In morte di Jean Mercier, servo, amico e amante della Verità

© Stéphane OUZOUNOFF/CIRIC per La Vie

I miei amici sanno quanto io abbia amato Monsieur le curé fait sa crise: anzitutto mia moglie, che mi aveva visto trangugiarlo tutto d’un fiato il pomeriggio della Pasqua del 2017, ridendo sulle lacrime versate il minuto precedente e smorzando le risate nei singhiozzi. Un “racconto filosofico”, lo definirono, cioè un esempio di un genere al contempo modesto e molto ambizioso: non ha stazza da feuilleton, non ha i blasoni del trattato di morale, eppure se viene ben condotto da capo a piedi risulta un libro di cui Virginia Woolf avrebbe detto, come del proprio Mrs. Dalloway, “in cui c’è tutto: la vita e la morte”.

E c’erano la vita e la morte, nelle pagine di Jean Mercier, perché vita e morte si affrontavano anche dentro di lui, e «in un prodigioso duello»: lo straordinario successo di quel libro, che fece riscoprire il cristianesimo e il sacerdozio a molti cristiani e ad altrettanti sacerdoti smorti, aveva permesso anche a lui di accedere a cure che sembravano prospettargli qualche orizzonte non infausto in cui poter ancora abbracciare l’amata moglie e il carissimo figlio. Queste cose me le ha raccontate egli stesso, perché immediatamente quel giorno, terminata la lettura, avvertii l’esigenza di parlare con l’autore di pagine tanto meravigliose: e lui mi aprì il cuore raccontandomi di sé e chiedendomi di me. Come se non avesse di meglio da fare nella vita, come se non avesse scadenze più urgenti, con un cancro che lo rodeva.

Ci siamo scritti più volte nei mesi successivi, commentando alcuni fatti di attualità ecclesiale e il suo bellissimo libro sul celibato sacerdotale: aveva una nitida e umile percezione del servigio reso alla Chiesa di Cristo con quel testo. Come può permettersi di fare chi davvero parla e lotta con Dio ogni giorno, Jean sperava che quel merito gli valesse una grazia riguardo alla sua malattia. E tuttavia ricordava che «la grazia di Dio vale più della vita» (Sal 62,4), e che davvero solo quella grazia “ci basta” (cf. 2Cor 11,9).

La settimana scorsa più volte ho pensato a lui, ma per i mille futili motivi che ci distraggono dall’abbracciare le persone importanti della nostra vita non gli ho scritto. Ieri sera ho visto che i suoi amici davano la notizia della sua dipartita. E un misto di sensazioni agrodolci m’ha invaso, come quando ci viene portato via qualcosa di caro e al contempo ringraziamo perché lo sappiamo finalmente non solo “in pace” (quando un cancro termina dev’essere proprio bello), ma davvero al sicuro.

Agostino ci aveva insegnato (almeno a me, ma anche a Jean, se un po’ del suo cuore l’ho capito) che «quaggiù lo cantiamo, sì, l’Alleluia pasquale, anche se preoccupati, per poterlo un giorno cantare senza più preoccupazioni»:

