Finalmente (volenti o nolenti) faremo un Natale povero

In questo tempo difficile, anziché lamentarci di quello che la pandemia ci impedisce di fare, facciamo qualcosa per chi ha di meno: non l’ennesimo regalo per noi e per i nostri amici, ma per un bisognoso a cui nessuno pensa! E un altro consiglio: perché Gesù nasca in noi, prepariamo il cuore: andiamo a pregare. Non lasciamoci “portare avanti” dal consumismo: “devo comprare i regali, devo fare questo e quello…”. Quella frenesia di fare tante cose… l’importante è Gesù. il consumismo, fratelli e sorelle, ci ha sequestrato il Natale. Il consumismo non è nella mangiatoia di Betlemme: lì c’è la realtà, la povertà, l’amore. Prepariamo il cuore come ha fatto Maria: libero dal male, accogliente, pronto a ospitare Dio.

Papa Francesco, Angelus di domenica 20 dicembre 2020

Mi ha dato tanta gioia, domenica, sentire queste parole del papa all’Angelus, che davano voce a pensieri e sentimenti inespressi eppure semplicissimi: è tutta la vita che ci lamentiamo di quanto sia inafferrabile lo “spirito del Natale” – e c’inventiamo spettacoli, rituali, accessori e mille altre cose per tentare di riacciuffarlo, quando poi ciò che otteniamo è scacciarlo, un po’ come quando cerchiamo di prendere al volo smanacciando una piuma sbuffata via da un cuscino.

Da buon vecchio gesuita, il papa richiamava alla regolarità nell’esame della coscienza e nella serietà davanti ai suoi impegni:

Oggi, alle porte del Natale, Maria ci invita a non rimandare, a dire “sì”: “Devo pregare?” “Sì, e prego”. “Devo aiutare gli altri? Sì”. Come farlo? Lo faccio. Senza rimandare. Ogni “sì” costa.

Beh, quanto agli eccessi di mondanità, alle corse per portare (scadenti) panettoni/pandori/torroni/spumanti ad amici/parenti (che per qualche ragione trascuriamo undici mesi all’anno…), la crisi sanitaria tuttora in corso ci facilita le cose: avremmo sempre voluto “starcene un po’ raccolti e non dissiparci durante il Natale”? Niente di più facile, quest’anno che in giro non si può proprio andare: dentro ci dobbiamo stare, facciamo di necessità virtú.

E “contemplazione” non è certo la cagnara sollevatasi sul presepe ceramico di Castelli allestito in piazza San Pietro da qualche settimana: il chiacchiericcio, la maldicenza, la presunzione, l’invidia e l’ignoranza che si spacciano per “parrhesía” non fanno progredire di un capello sulla via di Dio. L’anno scorso il Santo Padre era andato proprio a Greccio per firmare una lettera apostolica donataci con l’intenzione di farci riflettere sul presepe, tradizione preziosa che non merita di essere banalizzata in evento folkloristico o in un’estetica abitudinaria1Quanta gente parla di “presepe classico” e non saprebbe riconoscere le contaminazioni da presepe provenzale che un presepista campano naturalizzato in Piemonte con piacere assimila e fonde insieme – per non citare che unicamente le due tradizioni piú note di due Paesi tra i piú legati al presepe!. In esso risplende mirabilmente la santa povertà di Dio e l’admirabile commercium a cui dobbiamo tutto il senso della nostra esistenza: per questo ci viene naturale, fin dal presepe francescano di Greccio, immettere nel presepe tutto quanto di nostro ci è caro per gioco (chi ha mai rimproverato i bambini per l’infiltrazione delle sorpresine Kinder?) o per passione (qual è il personaggio che i presepisti napoletani non hanno portato a Betlemme?). La regola aurea del presepe dunque si può articolare cosí:

«Ex ore infantium et lactentium perfecisti laudem
propter inimicos tuos
» (Ps 8,4)

Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.

I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.

Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.

Francesco, Admirabile signum 6
Vasco Rossi, Laura dall’album Canzoni per me (1998)

Del resto quelle cose il papa le scrisse quando non ci era ancora caduta tra capo e collo una pandemia (nella quale tuttora siamo immersi): già mi pare grave che – tra montagne di morti e una recessione che demolisce lavoro e capitali come castelli di sabbia al salire della marea – riusciamo ancora a bruciare energie in logomachie idiote; che addirittura nella Novena ci lasciamo turbare il cuore dalle “prevaricazioni del governo” mi sembra per di piú di un’immaturità sconcertante. Finalmente, se non altro, ho capito quei versi di Vasco Rossi:

In ogni caso poi la gente…
sai che cosa vuole?

in fondo, vuole
“Natale con la neve”.

