Ottobre, andiamo. È tempo di pregare (il #Rosario e in #famiglia).

Alonso Cano, Il miracolo del pozzo, 1638-1640, Museo Nazionale del Prado, Madrid (part).

Oggi comincia il mese di ottobre: mese mariano tradizionalmente dedicato alla preghiera del Rosario. Come molti hanno saputo, quest’anno Papa Francesco ha fatto diramare un bollettino stampa nel quale chiede che tale preghiera venga recitata, in particolare per questo mese, da tutti i fedeli e per le sue intenzioni a beneficio della Chiesa. Riportiamo di seguito il testo del suddetto comunicato:


Il bollettino

Il Santo Padre ha deciso di invitare tutti i fedeli, di tutto il mondo, a pregare il Santo Rosario ogni giorno, durante l’intero mese mariano di ottobre; e a unirsi così in comunione e in penitenza, come popolo di Dio, nel chiedere alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi.

Nei giorni scorsi, prima della sua partenza per i Paesi Baltici, il Santo Padre ha incontrato padre Fréderic Fornos S.I., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera per il Papa; e gli ha chiesto di diffondere in tutto il mondo questo suo appello a tutti i fedeli, invitandoli a concludere la recita del Rosario con l’antica invocazione “Sub tuum præsidium”, e con l’invocazione a San Michele Arcangelo che ci protegge e aiuta nella lotta contro il male (cfr. Apocalisse 12, 7-12).

La preghiera – ha affermato il Pontefice pochi giorni fa, l’11 settembre, in un’omelia a Santa Marta, citando il primo capitolo del Libro di Giobbe – è l’arma contro il grande accusatore che “gira per il mondo cercando come accusare”. Solo la preghiera lo può sconfiggere. I mistici russi e i grandi santi di tutte le tradizioni consigliavano, nei momenti di turbolenza spirituale, di proteggersi sotto il manto della Santa Madre di Dio pronunciando l’invocazione “Sub tuum praesídium”.

L’invocazione “Sub tuum præsidium” recita così:

Sub tuum præsidium confugimus,
sancta Dei Genetrix;
nostras deprecationes ne despicias in necessitatibus,
sed a periculis cunctis libera nos semper,
Virgo gloriosa et benedicta.

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,
santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,
e liberaci da ogni pericolo,
o vergine gloriosa e benedetta.

Con questa richiesta di intercessione, il Santo Padre chiede ai fedeli di tutto il mondo di pregare perché la santa Madre di Dio ponga la Chiesa sotto il suo manto protettivo: per preservarla dagli attacchi del maligno, il grande accusatore, e renderla allo stesso tempo sempre più consapevole delle colpe, degli errori, degli abusi commessi nel presente e nel passato, e impegnata a combattere senza nessuna esitazione affinché il male non prevalga.

Il Santo Padre ha chiesto anche che la recita del Santo Rosario durante il mese di ottobre si concluda con la preghiera scritta da Leone XIII:

Sancte Michael Archangele, defende nos in prœlio;
contra nequitiam et insidias diaboli esto præsidium.
Imperet illi Deus, supplices deprecamur,
tuque, Princeps militiæ cælestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute, in infernum detrude. Amen”.

San Michele Arcangelo, difendici nella lotta,
sii nostro presidio contro le malvagità e le insidie del demonio.
Capo supremo delle milizie celesti,
fa’ sprofondare nell’inferno, con la forza di Dio,
Satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la perdizione delle anime. Amen.

La continuità della linea bergogliana

Figura dell’Arcangelo Michele nella basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant’Angelo in Formis.

Alcuni entusiasti supporter dell’iconografia bellica di san Michele sono rimasti ammutoliti, non sapendo come reagire a una notizia tanto auspicata ma proveniente da un Pontefice (da loro spesso) tanto avversato: non è mancato chi abbia sottolineato la cosa. Una quindicina di giorni fa avevo accennato sulle onde di Radio Maria come l’antifona mariana ora richiesta da Papa Francesco sia, stando alle fonti in nostro possesso, il più antico τροπάριον dedicato alla Vergine, risalendo al III secolo d.C.1Questo il testo del manoscritto papiraceo, in capitali maiuscole greche: «[Υ]ΠΟ [ΤΗΝ CΗΝ] | ΕΥCΠΛ[ΑΓΧΝΙΑΝ] | ΚΑ[Τ]ΑΦΕ[ΥΓΟΜΕΝ] | ΘΕΟΤΟΚΕ Τ[ΑC ΗΜΩΝ] | ΙΚΕCΙΑC ΜΗ Π[Α]ΡΙΔΗC ΕM ΠΕΡΙCΤΑCΕΙ | ΑΛΛ ΕΚ ΚΙΝΔΥΝΟΥ | ΡΥCΑΙ ΗΜΑC | Μ[Ο]ΝΗ Α[ΓΝΗ, ΜΟΝ]|Η ΕΥΛΟ[ΓΗΜΕΝΗ]». Si deve riconoscere che il testo latino tradito nel rito ambrosiano è assai più fedele all’originale (scoperto ad Alessandria d’Egitto nel 1917) di quanto lo sia il corrispettivo del rito romano: «Sub tuam misericordiam confugimus | Dei Genitrix | (ut) nostram deprecationem | ne inducas in tentationem | sed de periculo | libera nos | sola casta | et benedicta».; e quanto alla preghiera leonina al principe della milizia celeste, debbo (con gioia) tornare su quanto scrivevo mesi fa su Aleteia e correggermi:

