L’identitarismo LGBT e le violenze omofobiche

Melania e Chris dopo l'aggressione ad opera di “almeno quattro” teppisti subita il 29 maggio scorso.

Negli ultimi giorni, complice senza dubbio la marea del “pride”, si stanno diffondendo a macchia d’olio articoli che riportano e commentano l’odiosa vicenda che ha coinvolto Melania Gaymonat e la sua compagna Chris: in un post pubblicato su Facebook la sera del 5 giugno, la giovane hostess ha raccontato dell’aggressione che le aveva viste vittime di “almeno quattro” bulletti una settimana prima, ossia la sera del 29 aprile.

Il racconto di Melania

Mercoledì scorso avevo appuntamento con Chris. Abbiamo preso la linea notturna dirette a Camden Town: siamo salite e ci siamo sedute in senso di marcia. Dovevamo esserci baciate, o qualcosa, perché quei tipi ci sono venuti sotto. Non mi ricordo se fossero già lì o se fossero venuti dopo di noi. Ce n’erano almeno quattro. Hanno cominciato a comportarsi da hooligans chiedendoci che ci baciassimo per godersi lo spettacolo, ci hanno chiamato “lesbiche” e hanno mimato posizioni sessuali. Non mi ricordo l’intero episodio, ma mi è rimasta in testa la parola “scissors”. C’eravamo solo loro e noi. Cercando di calmare gli animi, ho cominciato a scherzare: pensavo che questo li avrebbe indotti ad andare via. Chris ha pure detto di essere malata, ma quelli continuavano a vessarci, a tirarci monetine e a divertirsi ancora di più. La cosa successiva che mi ricordo era Chris nel mezzo del pullman che faceva a botte con loro. D’impulso mi sono gettata anche io lì appena in tempo per vedere la sua faccia insanguinata e tre di loro che la prendevano a pugni. La cosa che mi ricordo poi è di essere stata presa a pugni anche io. Alla vista del mio sangue ho avuto un giramento di testa e sono caduta. Non ricordo se ho perso coscienza o no. Improvvisamente l’autobus si era fermato, c’era la polizia e io sanguinavo. Le nostre cose erano state rubate. Non so ancora se il mio naso sia rotto e non sono stata capace di tornare al lavoro, ma quello che mi indigna maggiormente è che la violenza è diventata una cosa scontata, che certe volte è necessario vedere una donna sanguinante dopo che sia stata malmenata per essere compunti a qualche tipo di emozione. Sono stanca di essere presa come oggetto sessuale, di scoprire che queste situazioni sono usuali, di amici gay che vengono picchiati solo per questo. Dobbiamo sopportare le ingiurie verbali e una violenza machista, misogina e omofobica perché quando provi a resistere e a difenderti succedono porcate simili. E già che ci sono, sono grata a tutte le donne e gli uomini nella mia vita che capiscono che avere le palle significa una cosa completamente diversa. Spero soltanto che a giugno, mese del pride, cose così possano essere denunciate così ad alta voce da smettere di accadere.

Una testimonianza vibrante e – considerando il vile gesto da cui prende le mosse – ineccepibile: ovviamente non sono mancati imbecilli che hanno accusato le ragazze di essersi inventate tutto o di aver “fatto le vittime” (pure!). Simili vergogne meritano solo le condanne più ferme, nonché punizioni esemplari che svolgano l’utile funzione di colmare le evidenti lacune dell’educazione civica.

Leggere Amartya Sen: il pride è benzina sul fuoco dell’omofobia

Viene certo il dubbio su com’è possibile che un Paese che ama pensarsi “liberale e progredito”, quale è il Regno Unito, covi tante e tali sacche di gratuita e stupida violenza. Non ho gli strumenti per rispondere a questa domanda, dovrei essere un sociologo e non lo sono: io vorrei soltanto portare l’attenzione – poiché la parola “violenza” torna due volte nella seconda parte del post di Melania – sull’eventualità che i comportamenti violenti non vengano scoraggiati dall’enfatizzazione identitaria, ma anzi che questa abbia su quelli l’effetto della benzina sul fuoco. Mi spiego più brevemente: io nutro il serio dubbio che – per riprendere le parole del post di Melania – il “mese del pride” possa produrre il benché minimo miglioramento della situazione. Questo lo dico da me, per come conosco l’animo umano (in me stesso e negli altri) e sulla scorta di Identità e violenza, saggio del premio Nobel per l’Economia (1998) Amartya Sen che trovo degno di seria e ponderata riflessione. Ne cito tre passaggi distinti dislocati all’inizio (i primi due) e alla fine dell’opera (l’ultimo).

