Gilet gialli: tra chi “crede nelle tasse” e chi cerca democrazia

Indipendentemente1Tradotto da www.revuelimite.fr. dalle sue rivendicazioni puntuali, del resto parecchio disparate, il movimento dei Gilet gialli pone diverse questioni fondamentali, specialmente di ordine democratico. Per Frédéric Dufoing, dietro alla tassa carbone (misura economicamente, socialmente ed ecologicamente ingiusta) si manifesta un malessere reale nel rapporto con le istituzioni politiche delle democrazie rappresentative.

di Frédéric Dufoing

Il controllo popolare delle imposte, fondamento democratico

Per la loro viscerale ostilità alla tassazione – che ha permesso a numerosi commentatori di dubbia cultura di comparare il movimento a delle jacqueries “medievali”2Il termine è derivato da Jacques Bonhomme, il soprannome dato ai contadini dai nobili[3]. Dallo stesso soprannome, e non viceversa, deriva il termine jacque che indica un vestito corto e semplice che ricorda quello usato dai contadini durante le rivolte[4], da cui deriva l’italiano “giacca”.
In maniera più specifica, il termine indica l’insurrezione contadina iniziata il 28 maggio 1358 e conclusasi il 10 giugno dello stesso anno. Partita dalle campagne essa aveva avuto l’appoggio di Étienne Marcel, rappresentante del terzo stato e capo della borghesia parigina nella rivolta del 1357. Fattori scatenanti della rivolta furono i costi delle sconfitte militari francesi di Crécy (1346) prima e di Poitiers (1356) dopo, che, insieme agli effetti della peste del 1348, pesavano sui contadini francesi. Tra i costi da pagare c’era il riscatto del re Giovanni il Buono fatto prigioniero degli inglesi nella battaglia di Poitiers.
Molte erano le continue guerre di quegli anni e, oltre alle devastazione che già esse portavano direttamente, erano anche indirettamente una causa di impoverimento perché i loro altissimi costi venivano generalmente coperti inasprendo il prelievo fiscale, che andava a danneggiare soprattutto le classi più basse della società. Per questo insieme di ragioni, la seconda metà del XIV secolo vide una grande quantità di rivolte sociali. [Da Wikipedia].
(mentre le rivolte fiscali contadine sono essenzialmente moderne, locali e assai spesso mischiate a rivendicazioni religiose e relative ai costumi) –, i gilet gialli ricordano ai tecnocrati eletti e alle loro amministrazioni che la democrazia è anzitutto nata dalla volontà di controllare il prelievo e l’uso delle imposte dallo Stato, e che dunque la questione del consenso all’imposta puntuale, concreto, diretto è sempre all’ordine del giorno delle decisioni popolari. Né l’assetto di un’imposta (o di una tassa), né ciò su cui verte, né la sua logica, né – last but don’t least – il suo uso e i suoi obiettivi, possono essere sottratti al pubblico dibattito. Ogni forma di arbitrio, di incoerenza e di ingiustizia in questo dominio non ha mai potuto essere accettato da alcuna popolazione.

Una tassa iniqua

Ora, la tassa sul diesel è incomprensibile in quanto tale, anche dal punto di vista ecologico. Anzitutto, è iniqua e dunque ingiusta: richiedere a tutti la medesima percentuale su dei prodotti dal consumo non elastico (di cui dunque non si può fare a meno) senza tener conto dei ritorni e della situazione (specie della vita nelle zone rurali) di quelli che consumano, per di più senza possibilità di alternativa, è rigorosamente scandaloso. Che un operaio o un impiegato a tempo determinato, il cui salario ristagna da parecchio, paghi la medesima somma di un imprenditore (e talvolta di più, se si conta che deve spostarsi di più e spesso senza rimborso spese) è inaccettabile, soprattutto passata una certa soglia a partire dalla quale la tassa consuma troppo dei suoi già limitati proventi. Essa è poi tanto più iniqua in quanto – per contro – la tassazione dei proventi finanziari, dei benefici d’impresa, dei beni immobiliari, l’investimento nella lotta contro la grande evasione fiscale eccetera non ha cessato di assottigliarsi o, in certi casi, tutto ciò non è mai veramente esistito ed è semplicemente scomparso.

