Cara Noa, sei stata ingannata: amare non è “lasciar andare”

Il caso della giovane Noa, la diciassettenne olandese che pochi giorni fa è morta, dopo aver chiesto l’eutanasia per sé, per motivi psicologici, sta sollevando una vasta eco di reazioni, come è giusto e prevedibile: una bella e sana fanciulla, vita ancora in bocciolo, dichiara a sé e al mondo di aver perduto la speranza in una guarigione dalle sue ferite, inferte da molestie ricevute da bambina, e, con la benedizione della madre, sceglie di lasciarsi morire a casa (con o senza l’aiuto del sistema sanitario olandese non è ancora chiaro). Come l’adolescente della Malesia che ha postato su Instagram un sondaggio per i suoi follower, chiedendo se doveva vivere o morire, e poi si è suicidata, così anche Noa in un certo senso ha gettato l’ultima àncora sui social, scrivendo:

Forse sarà una sorpresa per alcuni, visti i miei post sul ricovero, ma il piano è nella mia testa da tanto tempo e non è una scelta impulsiva. Vado dritta al punto: entro dieci giorni al massimo, morirò. Dopo anni di battaglie, sono prosciugata. Ho smesso di mangiare e bere da un po’ ormai, e dopo molte discussioni e valutazioni, è stato deciso di lasciarmi andare perché le mie sofferenze sono insopportabili.

Poi ha chiesto di non cercare di dissuaderla, perché «in questo caso amare è lasciar andare».

Bella frase, sarà senz’altro presa da qualche catalogo servizi delle cliniche di suicidio assistito e affini.

Le reazioni a questa notizia sono di due tipi: i cattolici sono inorriditi, spaventati, sgomenti, e, statistiche alla mano, cercano di portare all’attenzione pubblica la realtà innegabile e manifesta di un piano inclinato che conduce i paesi che aprono all’eutanasia per casi estremi di sofferenza fisica velocemente fino all’uccisione di persone sane; tutti gli altri sono rapiti dalla contrizione e dall’empatia per il singolo caso umano e pensano che smettere di soffrire sia comunque un sollievo, anche per sé.

C’è una distanza incolmabile tra i due atteggiamenti, anche quando non si contrappongono in un conflitto diretto, perché discendono da due concezioni della vita inconciliabili.

Per i cattolici, la vita, oltre che un dono, è anche un compito a cui non è lecito sottrarsi: la vita di tutti è irta di asperità, nessuno viene risparmiato dal dolore, piccolo o grande che sia, per cui l’argomento della “estrema sofferenza”, in assenza tra l’altro di confini chiaramente definibili, non è un argomento. Vivere si deve, punto. Nessuno dice che sia facile: nella Bibbia non mancano i casi di disperazione manifesta, come Giobbe che invoca la morte (Gb 12,4-5; 13,4-13) o Elia che chiede al Signore di morire (1Re 19,4). Il Signore non si adira per questo, ma nemmeno scende a discutere con loro con teorie e parole: semplicemente porta avanti il suo progetto, immensamente più grande delle loro paure, ed è la vita stessa che risponde ai disperati colmando i loro vuoti.

Anche Gesù cerca di sottrarsi alla croce («Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà») e in un certo senso Dio con il suo Figlio Unigenito usa infine una pietosa clemenza, facendolo morire relativamente in fretta («Pilato si stupì che fosse già morto»). Il cristiano non nega che la vita sia spesso orrenda, pesantissima e pure ingiusta, ma non si sottrae ad essa. Il motivo primo per cui non lo fa non è perché in realtà, sotto sotto, con una spruzzata di profumo di rose, in fondo vivere può essere anche bello, ma perché Cristo stesso non si è sottratto e perché Dio non ci dà il permesso di morire anzitempo.

È ovvio che questa cruda visione della realtà non sia digeribile per chi cristiano non è (e temo che non lo sia nemmeno per chi si dice cristiano), per cui l’edonismo e il consumismo, o l’atarassia e il menefreghismo sono risposte meglio accettate che non il crocifisso.

Noa siamo tutti noi, quando il dolore ci avvince. Che sia una malattia fisica o una mentale, o una delusione d’amore, la sfiducia nel futuro, la solitudine, che differenza fa? Il cuore dell’uomo è capace di indescrivibili picchi di dolore per i più disparati motivi, tutti validissimi. Se la misura della liceità dell’eutanasia è il dolore, allora non c’è limite oggettivo che si possa porre.

Si potrebbe puntualizzare che il limite in realtà esista: esso è la speranza. Ma la speranza è una virtù teologale, mica un tubetto di brillantini, e se un cuore si ostina a non voler gettare lo sguardo un po’ più in là della propria avvinghiante contingente sofferenza, chi può costringerlo?