In effetti sì, sotto il papato montiniano, che lasciò nella Marialis cultus una bellissima enciclica mariana, la preghiera a san Michele fu espunta dal messale romano; sotto il papato woitiano, che vide fra l’altro la Madonna di Fatima baroccamente ornata del proiettile esploso dal turco Ali Agca, la preghiera restò fuori dal messale (e sì che vi fu un’editio typica tertia, sotto Giovanni Paolo II, in cui i simboli di fede furono fusi insieme e l’antichissima Dominica in albis prese il modernissimo nome di “Domenica della divina misericordia”… insomma, non proprio ritocchini insignificanti…). Benedetto XVI ha riportato in vigore il vetus ordo come forma straordinaria del Rito Romano, ma neppure lui ha reinserito quella preghiera nel Messale, e lo stesso deve dirsi di Papa Francesco, che pure sembra parlare del diavolo più dei suoi predecessori.

A me sembra che la scelta del Papa sia perfettamente in linea con la formazione teologica e spirituale di padre Bergoglio, gesuita, le cui giornate sono scandite da più di mezzo secolo da accurati esami di coscienza, nei quali si indaga proprio come l’uomo ceda, nelle sue inclinazioni, alla «malvagità e alle insidie del diavolo».

Non solo: i riferimenti espliciti a «colpe, errori, abusi commessi nel presente e nel passato» dicono che Francesco è pienamente consapevole di come la grave crisi interna alla gerarchia ecclesiastica cattolica sia:

  1. un problema spirituale (nel senso che «la nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12): dunque è risibile l’idea di combatterla con le sole armi della “pubblica amministrazione ecclesiastica”).
  2. un problema che riguarda tutti i fedeli (e non in quanto facendo parte di una sorta di “res publica catholica” essi avrebbero “diritto” a giudicare i loro pastori – quod absit a catholico sensu! –, bensì perché il grave e violento male che si scatena nei vertici della Chiesa serpeggia, in maniera meno vistosa ma non meno estesa, anche alla “base”).

Il contributo di Giovanni Paolo II

Per questo il Papa chiede i digiuni, per questo il Papa chiede che i cristiani si rifugino sotto il præsidium di Maria invocando la protezione di san Michele: ciò significa che il Papa invita tutti i cristiani a particolare conversione, a riconoscere che la crisi li tocca direttamente. Proprio quanti sovente ricordano la confidenza che suor Lucia di Fatima fece al compianto cardinal Caffarra dovrebbero tornare con la mente anche alle parole di Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Rosarium Virginis Mariæ scriveva:

A dare maggiore attualità al rilancio del Rosario si aggiungono alcune circostanze storiche. Prima fra esse, l’urgenza di invocare da Dio il dono della pace. Il Rosario è stato più volte proposto dai miei Predecessori e da me stesso come preghiera per la pace. All’inizio di un Millennio, che è cominciato con le raccapriccianti scene dell’attentato dell’11 settembre 2001 e che registra ogni giorno in tante parti del mondo nuove situazioni di sangue e di violenza, riscoprire il Rosario significa immergersi nella contemplazione del mistero di Colui che « è la nostra pace » avendo fatto « dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia » (Ef 2, 14). Non si può quindi recitare il Rosario senza sentirsi coinvolti in un preciso impegno di servizio alla pace, con una particolare attenzione alla terra di Gesù, ancora così provata, e tanto cara al cuore cristiano.

Alonso Cano, Il miracolo del pozzo, 1638-1640, Museo Nazionale del Prado, Madrid.
L’opera rappresenta un episodio della vita di sant’Isidoro Labrador e di sua moglie, santa Maria de la Cabeza: quando una volta un figlio cadde in un pozzo, le preghiere del padre impetrarono che l’acqua nello stesso salisse fino a riportare portare il bambino in superficie.

