Il petto come un altare: liturgie estreme sotto persecuzione sovietica

Shylock si avvicina armato al petto di Antonio. Fotogramma tratto da “Il mercante di Venezia”, di Michael Radford, del 2004.

Mentre questa straordinaria solennità di Ognissanti tracima nella memoria di tutti i morti – ché per tre giorni la Chiesa militante si raccoglie a sperare con quella gloriosa e a intercedere per quella purgante – voglio annotare brevemente un aneddoto, anzi molto piú che un aneddoto, appreso proprio oggi.

Mentre ieri venivo a Stilo il mio compagno di viaggio, un avvocato italiano ortodosso, conversando mi chiese se mi fossi mai imbattuto in testimonianze storiche su un particolare modo di surrogare l’antimision, durante le persecuzioni sovietiche. Io dovetti palesare la mia piú totale ignoranza sull’argomento, allora lui mi raccontò quel che aveva sentito dire e si ripromise di farne una domanda per gli eccellentissimi relatori che avremmo ascoltato l’indomani, ossia “oggi” (anzi ieri da poco), cioè ad Atanasie di Bogdania (Rusnac) e a Jovan Slavonski.

Tanto disse e tanto fece, ponendo ai due vescovi la sua domanda:

Ho sentito dire piú volte, ma senza mai trovarlo scritto da qualche parte, che quando sotto il regime comunista i cristiani si trovavano a dover celebrare la messa clandestinamente, magari nei boschi o comunque in luoghi remoti e al riparo da sguardi indiscreti, per ovviare alla carenza dell’ἀντιμήνσιον uno dei presenti si scopriva il petto e lo offriva nudo alle offerte eucaristiche, perché su di esso venisse celebrata la divina liturgia. Risulta anche a voi?

Per comprendere la domanda bisogna capire cosa sia l’oggetto in questione: i cattolici non digiuni di arredi liturgici capiranno facilmente che l’antimision equivale in qualche modo all’incrocio tra un corporale e una pietra d’altare. È noto infatti che i primi altari furono costruiti di preferenza sui martyria, ossia sulle memorie martiriali, cioè nei posti esatti in cui i santi subirono il martirio (o nelle immediate vicinanze): il senso di questa scelta istintiva della Chiesa stava nel collegamento atavicamente avvertito tra eucaristia e martirio1Cf. la lettera di Ignazio ai Romani in cui il santo paragona sé stesso, morituro, a del “frumento di Dio” destinato alla mola delle zanne ferine; o anche il cenno al “profumo di pane” che si sprigiona dalla carne del santo nel Martyrium Polycarpi..

Non solo dopo la fine delle persecuzioni, ma già col moltiplicarsi delle occasioni agapiche (cioè degli incontri in cui occorreva celebrare l’Eucaristia), si traslarono le reliquie dei martiri dove si doveva fare eucaristia (invece di costruire trofei e altari sul martyrium): gli altari avrebbero allora sempre contenuto reliquie, in Oriente come in Occidente, e presto furono approntati specifici riti per la deposizione e la muratura delle stesse nell’arredo immobile della chiesa; mentre però in Occidente il corporale sarebbe diventato un semplice lino quadrato e inamidato, atto a non disperdere frammenti delle sacre specie, in Oriente esso venne foggiato in stoffa pregiata (normalmente seta) e omologato all’altare cosí da dover contenere anch’esso almeno una reliquia (cucita all’interno). L’autenticità dell’oggetto è garantita dal Vescovo, che lo firma e che ne conserva formalmente il possesso: il tessuto è istoriato, normalmente con una larga rappresentazione della deposizione di Cristo dalla Croce e con quattro medaglioni, agli angoli, dedicati a ciascuno degli evangelisti.

Antimension / antimis / ἀντιμήνσιον. Consacrato da mons. Michel Paul, Oradea-Mare (Transilvania), 1890.

La risposta al congressista è arrivata dal giovane mons. Atanasie di Bodgania:

Sí, è vero, ci è stato tramandato che molte volte si fece cosí: l’istinto della fede dei nostri fratelli e padri disse loro che, poiché stavano rischiando concretamente la vita col semplice tentativo di celebrare un’eucaristia, i loro cuori erano virtualmente disposti al martirio cruento, e quindi su di essi si sarebbe potuta celebrare – in assenza di altare e antimision – la divina liturgia.

E aggiunse:

Del resto, se questa è un’iniziativa audace e commovente, ce ne furono anche di piú ingegnose e laboriose: ad esempio, nelle carceri che prevedevano pene di isolamento, e dunque nelle quali si era chiusi sempre in celle separate ed era proibito articolare qualsiasi fonema, alcuni cristiani usarono il Codice Morse picchiando lievemente con le nocche delle dita contro le pareti per recitare le parti della Divina Liturgia e rispondervi.

Questi santi fratelli hanno avuto la meglio sui loro aguzzini, talvolta anche convertendoli, grazie alla fame di Eucaristia. Aneddoti che faranno certamente bene al cuore di noi, che talvolta viviamo la Messa come un obbligo scomodo piú che come la sorgente della nostra vita. “Stasera” a messa (cattolica) abbiamo intonato questo semplice inno di Frisina. Non lo sentivo da tanto e mi ha commosso profondamente.

Note

Note
1 Cf. la lettera di Ignazio ai Romani in cui il santo paragona sé stesso, morituro, a del “frumento di Dio” destinato alla mola delle zanne ferine; o anche il cenno al “profumo di pane” che si sprigiona dalla carne del santo nel Martyrium Polycarpi.
Informazioni su Giovanni Marcotullio 297 articoli
Classe 1984, studî classici (Liceo Ginnasio “d'Annunzio” in Pescara), poi filosofici (Università Cattolica del Sacro Cuore, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, PhD RAMUS) e teologici (Pontificia Università Gregoriana, Pontificio Istituto Patristico “Augustinianum”, Pontificia Università “Angelicum”, PhD UCLy). Ho lavorato come traduttore freelance dal latino e dal francese, e/o come autore, per Città Nuova, San Paolo, Sonzogno, Il Leone Verde, Berica, Ταυ. Editor per Augustinianum dal 2013 al 2014 e caporedattore di Prospettiva Persona dal 2005 al 2017. Giornalista pubblicista dal 2014. Speaker radiofonico su Radio Maria. Traduttore dal francese e articolista per Aleteia Italiano dal 2017 al 2023.

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