Uscendo [dal sinodo] di Gerico…

La Parola che il Signore ci ha rivolto quest’oggi1Parlo del Lezionario festivo del Rito Romano, XXX domenica del tempo ordinario (Anno B). mi sembra provvidenziale nel giorno liturgico in cui è stato promulgato il documento finale della XV assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che come molti sanno ha avuto per tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Giusto ieri osservavo su Twitter un utente (peraltro neanche digiuno di teologia) il quale sembrava trovare “poco religioso” l’afflato dei giovani che dicevano di aver imparato, alla fine del Sinodo, che «c’è più gioia nel dare che nel ricevere».

Un loghion gesuano riportato solo da Luca, che però decide di riportarlo unicamente per mezzo di un discorso di Paolo (At 20,34-35): niente male, se si considera che è quasi la parafrasi di “il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

L’intelligencija cattolica che (non) ci meritiamo

Chissà perché alcuni si ostinano a sottolineare pretesi “appiattimenti” della dottrina che invece sono talvolta addirittura citazioni scritturistiche. Non riesco a dimenticare quando fui io stesso a filmare Ettore Gotti Tedeschi che cattedraticamente spiegava:

Nella prima lettera pastorale, Evangelii gaudium, il Papa scrive: «L’origine di tutti i mali è la inequità». […] Il Papa, la massima autorità morale, dice: «L’origine di tutti i mali»… non è il peccato ma «è la inequità», cioè la cattiva ripartizione delle risorse…

E oltre a osservare che Evangelii gaudium è una esortazione apostolica e non una lettera pastorale2Le lettere pastorali sono quelle che i vescovi indirizzano ai fedeli della loro sola diocesi. – Gotti Tedeschi si dà arie da teologo e canonista3Gli strafalcioni su Marcione, il concilio di Nicea e gli gnostici – tutto nella registrazione – sono sesquipedali. ma è un banchiere, lo sappiamo – si deve per forza osservare che quella frase non torna affatto, mai, in tutti e 288 i punti del documento programmatico del pontificato bergogliano. L’unica che sembra avvicinarvisi significativamente si legge al numero 202:

[…] Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali.

Comprensibile che il passaggio sia rimasto impresso a un banchiere: meno facile è spiegare come la frase sia stata trasformata da quella del Papa in quella professoralmente riportata da Gotti Tedeschi. Non solo infatti il punto d’enfasi del banchiere (l’aggettivo “tutti” riferito a “mali”) non figura affatto nel testo pontificio, ma anzi in riferimento a “mali” Francesco usa l’aggettivo specificativo – e limitativo – “sociali”. Per colmo d’ironia, poi, si potrebbe aggiungere che esiste, sì, un documento ufficiale della Chiesa in cui la frase incriminata fa la sua comparsa quasi come l’ha citata il banchiere, ma non è un testo di Francesco: è un testo canonico ma non propriamente magisteriale. È la Bibbia. Nella chiusa della prima delle tre “lettere pastorali” del corpus paulinum (quelle dette “tritopaoline”), si legge infatti:

Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione! Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori.

1Tim 6,6-10

Dev’essere stato uno di quei lapsus inconsci che tanto interessano agli psicanalisti… Povero Gotti Tedeschi, chissà che dirà quando sfoglierà la Lettera di Giacomo! Humour a parte, a quella tavola erano seduti due che sono ritenuti fra i santoni dell’intelligencija laica e cattolica d’Italia, alla destra e alla sinistra del primo vaticanista della rete ammiraglia del servizio pubblico – davanti a loro una platea di “cattolici impegnati” –… e nessuno è sembrato sussultare per quegli inenarrabili sfondoni (sfoggiati con deprecabile sicumera).

Ho ripensato spesso a questo episodio, occorso diversi mesi fa, ogni volta che ho visto sui social espressioni analogamente piene di pregiudizi e di ignoranza. Così fra ieri sera e oggi, senza neppure far passare il tempo di leggere almeno un decimo dei 167 punti del Documento finale del Sinodo, sono fioccati i pezzi contro e a favore. Articoli sfacciatamente a tesi, che sovrappongono al documento in sé due parole in croce di questo o quel monsignore, da ipostatizzare o da stigmatizzare a seconda del partito che si sia già preso… E su tutto questo la pericope evangelica odierna casca come il cacio sui maccheroni. La riporto nella sinossi delle tre versioni evangeliche (più avanti se ne capirà la ragione) e poi vado a indicare ciò che il testo mi ha suggerito.

