Alfie Evans è morto: cose da dire, cose da tacere, cose da pensare

Se ogni mattina della settimana che si conclude oggi è stata segnata dalla domanda angosciosa, al risveglio: «Alfie sta bene?», quello odierno è stato senza dubbio il più amaro di tutti. La questione affiorava infatti un pelino stemperata dai barlumi di speranza brillati negli ultimi due giorni, e la risposta brutale – «Alfie è morto!» – scrosciava come una doccia acida e gelida al contempo.

Ieri sera, appena arrivato a Nettuno, ero corso con la famiglia al santuario, ancora prima di fare una doccia, per ringraziare la Madonna del viaggio e per affidare a Santa Maria Goretti le ore venture del piccolo Evans: col senno di poi, e senza il senno di Lui, mi sarei rivolto forse a un’altra santa (qualcuna che sia sopravvissuta al proprio aguzzino, per esempio)… Stasera invece cominciavano, sempre di fronte al santuario, i festeggiamenti della Madonna nella ricorrenza dell’“Approdo”, e lì sul sagrato è stata rappresentata in un balletto narrato la storia di come la Madonna venne a Nettuno.

La Madonna di Nettuno (cioè di Ipswich)

Una storia – per chi non la conosca – simile a quella della Madonna di Bonaria, ma un poco più contestualizzata storicamente: era il 1550, e sui lidi nettunensi giunse una nave alla deriva. Era diretta verso Napoli e batteva bandiera britannica: proveniva da un porto sul Tamigi e recava un manufatto originario di una chiesa di Ipswich, una “Maestà” (o Madonna con Bambino) scolpita in legno policromo. Erano trascorsi allora vent’anni dall’inizio della virata anti-romana di Enrico VIII, che dopo le sue vicende personali e dinastiche emanò l’Atto di supremazia (1534), con cui si proclamava “Papa e Re”, e l’Atto sui tradimenti (1534), che aboliva – fra l’altro – il versamento dell’Obolo di san Pietro. Nel 1535 la testa fedele (e santa) di Thomas More rotolava sul legno del patibolo a Tower Hill, proprio per effetto dei tre Atti del 1534 (il terzo era quello di successione). Tredici anni dopo sarebbe morto lo stesso sovrano poligamo, e nei suoi ultimi anni la farsa anglicana – dapprima una mera questione di giurisdizioni e di soldi – avrebbe cominciato a prendere una deriva protestante e anti-cattolica molto forte, venata perfino da un’accesa iconoclastia. Ecco perché la brava gente di Ipswich, preferendo privarsi della propria Madonna piuttosto che vederla ardere dagli empî lacchè del sovrano, la mise su d’un cargo mercantile diretto a Napoli. Quando il viaggio era ormai terminato avvenne un naufragio, e pare che i marinai non riuscissero a ripartire fino a quando non ebbero lasciato la statua ai nettunensi, che li avevano soccorsi al loro fortunoso approdo.

Insomma tornavo dall’Inghilterra a Nettuno proprio mentre si commemorava il simile viaggio che la Madonna delle Grazie fece per venire nella cittadina marittima: la storia la sapevo, per sommi capi, ma capirete che stasera io l’abbia vista con tutt’altra prospettiva… Quella madre reca in grembo un Bambino dalle dimensioni simili a quelle di Alfie; lo porta dall’Inghilterra in Italia perché lì la sua esistenza è minacciata dal potere statale; si tratta poi di un potere così tracotante da diventare la caricatura di quello religioso, «mancando / della terra e del Ciel al santo dritto / con enorme delitto […]». E mentre Enrico VIII stuprava il diritto divino nell’adulterio e quello naturale nell’omicidio – giungendo a violentare l’immagine di Dio perfino nelle icone sacre – l’odierno “Sistema” statale del Regno Unito si accanisce con malvagità preternaturale contro l’immagine di Dio in un Innocente. Così al mozartiano Da Ponte risponde lo shakespeariano fantasma del padre di Amleto: «O, horrible! O, horrible! Most horrible!» – i peccati contro Dio e contro l’uomo li scontano invariabilmente gli innocenti, in particolare i bambini.

La morte di Alfie

Ora assolutamente non giova speculare su un presunto intervento positivo di qualcuno che stanotte, verso le 2:30 (ora inglese), avrebbe portato Alfie alla morte: che tale intervento ci sia stato o no, il piccolo Evans è morto evidentemente ammazzato da un sistema di sistemi, corrotto nelle parti e nell’insieme, di cui fanno parte anche giustizia e sanità. Questo dato non viene eliminato (né addolcito) da tutte le considerazioni che possiamo fare, sostanziali o accidentali: Alfie è stato attivamente torturato per giorni, e tramite lui i suoi genitori e un vasto popolo di sostenitori. Di tutto ciò dobbiamo “incolpare” una struttura di peccato molto più vasta dei soli figuri di MacMahon e Hayden. Ciò resta.

Le speculazioni

A fronte di ciò, resta totalmente inaccettabile, nella sua grave irresponsabilità, la produzione di notizie assolutamente non fondate su alcuna fonte verificabile, divulgate per montare a neve un po’ della sacrosanta e dolorosa indignazione stillata oggi in tutto il mondo per Alfie.