L’idea che le persone possano essere classificate unicamente sulla base della religione o della cultura è un’importante fonte di conflitto potenziale nel mondo contemporaneo. La credenza implicita nel potere predominante di una classificazione unica può incendiare il mondo intero. Come ho già detto, una visione del mondo bassata su un unico criterio di suddivisione non contrasta soltanto con la buona vecchia convinzione che noi esseri umani siamo più o meno uguali ma anche con l’idea, meno dibattuta ma molto più plausibile, che siamo diversamente differenti […] Questa tendenza a suddividere in base a un criterio unico provoca molti più conflitti di quanto non faccia l’universo di classificazioni plurali e distinte che dà forma al mondo in cui viviamo realmente1Amartya Sen, Identità e violenza, Bari 2016, xiii-xiv..

Un senso di identità può essere fonte non semplicemente di orgoglio e felicità, ma anche di forza e sicurezza nei propri mezzi. […] La violenza è fomentata dall’imposizione di identità uniche e bellicose a individui abbindolatili, sostenute da esperti artigiani del terrore.

[…] La comunità ben integrata, i cui abitanti compiono istintivamente le azioni più belle nei confronti gli uni degli altri con la massima premura e solidarietà, può essere la stessa comunità in cui la gente scaglia mattoni contro le finestre degli immigrati trasferitisi in quella regione da altre zone. La calamità dell’esclusione può andare a braccetto con la benedizione dell’inclusione2Ivi, 3-4..

L’illusione dell’identità unica, funzionale agli scopi violenti di chi orchestra questi scontri, è abilmente coltivata e fomentata dai signori della persecuzione e del massacro. È più che naturale che quelli che per mestiere fanno gli istigatori di violenza cerchino di creare l’illusione dell’identità unica, da sfruttare per creare una contrapposizione, e non è un mistero che questo tipo di riduzionismo sia un obiettivo perseguito. Quello che sia fa fatica a capire, però, è perché questa ricerca di unicità abbia tanto successo, considerando che si tratta di una tesi straordinariamente ingenua in un mondo in cui la pluralità di affiliazioni è un fatto evidente. Considerare una persona esclusivamente in base a una soltanto delle sue numerose identità è ovviamente un procedimento intellettuale estremamente rozzo […], eppure, a giudicare dalla sua efficacia, l’illusione ricercata di un’unicità identitaria è facile da difendere e facile da promuovere. Patrocinare un’identità unica per uno scopo violento assume la forma di isolare un gruppo indennitario – direttamente legato allo scopo violento in questione – dagli altri, procedendo quindi a mettere in secondo piano la rilevanza delle altre associazioni e affiliazioni, attraverso un ricorso selettivo all’enfasi e all’istigazione («Ma come puoi parlare di queste altre cose quando la nostra gente viene uccisa e le nostre donne vengono stuprate?»)3Ivi, 178..

Quest’ultima domanda, in particolare, mi risuona dentro nella sua ambivalenza mentre scrivo. Certo, me lo chiedo:

Come posso mettermi a fare filosofia mentre su un autobus due ragazze possono essere pestate da quattro balordi per ragioni odiose e che da nessun punto di vista e in nessuna misura possono essere giustificate?

Ecco, penso che la risposta sia pressappoco questa: solo una buona filosofia (non una qualunque!) può preservarci da reazioni che – certamente al di là di ogni intenzione conscia – finiranno fatalmente per irrobustire parole e atti d’odio, saldandoli in una formidabile catena.

Tutto ciò che Sen scrive ci pare perfettamente calzante se leggendolo pensiamo all’Isis o ad altre forme di terrorismo organizzato, eppure non ci vuole un enorme sforzo di astrazione per cogliere la sua aderenza anche rispetto alla cosiddetta “comunità LGBT” o a suoi segmenti particolarmente corrosivi: certo, praticamente mai costoro invitano alla lotta armata o all’eliminazione fisica degli infedeli, ma basta considerare la promozione della barbara pratica dell’utero in affitto (che non a caso spacca anche la suddetta cosiddetta comunità) per saggiare con mano la radicale violenza – contro il bambino, contro la donna, contro l’indisponibilità della vita e della persona umane – che questa artefatta identità totalitaria tenta di esprimere nel mondo reale.