Il Vangelo di oggi (e i passi sinottici)


 

Mt 20,29-34

Mentre uscivano da Gerico, una gran folla seguiva Gesù. Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!». La folla li sgridava perché tacessero; ma essi gridavano ancora più forte: «Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Gesù, fermatosi, li chiamò e disse: «Che volete che io vi faccia?». Gli risposero: «Signore, che i nostri occhi si aprano!». Gesù si commosse, toccò loro gli occhi e subito ricuperarono la vista e lo seguirono.

Mc 10, 46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Lc 18,35-43

Mentre si avvicinava a Gerico, un cieco era seduto a mendicare lungo la strada. Sentendo passare la gente, domandò che cosa accadesse. Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!». Allora incominciò a gridare: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!». Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse; ma lui continuava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero. Quando gli fu vicino, gli domandò: «Che vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io riabbia la vista». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato». Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo lodando Dio. E tutto il popolo, alla vista di ciò, diede lode a Dio.


Seguiamo da principio la sola redazione marciana, non tanto perché sia probabilmente la più antica ma anzitutto perché è quella del ciclo TO dell’anno B. Il racconto, comune a tutti e tre i sinottici ma con varianti significative e proprie di ciascuno dei tre, è un’efficace parabola dei processi di evangelizzazione nella Chiesa – nella Chiesa di ogni tempo.

Scrutare le Scritture

Da principio c’è una gran carovana che si mette in moto, che fa strada insieme (insomma un Sinodo) – Marco è l’unico a distinguere nella moltitudine in cammino “i discepoli” e “la folla” –: c’è pure un povero cieco4I ciechi sono sempre poveri: se sono ricchi, al limite possono essere “non vedenti” o “diversamente vedenti”., di nome Bartimeo, il quale di tale Timeo era figlio di nome e di fatto5Pare una sciocchezza, ma mica ogni “Giuseppe Di Giovanni” d’Italia ha un padre che si chiama Giovanni: non è mancato chi abbia ipotizzato che Timeo fosse un personaggio in qualche modo noto ai destinatarî dell’opera marciana (una cosa simile si trova in 15,21, dove “Simone di Cirene” viene designato come “padre di Alessandro e Rufo”).. E anche il nome di questo cieco lo sappiamo solo da Marco: “Bartimeo” è un nome squisitamente creolo, o se vogliamo dirlo più elegantemente… “molto ellenistico”. “Bar” significa difatti “figlio” in aramaico, mentre “Timeo” è un nome greco già affermato in età classica (chi non ricorda l’omonimo dialogo platonico?), che significa “onorato” oppure “onorabile”.

Insomma il pezzente è il figlio di uno che va onorato, ma stando a quanto gli capita non sembra che le cose vadano proprio così: uno sta soprappensiero a capire come si possa onorare qualcuno disonorandone il figlio, e in un lampo gli viene in mente che anche Gesù è il figlio di Uno che deve essere onorato… e non viene affatto onorato (se non a fior di labbra – cf. Is 29,13, citato in Mt 15,8-96«Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini»..). Facile pensare che Gesù abbia avuto simpatia per quest’uomo il cui nomen – nell’incomprensione generale – ricalcava l’omen di entrambi: ma se fosse solo questo Gesù sarebbe un narcisista come altri, mentre la verità è che Gesù si rivede in Bartimeo proprio perché è Adamo stesso, è tutta l’umanità, a essere figlio dell’Unico a cui va l’onore… e tutta la storia umana dice proprio lo scarto e l’emarginazione di ogni Adamo, cioè di ogni Bartimeo. Per questi, cioè per tutti, viene Gesù.

E dove viene? A Gerico, naturalmente, che proprio a partire dalla nota parabola detta “del buon Samaritano” (Lc 10,25-37) indica la città che sta in fondo alla depressione più profonda del pianeta, al luogo più torrido, afoso, desertico e inospitale del mondo, dove inspiegabilmente la strana razza di Adamo vive senza soluzione di continuità da ormai 10mila anni. Più che un caso unico, è una parabola dell’attaccamento dell’uomo a ciò che non è fatto per lui: difatti l’uomo che da Gerusalemme scende a Gerico fa brutti incontri. Ma a Gerico Gesù va, perché proprio per Bartimeo è venuto.