Una tassa inefficace

Oltre a ciò, si ritiene che questa tassa attenui le esternalità, cioè che almeno parzialmente essa riduca i problemi posti dal consumo del prodotto su cui grava: sia riducendone il consumo sia utilizzando ciò che essa accumula per rimpiazzare il prodotto o eliminare la situazione che conduce al suo consumo. Il diesel ha un effetto innegabilmente negativo sulla salute e sull’ambiente. Quanto alla salute, una parte dei proventi di questa tassa viene giudiziosamente investita nel settore sanitario della spesa pubblica (ma per quale risultato, in ultima analisi? Dare cure a malati oncologici inguaribili?); per contro, abbiamo il diritto di domandarci che cosa una tale tassa cambi nello scenario ecologico: ha permesso lo sviluppo di trasporti comuni? Di energie meno inquinanti e meno nocive per il clima? Un rinnovamento e una ridistribuzione delle attività economiche o degli stili abitativi nel territorio? Ha perlomeno modificato il comportamento dei consumatori? Neanche questo, perché non hanno alcuna alternativa: la logica economica liberale applicata dalla fine degli anni Settanta diminuisce gli investimenti nei servizi pubblici e aumenta il carico e le concentrazioni economiche che svuotano o strangolano interi territori. Perché bisognerebbe accettare una tassa che impoverisce i poveri e che non apporterà cambiamenti al sistema economico che porta la nostra civiltà – forse anche la nostra specie – al suicidio?

Il fallimento della cosiddetta democrazia rappresentativa

Le altre questioni che solleva il movimento dei gilet gialli sono politiche. Infatti, qual è la legittimità di un responsabile politico che applica una misura che non era prevista nel suo programma, ovvero in quanto riteniamo aver giustificato la sua elezione? E poi, che legittimità ha questo medesimo responsabile politico che è stato scelto da appena un quarto della popolazione (il risultato di Macron al primo turno) ed è stato eletto da un meccanismo (il secondo turno) che non permette più una scelta ma la forza? Quale legittimità ha un parlamento composto da una maggioranza che ha – essa pure – beneficiato di un meccanismo istituzionale, di un calcolo meccanico (l’opzione maggioritaria che caratterizza il sistema francese) e non di una scelta popolare? Altrimenti detto: un rappresentante rappresenta veramente il popolo se non ha che un quarto della popolazione che accetta ciò che egli vuole e i valori che porta, che incarna? E non occorre che un rappresentante sia legalmente tenuto a fare ciò che ha proposto e solo ciò che ha proposto, vale a dire che stia sottomesso a un mandato imperativo? In fondo, con Macron non siamo arrivati in fondo all’assurdità della logica rappresentativa, la quale in ultima analisi fa che sia l’esecutivo ciò che fa tutto (le leggi, i decreti applicativi, gli arbitraggi) senza controllo effettivo e senza volontà continua del popolo? E in questa epoca di #MeToo, in cui a giusto titolo il consenso diventa una questione essenziale, non dovremmo domandarci se il consenso alla legge sia così diverso dal consenso sessuale? Non dev’essere anche quello chiaro e circoscritto quanto ai mezzi e quanto ai fini? E soprattutto continuo?

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Note   [ + ]

1. Tradotto da www.revuelimite.fr.
2. Il termine è derivato da Jacques Bonhomme, il soprannome dato ai contadini dai nobili[3]. Dallo stesso soprannome, e non viceversa, deriva il termine jacque che indica un vestito corto e semplice che ricorda quello usato dai contadini durante le rivolte[4], da cui deriva l’italiano “giacca”.
In maniera più specifica, il termine indica l’insurrezione contadina iniziata il 28 maggio 1358 e conclusasi il 10 giugno dello stesso anno. Partita dalle campagne essa aveva avuto l’appoggio di Étienne Marcel, rappresentante del terzo stato e capo della borghesia parigina nella rivolta del 1357. Fattori scatenanti della rivolta furono i costi delle sconfitte militari francesi di Crécy (1346) prima e di Poitiers (1356) dopo, che, insieme agli effetti della peste del 1348, pesavano sui contadini francesi. Tra i costi da pagare c’era il riscatto del re Giovanni il Buono fatto prigioniero degli inglesi nella battaglia di Poitiers.
Molte erano le continue guerre di quegli anni e, oltre alle devastazione che già esse portavano direttamente, erano anche indirettamente una causa di impoverimento perché i loro altissimi costi venivano generalmente coperti inasprendo il prelievo fiscale, che andava a danneggiare soprattutto le classi più basse della società. Per questo insieme di ragioni, la seconda metà del XIV secolo vide una grande quantità di rivolte sociali. [Da Wikipedia].

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