Analoga urgenza di impegno e di preghiera emerge su un altro versante critico del nostro tempo, quello della famiglia, cellula della società, sempre più insidiata da forze disgregatrici a livello ideologico e pratico, che fanno temere per il futuro di questa fondamentale e irrinunciabile istituzione e, con essa, per le sorti dell’intera società. Il rilancio del Rosario nelle famiglie cristiane, nel quadro di una più larga pastorale della famiglia, si propone come aiuto efficace per arginare gli effetti devastanti di questa crisi epocale.

[…]

Preghiera per la pace, il Rosario è anche, da sempre, preghiera della famiglia e per la famiglia. Un tempo questa preghiera era particolarmente cara alle famiglie cristiane, e certamente ne favoriva la comunione. Occorre non disperdere questa preziosa eredità. Bisogna tornare a pregare in famiglia e a pregare per le famiglie, utilizzando ancora questa forma di preghiera.

Se nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte ho incoraggiato la celebrazione della Liturgia delle Ore anche da parte dei laici nella vita ordinaria delle comunità parrocchiali e dei vari gruppi cristiani,(392«Certo alla preghiera sono in particolare chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li rende, per sua natura, più disponibili all’esperienza contemplativa, ed è importante che essi la coltivino con generoso impegno. Ma ci si sbaglierebbe a pensare che i comuni cristiani si possano accontentare di una preghiera superficiale, incapace di riempire la loro vita. Specie di fronte alle numerose prove che il mondo d’oggi pone alla fede, essi sarebbero non solo cristiani mediocri, ma “cristiani a rischio”. Correrebbero, infatti, il rischio insidioso di veder progressivamente affievolita la loro fede, e magari finirebbero per cedere al fascino di « surrogati », accogliendo proposte religiose alternative e indulgendo persino alle forme stravaganti della superstizione.
Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale. Io stesso mi sono orientato a dedicare le prossime catechesi del mercoledì alla riflessione sui Salmi, cominciando da quelli delle Lodi, con cui la preghiera pubblica della Chiesa ci invita a consacrare e orientare le nostre giornate. Quanto gioverebbe che non solo nelle comunità religiose, ma anche in quelle parrocchiali, ci si adoperasse maggiormente perché tutto il clima fosse pervaso di preghiera. Occorrerebbe valorizzare, col debito discernimento, le forme popolari, e soprattutto educare a quelle liturgiche. Una giornata della comunità cristiana, in cui si coniughino insieme i molteplici impegni pastorali e di testimonianza nel mondo con la celebrazione eucaristica e magari con la recita di Lodi e Vespri, è forse più « pensabile » di quanto ordinariamente non si creda. L’esperienza di tanti gruppi cristianamente impegnati, anche a forte componente laicale, lo dimostra» (Novo millennio ineunte 34).
) altrettanto desidero fare per il Rosario. Si tratta di due vie non alternative, ma complementari, della contemplazione cristiana. Chiedo pertanto a quanti si dedicano alla pastorale delle famiglie di suggerire con convinzione la recita del Rosario.

La famiglia che prega unita, resta unita. Il Santo Rosario, per antica tradizione, si presta particolarmente ad essere preghiera in cui la famiglia si ritrova. I singoli membri di essa, proprio gettando lo sguardo su Gesù, recuperano anche la capacità di guardarsi sempre nuovamente negli occhi, per comunicare, per solidarizzare, per perdonarsi scambievolmente, per ripartire con un patto di amore rinnovato dallo Spirito di Dio.

Molti problemi delle famiglie contemporanee, specie nelle società economicamente evolute, dipendono dal fatto che diventa sempre più difficile comunicare. Non si riesce a stare insieme, e magari i rari momenti dello stare insieme sono assorbiti dalle immagini di un televisore. Riprendere a recitare il Rosario in famiglia significa immettere nella vita quotidiana ben altre immagini, quelle del mistero che salva: l’immaginedel Redentore, l’immagine della sua Madre Santissima. La famiglia che recita insieme il Rosario riproduce un po’ il clima della casa di Nazareth: si pone Gesù al centro, si condividono con lui gioie e dolori, si mettono nelle sue mani bisogni e progetti, si attingono da lui la speranza e la forza per il cammino.

A questa preghiera è anche bello e fruttuoso affidare l’itinerario di crescita dei figli. Non è forse, il Rosario, l’itinerario della vita di Cristo, dal concepimento, alla morte, fino alla resurrezione e alla gloria? Diventa oggi sempre più arduo per i genitori seguire i figli nelle varie tappe della vita. Nella società della tecnologia avanzata, dei mass media e della globalizzazione, tutto è diventato così rapido e la distanza culturale tra le generazioni si fa sempre più grande. I più diversi messaggi e le esperienze più imprevedibili si fanno presto spazio nella vita dei ragazzi e degli adolescenti, e per i genitori diventa talvolta angoscioso far fronte ai rischi che essi corrono. Si trovano non di rado a sperimentare delusioni cocenti, constatando i fallimenti dei propri figli di fronte alla seduzione della droga, alle attrattive di un edonismo sfrenato, alle tentazioni della violenza, alle più varie espressioni del non senso e della disperazione.