Questo infelice “sedeva per strada”. Quale strada? Quando si esce da Gerico, in qualunque direzione si vada, la strada è in salita, e se Gesù ne “partiva” sicuramente si accingeva alla salita (nella fattispecie quella verso Gerusalemme, al contrario dell’uomo della già ricordata parabola): ma per uno che sta seduto sul ciglio della strada la salita e la discesa sono pericolosamente confondibili. Eppure quest’uomo fermo grida la cosa più chiara e personale di tutta la scena: sente dire che passa “Gesù il Nazareno” e grida: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Non si canteranno mai con voci adeguate le lodi dell’imperativo aoristo, che con quel verbo suona perentorio come se ci si rivolgesse a un servo e supplichevole come se ci si indirizzasse a un Dio (in effetti Gesù è l’una e l’altra cosa).

Su Facebook dicono:

Note   [ + ]

1. Parlo del Lezionario festivo del Rito Romano, XXX domenica del tempo ordinario (Anno B).
2. Le lettere pastorali sono quelle che i vescovi indirizzano ai fedeli della loro sola diocesi.
3. Gli strafalcioni su Marcione, il concilio di Nicea e gli gnostici – tutto nella registrazione – sono sesquipedali.
4. I ciechi sono sempre poveri: se sono ricchi, al limite possono essere “non vedenti” o “diversamente vedenti”.
5. Pare una sciocchezza, ma mica ogni “Giuseppe Di Giovanni” d’Italia ha un padre che si chiama Giovanni: non è mancato chi abbia ipotizzato che Timeo fosse un personaggio in qualche modo noto ai destinatarî dell’opera marciana (una cosa simile si trova in 15,21, dove “Simone di Cirene” viene designato come “padre di Alessandro e Rufo”).
6. «Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

5 Commenti

    • Grazie per l’attenzione.
      In realtà bastava che fosse dialetto, a indicare un livello linguistico senza filtri (sono le stesse persone che dopo l’invito di Gesù parlano in lingua convenzionale, piana e corretta): poi tra i dialetti italiani che conosco meglio il romanesco è sicuramente il più noto anche fuori dal proprio ambito territoriale. E in più ha la proprietà, penso, di rendere meno abbietto il contenuto del messaggio: a quelle dinamiche siamo esposti tutti, sempre. Inutile stigmatizzare come se fosse semplicemente un problema di altri.

      • Ne convengo…

        Al di là delle specifiche considerazioni, leggendoti qui (ma non solo), mi rendo conto di quanto sia importante la Cultura (con la C maiuscola) per una più approfondita comprensione della Scrittura e non tanto come sfoggio sterile della cultura in sé, ma proprio perché la Parola possa scendere ancor meglio nel cuore (come spada direbbe San Paolo) e spingerci alla Conversione.

        Io medito non di rado sulle Scritture, in senso esistenziale e di confronto della mia vita con la Parola di Dio, ma mi rendo conto di quanto i miei “strumenti” siano talvolta limitati.

        Mi consola il fatto che il Signore non ci vuole tutti “dottori” e che non di rado il senso profondo è nascosto “ai dotti e ai sapienti” (di questo mondo).
        Accetto i miei limiti e mi metto in ascolto… e approfitto, come oggi, di chi sa più di me.

        Una cosa il Signore mi ha dato di conoscere bene: il mio peccato, il suo Perdono, la Croce e la potenza della Sua Resurrezione… in una parola, l’Amore di Dio per me.

        • Origene ci ha insegnato che di tutti i livelli dell’esegesi quello letterale è “fondamentale” nel senso che sostiene tutti gli altri, dunque è imprescindibile: importante tenerlo a mente, visto che l’Adamantios passa per “l’allegorista spericolato”. Quindi prima di tutto confrontiamo i codici e stabiliamo il testo, poi analizziamo le particolarità morfosintattiche e linguistiche del testo, quindi lasciamo che il senso della fede lo compulsi.
          Lo stesso Alessandrino, ma seguito da tutta una serie di altri giganti dei quali Ratzinger è forse l’ultimo, ci ha mostrato che il lavoro di quelli che hanno avuto il carisma della teologia deve essere quello di una condivisione fraterna di quanto in essa vi è di utile per tutti.
          Una cosa stupenda della cultura cristiana, tra le altre cose, è che i grandi santi hanno il culto dei santi piccoli.

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