Quare hic solliciti? Non vis ut sim sollicitus, quando lego: Numquid non temptatio est vita humana super terram? 1 Non vis ut sim sollicitus, quando mihi adhuc dicitur: Vigilate et orate, ne intretis in temptationem 2? Non vis ut sim sollicitus, ubi sic abundat temptatio, ut nobis ipsa praescribat oratio, quando dicimus: Dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris 3? Quotidie petitores, quotidie debitores. Vis ut sim securus, ubi quotidie peto indulgentiam pro peccatis, adiutorium pro periculis? Cum enim dixero propter praeterita peccata: Dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; continuo propter futura pericula addo et adiungo: Ne nos inferas in temptationem. Quomodo est autem populus in bono, quando mecum clamat: Libera nos a malo 4? Et tamen, fratres, in isto adhuc malo cantemus: Alleluia Deo bono, qui nos liberat a malo. Quid circum inspicis unde te liberet, quando te liberat a malo? Noli longe ire, noli aciem mentis circumquaque distendere. Ad te redi, te respice. Tu es adhuc malus. Quando ergo Deus te ipsum liberat a te ipso, tunc te liberat a malo. Apostolum audi; et ibi intellege a quo malo sis liberandus. Condelector, inquit, legi Dei secundum interiorem hominem; video autem aliam legem in membris meis repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati, quae est. Ubi? Captivantem, inquit, me in lege peccati, quae est in membris meis. Putavi quia captivavit te sub nescio quibus ignotis barbaris; putavi quia captivavit te sub nescio quibus gentibus alienis, vel sub nescio quibus hominibus dominis. Quae est, inquit, in membris meis. Exclama ergo cum illo: Miser ego homo, quis me liberabit? Unde quis liberabit? Dic unde. Alius dicit ab optione, alius de carcere, alius de barbarorum captivitate, alius de febre atque languore; dic tu, Apostole, non quo mittamur, aut quo ducamur; sed quid nobiscum portemus, quid nos ipsi simus, dic: De corpore mortis huius 5. De corpore mortis huius? De corpore, inquit, mortis huius.
Perché quaggiù preoccupati? E non vorresti che sia preoccupato quando leggo che la vita dell’uomo sulla terra è una tentazione 1? Non vorresti che sia preoccupato quando ancora mi si dice: Vegliate e pregate per non cadere in tentazione 2? Non vorresti che sia preoccupato quando la tentazione è così diffusa che la stessa nostra preghiera ci obbliga a pronunciare quelle parole: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 3? Ogni giorno supplici, ogni giorno debitori. E vorresti che io resti tranquillo, quando ogni giorno debbo chiedere perdono per i peccati e aiuto di fronte ai pericoli? Riguardo ai peccati commessi dico: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. E subito dopo, in vista dei pericoli imminenti, aggiungo: Non ci indurre in tentazione. E come si trova nella serenità il popolo che, unendosi a me, grida: Liberaci dal male 4? Nonostante tutto questo però, o fratelli, sebbene cioè ci troviamo in mezzo al male, cantiamo l’Alleluia al nostro Dio perché è buono e ci libera dal male. E quando ti libera dal male, perché ti guardi attorno per individuare il male da cui ti libera? Non andare lontano, non sospingere l’occhio della tua mente di qua e di là. Ritorna in te, guarda a te. Ad essere ancora cattivo sei tu stesso; e quando Dio ti libera da te stesso, ti libera dal male. Ascolta l’Apostolo e riconosci nelle sue parole quale sia il male da cui devi essere liberato. Dice: Secondo l’uomo interiore trovo gusto nella legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che si oppone alla legge del mio spirito e mi rende schiavo della legge del peccato che è… Ascolta dove: Mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Io avrei immaginato che ti rendesse schiavo di non so quali ignoti barbari, avrei immaginato che ti rendesse schiavo di non so quali popolazioni straniere o quali padroni umani. Dice: Che è nelle mie membra. Con vigore grida dunque con lui: Uomo miserabile che altro non sono, chi mi libererà? Ma da che cosa aspetti che ti si liberi? Dillo: da che cosa? Uno potrebbe rispondere: Dalle guardie, un altro: Dal carcere, un altro: Dalla prigionia sotto i barbari, un altro ancora: Dalla debolezza della febbre. Orbene, diccelo tu, o Apostolo! Non si tratta di un luogo dove potremmo essere mandati o accompagnati ma di una realtà che portiamo con noi o, meglio, che siamo noi stessi. Diccelo! Da questo corpo di morte 5Da questo corpo di morte? Esatto! Dice: Da questo corpo di morte.

E voglio riportare qui il saluto del suo direttore a La Vie, che meglio di me racconta quale delizia d’uomo abbiamo perso, in hac lacrymarum valle, mentre Jean ha conservato la fede, ha combattuto la sua buona battaglia, ha terminato la corsa.


di Jean-Pierre Denis1Direttore di Redazione de La Vie

Caporedattore aggiunto per il servizio religioso a La Vie, il nostro amico e collaboratore Jean Mercier ci ha lasciati giovedì 19 luglio.

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1. Direttore di Redazione de La Vie

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