In passato, quando il cristianesimo impregnava di più la cultura diffusa della popolazione europea e quando la vita media era assai più bassa (per cui non c’era bisogno di aspirare alla morte, essa raggiungeva repentinamente e improvvisamente con generosità), il suicidio era un’onta, oltre che un peccato grave: persino i parenti del suicida subivano il cono d’ombra di questo gesto estremo. L’immagine associata al suicida era un letto di fiamme, oltre che la vigliaccheria di chi si è arreso.

Oggi invece Noa muore e una marea di gente fa commenti carini, commossi, solidarizza, approva. Persino la madre le ha tenuto la mano invece di dissuaderla.

È senz’altro un grande sollievo l’idea che possiamo arrenderci quando non ce la facciamo più, abbandonando l’immagine pulp del letto di fiamme: in fondo, la nostra mente vuole riposarsi nell’idea rassicurante che il dolore sia l’ottavo sacramento, che apre le porte di un pacificante al di là, sia esso il paradiso cristiano o il nulla ateo. 

Anche i cristiani hanno bisogno di questo. Il mese scorso ho partecipato al funerale di un uomo, poco più che sessantenne, morto suicida dopo decenni di gravissima depressione. Il poveretto era ricoverato in una clinica psichiatrica da tempo, il suo male era oggettivamente certificato dai medici e dalla famiglia, che ne aveva patito la malattia mentale a lungo. Pure suo fratello aveva fatto la stessa fine quando era ancora un giovane.

Al funerale il pianto della anziana madre era di una durezza indescrivibile. Il sacerdote, nel comprensibile desiderio di lenire quel lamento, ha sostenuto che senz’altro il nostro fratello Alfonso ora sta in paradiso, perché ha patito tanto nella vita da aver già pagato il suo debito.

Io non discuto il fatto che pure questo possa essere vero, ma di certo non lo sappiamo e la tremenda incertezza circa la sorte dei nostri cari resta qua, sulle nostre spalle, come ulteriore croce ad appesantire il nostro cammino. Vorremmo sgravarci almeno da questo peso, basta qualche bella frase, in fondo, un mucchietto di parole ben ordinate per dare consistenza ad un desiderio. Perché non dovremmo farlo? E poi, tanto cosa cambia? Che noi lo pensiamo all’inferno o in paradiso, Alfonso è dove è, restiamo ininfluenti per lui, ormai.

Però non lo siamo per noi: se suicidarsi diventa lecito in alcune condizioni, se il dolore assolve, perché dovremmo vivere? Tanto più un cristiano, che ha come prospettiva un radioso meraviglioso eterno paradiso di gioia. 

Tra l’altro noi discutiamo di questo argomento con cipiglio ontologico e metafisico, ma in fin dei conti siamo fatti di carne e sangue e contano assai di più i nostri sentimenti che le nostre idee: vogliamo essere amati, vogliamo amare, la relazione è il fulcro dell’esistenza umana, il punto di partenza, il mezzo per fare tutto, l’obiettivo primo e ultimo, il vero nutrimento, il desiderio sommo.

Se il suicidio suscita biasimo e disapprovazione, soprattutto in coloro della cui stima ho bisogno, non lo faccio e basta. Tanti malati di tumore, ad esempio, conducono battaglie contro la malattia in modo esemplare, con forza, caparbietà e pazienza, perché sono sotto lo sguardo della propria famiglia, che li nutre e sostiene, anche con le proprie aspettative. “Io non mi arrenderò mai” è una frase che sa dire una madre di fronte alla speranza dei propri figli piccoli, mentre arranca nella sofferenza. Molto più difficile è che sappia pronunciarla (e viverla) una persona sola.

La battaglia contro l’eutanasia e il suicidio assistito, dunque, non ha margini di vittoria se la società è frammentata nella solitudine e se non possiamo più esercitare il ricatto dell’amore: “amare è lasciar andare” è una frase di una violenza inaudita, perché insinua l’idea che afferrare con forza chi amiamo perché lotti, perché resti con noi, sia un atto di egoismo, invece che un faticoso gesto d’amore. Per la madre di Noa è stato tanto consolante pensare che il bene della figlia fosse morire, invece di attendere un processo contro i suoi molestatori, spendere tempo e soldi in terapia per superare i suoi traumi, sostenerla nei momenti più bui, spronarla a provare nuove esperienze. La resa è comoda, facile, rassicurante: se sei stanca, scendi dal tapis roulant. Tanto non succede nulla, no?

Se succede davvero qualcosa, quando uno scende, non lo sappiamo. Per chi non ha fede, la vita non può avere un senso: tutto si sbriciola sotto il buio di una fine che conduce nel nulla, perde di significato ogni singolo istante. 

