felice poiché, prima di darlo alla luce, portò nel ventre il Maestro. Vedi se non è come dico. Mentre il Signore passava seguito dalle folle e compiva miracoli propri di Dio, una donna esclamò: Beato il ventre che ti ha portato! Il Signore però, perché non si cercasse la felicità nella carne, che cosa rispose? Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. È per questo dunque che anche Maria fu beata, poiché ascoltò la parola di Dio e la mise in pratica.

Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre. La verità è Cristo, la carne è Cristo: Cristo verità nella mente di Maria, Cristo carne nel ventre di Maria; vale di più ciò che è nella mente anziché ciò che si porta nel ventre. Santa è Maria, beata è Maria, ma più importante è la Chiesa che non la vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte della Chiesa, un membro santo, eccellente, superiore a tutti gli altri, ma tuttavia un membro di tutto il corpo. Se è un membro di tutto il corpo, senza dubbio più importante d’un membro è il corpo. Il capo è il Signore, e capo e corpo formano il Cristo totale. Che dire? Abbiamo un capo divino, abbiamo Dio per capo.

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Note

1 Nel primo dei due macarismi infatti i soggetti sono rispettivamente “il grembo” e “tu” [i.e. Gesú]; la CEI ’74 rispettava questa distinzione di soggetti, anche se introduceva un complemento di provenienza in luogo di un semplice e diretto accusativo – chissà perché; la CEI 2008 invece uniforma la variatio dei due soggetti escludendo il “tu” [i.e. Gesú] dal costrutto – chissà perché. Lutero invece è (qui) fedelissimo al testo greco.
2 Il passo di Agostino che riporto sotto è piú importante per l’aspetto ecclesiologico – mi pare – che per quello mariologico.
3 Suzette Couture.
4 Anzi, della versione principe e piú nobile tra quelle nate dalla/nella Riforma.
5 Le virgolette, qui come sopra, stanno a ricordare che le espressioni “Bibbia protestante”, “Bibbia cattolica”, “Bibbia ortodossa” et similia sono delle mere brachilogie che si ritrovano sprovviste di senso non appena le si voglia sottoporre a una qualche indagine critica.

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