Uno dei punti in cui la cosiddetta “comunità LGBT” mi pare la pericolosa concrezione di un’ideologia identitaria e violenta è la sua pretesa di rappresentare le istanze di un mondo i cui membri sono talvolta perfino infastiditi da tale pretesa: non sono pochi gli omosessuali che trovano arrogante l’ambizione della suddetta cosiddetta comunità di parlare per loro (e sorvoliamo sulle amare risate che genî come Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori si farebbero sul farsesco sintagma di “cultura gay”). Quest’organizzazione militante di una minoranza chiassosa (e rissosa) in urlata rappresentanza della maggioranza silente è un altro punto di non remota analogia con i gruppi islamisti, che tentano di mostrare al mondo una particolare (e per certi versi inedita) declinazione dell’Islam e al contempo provano a inculcare quella precisa idea nei membri del gruppo – sia quelli reali sia quelli virtuali; sia quelli attuali sia quelli potenziali (il target!).

Così è vero che la comunità raccolta al grido di “prima gli italiani” può facilmente pensarsi solidale nei confronti dei concittadini (e in realtà non lo è, perché subito intervengono altre identità più particolari – prima i padani, prima gli armaioli… – ad allargare il campo dell’indifferenza), ma con ciò lucra pure da sé stessa licenza di sbattere le porte in faccia al forestiero (e anzi, ancora di più, di teorizzare l’esclusione come forma di carità!). Allo stesso modo, la comunità che si riunisce esaltando “il diverso” pratica e teorizza il congiungimento dei medesimi, e – c’è di peggio – ostracizza senza pietà non solo il membro esterno discordante (si ricordi il “caso Barilla”), bensì pure il membro interno dissidente (valga per tutti il solo “caso Dolce & Gabbana”).

Che cosa ci si aspetta dai cristiani

Le caratteristiche sopra elencate sono tipiche di ogni setta, per quanto ciascuna cerchi solitamente di imbellettarsi e camuffarle, e certamente sono derive possibili anche nelle Chiese e nelle comunità ecclesiali cristiane. Vale la pena di ricordare, a questo punto, che ogni Chiesa è costantemente esposta al rischio (e alla tentazione) del settarismo, mentre non vale il reciproco: non ogni setta, cioè, può di per sé diventare una Chiesa. Questo perché la Rivelazione giudaico-cristiana ha in sé “gli anticorpi al settarismo”, anche se può “dimenticarsene”.

Nessun giorno è più provvidenziale di quello di Pentecoste per capirlo:

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio»4At 2,1-11..

La comunità ecclesiale comporta infatti un “ritrovarsi tutti insieme nello stesso luogo”, ma la manifestazione dello Spirito ha per sua peculiarità il comunicare a tutti una medesima esperienza trascendente che esalta e dà senso a ciascuna identità individuale. Uno dei principali tra gli innumerevoli paradossi del cristianesimo è che nei santi (cioè negli uomini in cui esso “riesce al meglio”) l’identità cristiana è quella che trasfigura tutta la persona e che risulta esistenzialmente decisiva, ma non compie quest’opera “sovrastando” le altre identità, bensì sostenendole e rendendole sapide – e non a caso Gesù ha annunciato il Regno parlandone come di “lievito” e “sale” (due elementi commestibili che sarebbe impensabile, da quanto insensato, mangiare allo stato puro). In tutti i santi il cristianesimo ha lasciato spazio non solo per i tratti di altre identità collettive – come quella nazionale, etnica, linguistica… –, certo purificandone il relativo senso di appartenenza, ma pure per le peculiarità individuali: frutto dello Spirito è la gioia, ad esempio, ma nel Santorale cristiano abbiamo santi decisamente umbratili (penso a Giovanni della Croce o a Gemma Galgani) e altri giocondi al limite dell’istrionismo (la mente va a Filippo Neri e a Pier Giorgio Frassati).