L’unico barlume di luce resta l’amore, che ha in sé il germe della divinità: la pretesa assoluta di un bambino avvinghiato alla madre somiglia molto alla mano forte di Dio che ci tiene stretti e ci chiede di dare ancora, mentre ci dà la forza per continuare il nostro cammino. 

Non mollare, combatti ancora: fallo per me, perché te lo chiedo io, perché ne ho bisogno io, perché lo pretende il mio amore. No, non ti lascio andare: l’amore non lascia andare mai. Quello vero.

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Comments:

3 risposte a “Cara Noa, sei stata ingannata: amare non è “lasciar andare””

  1. Morire è facile…..vivere è una lotta credo per molti, tutto ha un suo prezzo.
    Gesù ci Ha comprato a caro prezzo. Per la vita eterna. Un Amore eterno.

    Possiamo perdere la guerra modo di dire, ma non la battaglia che redime.
    La vita va cmq sempre vissuta, per la vita.
    Grazie non ho altre parole.
    Tutto è nelle mani di Dio Creatore.

  2. Apro un altro fronte di dibattito, postando qui il testo del post che ho condiviso su questa tragedia.
    Senza nulla voler togliere a quanto scritto da Lucia, che davvero ha scritto le parole più sensate e salutari lette fino ad ora…
    Questa tragedia atroce ci interroga.
    La storia di questa ragazzina è il racconto folle di una società che si nasconde dietro al dito di una apparente felicità (certificata da statistiche come quella del World Happiness Report dell’ONU che dichiara l’Olanda tra i paesi più “felici” del mondo, 5° su 156 nel 2019, perché piena di diritti e libertà), contraddetta dalla realtà dei fatti nudi e crudi.
    Come è possibile che, nell’arco di tre anni, Noa sia stata violentata ben tre volte: una prima a 11 anni alla festa di una compagna di scuola, poi di nuovo a 14 anni ad un’altra festa e poco dopo per strada, da due uomini sconosciuti?
    Come è possibile che l’Olanda dei diritti delle donne, uno dei primi paesi ad introdurre precocemente strategie di prevenzione, educazione, parificazione dei diritti e tutto il corredo mainstream, compresa l’educazione sessuale scolastica in età infantile, sia anche fra i primi paesi nelle classifiche europee per numero di violenze sessuali? (come si legge nel sito della FRA, European Union Agency for Fundamental Rights https://fra.europa.eu/…/survey-data-explorer-violence-again…)
    Appare evidente che le strategie, le politiche preventive, educative, informative ecc. non solo non funzionano, ma producono effetti opposti a quelli perseguiti.
    E allora questa scelta mortale è sulla coscienza di tutti quelli che hanno collaborato a scegliere quelle strategie e quelle politiche e a diffonderle.
    Noa è vittima della dissennatezza (o della malafede) di tutti coloro che non sono capaci di leggere la società e di capire che l’autodeterminazione è il nome politicamente corretto del libero arbitrio, al quale è stata però tolta una fondamentale caratterizzazione: il libero arbitrio presuppone una scelta fondata sul riconoscimento di (o la ribellione ad) una morale comune, personale e sociale, che nell’autodeterminazione viene invece negata, dichiarata inesistente, ininfluente, addirittura estranea all’umano sentire libero.
    Questa defenestrazione della morale comune cancella il male e priva di identità la vittima e il suo carnefice, trasformando intere categorie sociali (le donne da una parte, gli uomini dall’altra, in questo caso) in vittime e carnefici a prescindere dalle loro personali vicende.
    Questa operazione, invece di aiutare a combattere le violenze, ne aumenta la portata, perché deresponsabilizza il singolo, spalmando la sua colpa sull’intera categoria.
    Se la coscienza è del singolo, la scelta è del singolo, la responsabilità è del singolo.
    Se invece il singolo si nasconde dietro alla categoria perde la cognizione della propria coscienza, della propria scelta, della propria responsabilità e quando la colpa è di tutti finisce per essere di nessuno…
    Tutto ciò vale in ogni altro ambito dell’agire umano. Politica, lavoro, economia, finanza, rapporti sociali, educazione, scuola, famiglia… tutti gli ambiti nei quali si svolge la vita del singolo in rapporto al resto della società, vicina e lontana, sono governati dalle scelte di ciascuno, basate sul libero arbitrio. Ma quando la morale è espulsa dal novero dei fattori di partenza sui cui basare le scelte personali, che sempre ricadono su tutto il resto della società, il risultato è questo delirio di onnipotenza dell’autodeterminazione, cui consegue il dilagare del male di cui nessuno è più responsabile, perché tutti ne sono responsabili… anche gli innocenti come Noa.

    • Concordo….e direi che viviamo un sistema, e non c’è più responsabilità….nel mio piccolo ho questa percezione…..L’inganno uccide….

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