Vasco Rossi, Laura

La scenografia, il pittoresco, l’abitudine elevata a comandamento, insomma l’egoismo: “Natale con la neve”. Perché se non mi faccio la mia passeggiatina notturna per presepi come lo trasmetterò ai miei figli il fantomatico “spirito del Natale”? Non è una cosa brutta la passeggiata notturni per presepi, ovviamente, ma va ricollocata in una gerarchia delle verità (che risponde in ultima analisi all’ordo amoris): per un anno un antidoto a certo larvato estetismo non può portare danni peggiori del suo irriflesso perpetuarsi. Quanti atei piangono di non potersi fare la passeggiata-amarcord sentimentale la notte del 24, e tra tutte le preoccupazioni che abbiamo direi che questo neppure meriti menzione.

Quest’anno non vedrò i miei genitori e l’ultima nonna che mi è rimasta, per la prima volta in 36 anni, e Dio sa (perché mica è scontato) se ci sarà o no un altro Natale da vivere insieme con loro: non so neppure esattamente dove e come farò Natale, ma confido e spero e prego che lo farò (mica dipende anzitutto da noi). Penso però che ci farebbe molto bene meditare molto su Lc 2,7 – «…perché non c’era posto per loro nell’albergo» –, perché il primo Natale, quello il cui Mistero imploriamo continuamente nelle nostre vite, è un parto d’urgenza fatto in un riparo di fortuna, e proprio in circostanze dovute alla coscienziosa osservanza di disposizioni statali2Ma se Augusto non avesse ordinato il censimento il Messia sarebbe nato a Nazaret e non a Betlemme – come si sarebbero dunque adempiute le profezie? E Dio perché “sottostà” ai DPCM di Cesare?.

J. Berthier (Taizé), O povertà
Fra Gennaro Becchimanzi,
39º GvA (2018)

Quella fu una serata difficile, per la Sacra Famiglia: sicuramente piú difficile del mio Natale 2020, qualunque cosa mi tocchi di fare. E Cristo vi accadde, Cristo vi accade, nell’apparente subordinazione a un caso indifferente se non ostile. Quella era la Chiesa, questa è ancora e per sempre la Chiesa. Certamente scegliersi la chiesa e la comunità e l’orario a cui celebrare il Natale è una cosa buona (potendolo fare)… ma anche la camera d’albergo non sarebbe stata malaccio, per una giovanissima primipara in preda alle doglie e al suo sposo. E invece niente.

Presepe stradale sotto un ponte di San Paolo,
da parte del comboniano Dario Bossi

Che farebbero i personaggi del presepe, se la pensassero come noi? Andrebbero a protestare contro Augusto, contro Quirinio, contro gli albergatori? E a che pro? Davvero gli angeli non avrebbero potuto procurare alla exsul familia dei caloriferi migliori che l’asino e il bue? Eppure ai pastori quelli vanno a dire “oggi è nato per voi un salvatore, che è il Cristo Signore”, certo non “firma questa petizione, fatti sentire!”.

Et nos, ovanti
gradu festinemus.

Adeste fideles

Quello dicono gli abitanti del presepe, lo stesso dovremmo dire e soprattutto fare noi: affrettarci con passo gioioso. E dove? Dove sta la Stella, non “dove a voi sembra meglio”. Visto l’andazzo e considerati i rischi, sarei contentissimo – quest’anno piú che mai – di potermi intrufolare nel presepe travestito da asino o da bue, personaggi sublimi che sembrano essere finiti al centro del presepe per caso, ma dei quali sta scritto invece ciò che ogni cristiano dovrebbe augurarsi di poter far vergare sulla propria lapide:

Il bue conosce il suo Signore,
e l’asino la mangiatoia del suo Padrone;

ma Israele non conosce,
e il mio popolo non comprende.

Is 1,3

Israele, ovviamente, siamo noi; dunque – considerati gli asini cocciuti che siamo – l’ambizione a occupare il posto del somaro è piú che giustificata. La Stella segue orbite imperscrutabili e indeducibili, ma tali da essere riconosciute anche dai buoni pagani, i quali di fatto accorrono da lontano per accodarsi ai pastori nella scena: Erode, invece, Augusto e gli albergatori la stella neanche se li pensa, li lascia alla piccola parte che si sono scelti.

Andrea Bocelli, Tu scendi dalle stelle, Natale 2009

Cristo che sempre viene ad arricchirci della sua povertà ci doni una profonda com-passione per i poveri (cioè ce li faccia sentire come noi), e che nella Notte Santa possiamo tornare ad ammorbidire con le lacrime le nostre durezze, le indifferenze:

Caro eletto pargoletto,
quanto questa povertà
piú m’innamora!

Giacché ti feci amor
povero ancora.

Alfonso Maria de’ Liguori, Tu scendi dalle stelle

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Note

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1 Quanta gente parla di “presepe classico” e non saprebbe riconoscere le contaminazioni da presepe provenzale che un presepista campano naturalizzato in Piemonte con piacere assimila e fonde insieme – per non citare che unicamente le due tradizioni piú note di due Paesi tra i piú legati al presepe!
2 Ma se Augusto non avesse ordinato il censimento il Messia sarebbe nato a Nazaret e non a Betlemme – come si sarebbero dunque adempiute le profezie? E Dio perché “sottostà” ai DPCM di Cesare?

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