Ancora di più, nella vera Chiesa (e in ogni comunità che della sola Chiesa di Cristo partecipa significativamente) c’è spazio perfino per un certo dissenso, e non necessariamente su punti secondarî. Non vorrei mettermi a discutere di casi complessi come quello di Abelardo e Bernardo, ma già studiando da vicino gli scritti di Cirillo Alessandrino e Nestorio emerge evidente come ciascuno dei due campioni cercasse di rendere coerentemente ragione della propria comprensione del mistero di Cristo – la cui pace «sorpassa ogni intelligenza» (Ef 4,7) – e non a caso la formula d’unione siglata a Efeso e suggellata a Calcedonia ha corretto i punti deboli di ciascuna delle due dottrine con l’apporto che veniva dall’altra, superando finalmente sia il “nestorianesimo” sia il monofisismo cirilliano (e lo stesso Alessandrino avrebbe poi parzialmente aggiustato il tiro). Pazienza se la storia, fin da subito, ha trattato Nestorio da spregevole eretico e Cirillo da immacolato padre della fede… osservando con più calma e più da vicino si vede che le cose sono parecchio più complesse.

Insomma, nella Chiesa c’è spazio per il confronto e financo per il conflitto, perché la Verità che le è data in dono è germinale, e ciascuno che aderisca ad essa viene introdotto alla sua pienezza (cf. Gv 16,13), di gloria in gloria (2Cor 3,18), per azione dello Spirito – che è il semplicissimo e il multiforme per eccellenza.

Dai cristiani ci si aspetta insomma che offrano una vera casa agli ingannati che ora peregrinano di tenda in tenda, badando però bene a tenere lontana dalla propria comunità la tentazione settaria che rende la cosiddetta “comunità LGBT” quella trappola che è. Non rendono un buon servizio alla causa (anzitutto a quella delle persone con attrazione per le persone dello stesso sesso!) quegli ecclesiastici che – più o meno spudoratamente – danno mostra di essere “della loro parrocchia”, proprio perché le “parrocchie” che non vivono il legame organico e sostanziale con la Chiesa, bensì pretendono di precederla, di anticiparla, di dettare la strada e il ritmo di marcia, sono particolarmente esposte alla deriva settaria.

Non sarà il pride a dare al mese di giugno gli strumenti per superare e vincere le barriere dell’odio (anche omofobico), e del resto a giugno basterebbe approfondire la propria consacrazione a quel Cuore sacro che dall’eternità ama tutti gli uomini fino a subire i peggiori oltraggi. A Melania e a Chris i cristiani dovrebbero dire che i cazzotti con cui quei bulli le hanno pestate sono finiti anche sul Sacro Cuore: prima ancora, anzi, i cristiani dovrebbero guardare il Crocifisso e ri-cordare che fra “i peccati del mondo” che l’Agnello è venuto a “tollere” c’era anche (già preconosciuto e messo in conto) quell’ignobile pestaggio – insieme a innumerevoli altri soprusi, molti dei quali consumati nell’ombra e noti solo al Cuore amante di Cristo.

Questo ci si aspetta che i cristiani ri-cordino e tengano a mente, ché anche ognuno di loro è stato raccolto da Cristo quando non era meno malconcio di Melania e Chris dopo il pestaggio.

E poiché proprio oggi la Chiesa acclama al Vangelo cantando che «senza la presenza divina dello Spirito / niente è nell’uomo / (niente fuorché la colpa)», i cristiani faranno bene a diffidare delle proprie trovate: sia quelle legalistiche che davanti a due ragazze pestate vorrebbero ancora porre dei distinguo; sia quelle eversive che presumono di “migliorare” la Chiesa manipolando la sua agenda. Solo l’avvento dello Spirito può conformare i nostri cuori a quello di Cristo, ed è vanità vagheggiare di scorciatoie o di “sistemi migliori”.

Veni, Sancte Spiritus,
et emitte cœlitus
lucis tuæ radium.

Veni, pater pauperum, 
veni, dator munerum, 
veni, lumen cordium. 

Consolator optime, 
dulcis hospes animæ, 
dulce refrigerium.

In labore requies,
in æstu temperies,
in fletu solacium.

O lux beatissima,
reple cordis intima 
tuorum fidelium.

Sine tuo numine,
nihil est in homine
nihil est innoxium.

Lava quod est sordidum, 
riga quod est aridum, 
sana quod est saucium. 

Flecte quod est rigidum, 
fove quod est frigidum, 
rege quod est devium. 

Da tuis fidelibus,
in te confidentibus, 
sacrum septenarium.

Da virtutis meritum,
da salutis exitum,
da perenne gaudium. Amen.

Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua divina presenza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli 
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna. Amen.

Note   [ + ]

1. Amartya Sen, Identità e violenza, Bari 2016, xiii-xiv.
2. Ivi, 3-4.
3. Ivi, 178.
4. At 2,1-11.

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