Pregare col Rosario per i figli, e ancor più con i figli, educandoli fin dai teneri anni a questo momento giornaliero di « sosta orante » della famiglia, non è, certo, la soluzione di ogni problema, ma è un aiuto spirituale da non sottovalutare. Si può obiettare che il Rosario appare preghiera poco adatta al gusto dei ragazzi e dei giovani d’oggi. Ma forse l’obiezione tiene conto di un modo di praticarlo spesso poco accurato. Del resto, fatta salva la sua struttura fondamentale, nulla vieta che per i ragazzi e i giovani la recita del Rosario – tanto in famiglia quanto nei gruppi – si arricchisca di opportuni accorgimenti simbolici e pratici, che ne favoriscano la comprensione e la valorizzazione. Perché non provarci? Una pastorale giovanile non rinunciataria, appassionata e creativa – le Giornate Mondiali della Gioventù me ne hanno dato la misura! – è capace di fare, con l’aiuto di Dio, cose davvero significative. Se il Rosario viene ben presentato, sono sicuro che i giovani stessi saranno capaci di sorprendere ancora una volta gli adulti, nel far propria questa preghiera e nel recitarla con l’entusiasmo tipico della loro età.

Giovanni Paolo II, Rosarium Virginis Mariæ 6.41-42

Insomma, penso che oltre a rispondere all’appello del Santo Padre sarebbe cosa buona considerare la possibilità di farlo precisamente come famigliacome famiglie.

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Note   [ + ]

1. Questo il testo del manoscritto papiraceo, in capitali maiuscole greche: «[Υ]ΠΟ [ΤΗΝ CΗΝ] | ΕΥCΠΛ[ΑΓΧΝΙΑΝ] | ΚΑ[Τ]ΑΦΕ[ΥΓΟΜΕΝ] | ΘΕΟΤΟΚΕ Τ[ΑC ΗΜΩΝ] | ΙΚΕCΙΑC ΜΗ Π[Α]ΡΙΔΗC ΕM ΠΕΡΙCΤΑCΕΙ | ΑΛΛ ΕΚ ΚΙΝΔΥΝΟΥ | ΡΥCΑΙ ΗΜΑC | Μ[Ο]ΝΗ Α[ΓΝΗ, ΜΟΝ]|Η ΕΥΛΟ[ΓΗΜΕΝΗ]». Si deve riconoscere che il testo latino tradito nel rito ambrosiano è assai più fedele all’originale (scoperto ad Alessandria d’Egitto nel 1917) di quanto lo sia il corrispettivo del rito romano: «Sub tuam misericordiam confugimus | Dei Genitrix | (ut) nostram deprecationem | ne inducas in tentationem | sed de periculo | libera nos | sola casta | et benedicta».
2. «Certo alla preghiera sono in particolare chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li rende, per sua natura, più disponibili all’esperienza contemplativa, ed è importante che essi la coltivino con generoso impegno. Ma ci si sbaglierebbe a pensare che i comuni cristiani si possano accontentare di una preghiera superficiale, incapace di riempire la loro vita. Specie di fronte alle numerose prove che il mondo d’oggi pone alla fede, essi sarebbero non solo cristiani mediocri, ma “cristiani a rischio”. Correrebbero, infatti, il rischio insidioso di veder progressivamente affievolita la loro fede, e magari finirebbero per cedere al fascino di « surrogati », accogliendo proposte religiose alternative e indulgendo persino alle forme stravaganti della superstizione.
Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale. Io stesso mi sono orientato a dedicare le prossime catechesi del mercoledì alla riflessione sui Salmi, cominciando da quelli delle Lodi, con cui la preghiera pubblica della Chiesa ci invita a consacrare e orientare le nostre giornate. Quanto gioverebbe che non solo nelle comunità religiose, ma anche in quelle parrocchiali, ci si adoperasse maggiormente perché tutto il clima fosse pervaso di preghiera. Occorrerebbe valorizzare, col debito discernimento, le forme popolari, e soprattutto educare a quelle liturgiche. Una giornata della comunità cristiana, in cui si coniughino insieme i molteplici impegni pastorali e di testimonianza nel mondo con la celebrazione eucaristica e magari con la recita di Lodi e Vespri, è forse più « pensabile » di quanto ordinariamente non si creda. L’esperienza di tanti gruppi cristianamente impegnati, anche a forte componente laicale, lo dimostra» (Novo millennio ineunte 34).

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