La “Quaresima totale” imposta da Covid e Burian

A me sembra un contrappasso degno di stupore e di nota, che un mondo abituato a pensarsi in perenne mascherata – la vida es un carnaval – sia stato ridotto a indossare permanentemente mascherine tutt’altro che ilari (quantunque utilissime e anzi vitali).

La vita non è un carnevale

Il carnevale 2020 è stato l’ultimo che, con appena qualche titubanza, si è festeggiato come se nulla fosse: oggi guardiamo alle foto dei nostri album passati, in cui ci abbracciavamo sorridenti, con un moto di istintivo allarme – «assembramento!» «e senza mascherine!» –, laddove il carnevale 2021, che in questi giorni si consuma già sporgendosi sul Mercoledí delle Ceneri, marca simbolicamente l’anniversario della pandemia effettiva, quando cioè le nostre abitudini individuali e collettive hanno subito l’impatto del Covid-19.

Le mie figlie, in casa, mi chiedono di mettermi una maschera da leone mentre loro ne indossano una da koala e una da panda… la indosso e sto al gioco impegnandomi al massimo perché non farlo sarebbe aggiungere crudeltà a durezza… ma chi avrebbe voglia di mascherarsi? Che ci sarà mai da ridere?

Mia madre – che per via delle necessarie disposizioni di tutela della salute pubblica non vede le sue nipoti da Ognissanti – mi ha mandato le immagini della campagna abruzzese innevata: i miei non vivono in alta quota, e quando la neve arriva lí normalmente è portata da un ciclone balcanico.

Neve (sabato 13 febbraio 2021) nel giardino di casa dei miei genitori
Neve sull’albero che fu piantato quando nacque mio fratello

Figlie e figli come i nostri che dormono al gelo

Servizio di Vito d’Ettorre per il TG2000 del 7 febbraio 2021

Cosí è stato nei giorni scorsi e in parte è ancora, ché Burian ha spinto la neve fino ad Agrigento!

Questa è stata la circostanza che ha definitivamente sepolto ogni velleità di euforia: il freddo che era arrivato da noi e dal quale ci siamo impegnati a riparare i nostri bambini era lo spento strascico di quel che in quelle stesse ultime ore (e già da molto tempo prima) aveva investito centinaia e centinaia di ragazzi e bambini spinti dalla guerra attraverso le montagne della Turchia, Macedonia e del Montenegro fino ai confini della Comunità Europea.

La riflessione di Lucia Graziano, che ho trovato e letto dopo aver buttato giú queste mie righe

Certo non posso sentirmi in colpa per il fatto che tengo i miei figli al caldo – è quel che vorrebbero poter fare anche i genitori dei ragazzi ammonticchiati a ridosso dei confini croati –: è però tanto meno pensabile che noi si ignori quel che accade appena fuori dalla porta «delle nostre tiepide case». Se un senso ha, il cosiddetto “comandamento di Primo Levi” – «meditate che questo è stato» –, di certo esso non può risolversi in una sterile celebrazione annuale, né in un vago senso di colpa riguardante fatti circa i quali nessuno di noi ha la minima responsabilità puntuale.

La preghiera in cui tracima il Carnaval di Celia Cruz

La Chiesa ha sempre accolto e incanalato nel Carnevale, fin quasi a istituzionalizzarlo, il bisogno della gente di darsi “una botta di vita” (in realtà sovente un momento di alienazione) prima di affrontare i rigori quaresimali: mano a mano che questi ultimi sono stati sempre piú allentati, e ormai disgraziatamente dissolti, si perdeva di pari passo il senso della fiammata di licenziosità fino alle ultime luci del Martedí Grasso. Il paradosso è stato allora che, contro il pronostico di un mondo senza piú quaresime e senza piú carnevali, la cultura e la società hanno vestito tutto l’anno panni carnascialeschi.

«La Storia è finita», profetava pomposamente Francis Fukuyama nel 1989: la liberaldemocrazia avrebbe dovuto progressivamente appianare attriti e frizioni in tutto il mondo. Invece non soltanto non si riescono a spegnere le guerre lontane dal panorama atlantico, ma neppure si soffocano quelle che ne lambiscono i confini (…o che vi serpeggiano dentro). E poi all’improvviso, dopo ormai dieci anni di stantii conflitti mediterranei e mediorientali (alimentati da quanto mai ambigue “primavere”)… ecco una pandemia come non se ne vedevano dalla fine della Grande Guerra, e questa volta perfino amplificata dagli spostamenti e dai contatti.

Ripiombiamo dunque dal “carnevale totale” di un anno fa alla “quaresima totale” di oggi, perché non è affatto vero che “la vida es un carnaval”, che ci sono sí dei momentacci ma tutto passa se si sa fare buon viso a cattivo gioco (ciò che dicono i versi di Victor Roberto Daniel nella canzone di Celia Cruz): questo sembra al limite un “rega’, bella pe’ cchi je dice bbene”. La canzone del 1998, invece, da quel buon carnevale che è, tracima in una smisurata preghiera che riprende l’illusione dei primi versi («Chi pensa che la vita sia ingiusta…») e ne fa l’esegesi indicando nel Cielo l’unica vera ragione per cui si possa nonostante tutto “vivir cantando”:

Todo aquel que piense
(No hay que llorar) Que la vida es cruel
(Carnaval) Nunca estará solo
(Hay que vivir cantando)
Dios está con él

Para aquellos que se quejan tanto (Wua)
Para aquellos que solo critican (Wua)
Para aquellos que usan las armas (Wua)
Para aquellos que nos contaminan (Wua)
Para aquellos que hacen la guerra (Wua)
Para aquellos que viven pecando (Wua)
Para aquellos que nos maltratan (Wua)
Para aquellos que nos contagian (Wua)
.

Chiunque pensa
[Non devi piangere] che la vita sia crudele
[Carnevale] non sarà mai solo:
[Devi vivere cantando]
Dio è con lui.

Per quelli che si lamentano tanto […],
per quelli che criticano e basta […],
per quelli che usano le armi […],
per quelli che ci inquinano […],
per quelli che fanno la guerra […],
per quelli che vivono peccando […],
per quelli che ci maltrattano […],
per quelli che ci contagiano.

Pochi giorni fa papa Francesco ha pubblicato il suo Messaggio per la Quaresima 2021, nel quale indicava una via ef-fettiva e concreta di conversione:

La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione. 

«A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» (FT, 183).

La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità. 

Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.

«Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società» (FT, 187).

E allora – per quanti pure sono scossi al pensiero di quei ragazzi stipati all’addiaccio in edifici fatiscenti, tra il martello del gelo e l’incudine del Covid – volentieri raccolgo e condivido il consiglio di Vito D’Ettorre, al quale ho chiesto l’indicazione di associazioni facendo offerte alle quali l’aiuto giunga effettivamente a destinazione:

Scatti Ig nel scorso Mercoledí delle Ceneri, l’ultima liturgia “libera” prima del lockdown

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