Di tale produzione non possiamo accusare alcun altro che noi stessi, poiché sono agenti del vasto campo prolife, al pari di noi, coloro che hanno vellicato i dolori dei sostenitori di Alfie e rilasciato roboanti (quanto sterili) dichiarazioni su “cosa avevano fatto/stavano per fare/avrebbero fatto”. Voglio sperare che almeno ciò sia avvenuto in buona fede…

Le letture

Per questo motivo non mi sono precipitato a “dire la mia”, stamane: posto che è nulla o quasi quanto sappiamo; posto che il suo riassunto si condensa in una frase, non mi è parso necessario affannarmi a pettinare io pure il mio ego.

Oggi è cominciata la “normalizzazione” mediatica della vicenda di Alfie, ovvero la narrazione mainstream incaricata dal sistema di rendere innocua l’inattesa carica eversiva dei fatti. Ne offre un esempio importante l’articolo di Josh Halliday sul Guardian odierno: Tom & Kate sarebbero stati due ragazzi strumentalizzati e mal consigliati da una fitta e sgangherata rete di attivisti prolife e giornalisti, che in una serie di mosse più o meno improvvisate (tra cui anche il coinvolgimento di Papa Francesco – ridotto a “elemento di colore”) avrebbe condotto a protrarre per giorni ed ore l’agonia del povero Alfie, il cui best interest – chiunque dotato di senno lo capisce – sarebbe stato morire rapidamente e senza sofferenze.

A questa narrazione diamo una mano utilissima quando passiamo, quasi senza soluzione di continuità, dalla militanza sul campo alla retorica omiletica: «È morto il giorno di Santa Gianna Beretta Molla», «Ora c’è un angioletto in Cielo» e così via… Certo, il dolore è lancinante, per noi che abbiamo amato Alfie senza pretendere di stabilirne il best interest, e a questo dolore dobbiamo comprensibilmente dare una spiegazione, un’espressione catartica, uno sfogo apotropaico. L’effetto che si produce, però, è quasi sempre che ci rendiamo tali quali i nostri detrattori ci dipingono: esotici e incomprensibili esseri pieni di contraddizioni e fondamentalmente avulsi da ogni piano di realtà.

Quando ho saputo della morte di Alfie, da parte mia, sono tornato a riflettere sul mio ultimo articolo da Liverpool, quello in cui offro una lettura “mistica” della fine della vicenda pubblica di Alfie, chiedendomi se quel testo non rientri per caso nel genere letterario che ho appena stigmatizzato. Sinceramente penso di no, però col senno di poi (…ma senno di cosa? cosa sappiamo veramente?) forse qualche passaggio l’avrei scritto diversamente; però nei cinque articoli precedenti avevo riportato nel dettaglio e denunciato tutti e singoli i soprusi di cui avevo visto vittime gli Evans (e ancora in quello stesso ultimo articolo li richiamavo). Lo rileggo e mi dico: in fondo credo che tra qualche tempo ciò che resterà di profondamente vero, quanto alla storia di Alfie, si troverà anche in questo scritto.

Che rischia, sì, di essere frainteso, ma che era stato scritto principalmente per argomentare l’assoluta rettitudine d’intenzione dei genitori di Alfie, che mai, in nessun modo e in nessun misura “si sono arresi”: purtroppo fin da subito dopo il last statement di Tom mi è toccato sentire anche questo, da parte di zelanti attivisti che confondono la loro (nostra) causa con quella di Tom e Kate.

Ancora nulla o poco più, insomma, è quello che sappiamo; voglio però condividere e raccogliere qui, sul mio Breviarium, queste parole di una persona straordinariamente lucida e intelligente, oltre che buona e silenziosamente dolorante.


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1 Commento

  1. Salve! Io personalmete dico “perfida Albione” da almeno 40 anni a questa parte cioè da quando avevo circa 16 anni ed anche da cattolico praticante continuerò a dirlo nel modo diretto ed onesto che esprimono i salmi quando parlano degli empi. La mia idea in merito è nata da una frase che un giorno, quasi per caso, mi disse un sant’uomo, un prete santo, una persona umile e schiva ma ricolma di una grandissima Fede… io che ero un “anglofilo” convinto mi sentii dire dal sant’uomo: “io temo la giustizia degli anglosassoni” e con “giustizia” voleva significare non quella con la “G” maiuscola ma il modo, tipicamente anglosassone, di fare di ogni sentenza Legge e sopratutto la grande “mania” di imporre il loro “pensiero di giustizia” a tutto il mondo. Nell’articolo si parla di “ingranaggi” e di potentati massonici più o meno “visibili” oliatori di tali ingranaggi nefasti… Io ho studiato un po’ la storia dei “plantageneti” (la genealogia dei reali inglesi) e (come altre) è una storia di sopraffazioni e di dominazione dell’uomo sull’uomo. Vorrei anche ricordare che pur figli di una guerra di indipendenza proprio dagli inglesi anche gli statunitensi sono comunque generatori della “giustizia anglosassone”… Internet è dominata dagli interessi e dalla “giustizia” anglosassone ed i grandi potentati del pensiero diffuso, come ad esempio google e facebook hanno radici nella “giustizia anglosassone” e negli interessi commerciali anglosassoni… Secondo la mia personalissima opinione qualsiasi forma di resistenza alla “giustizia anglosassone” non può passare per facebook o simili e forse nemmeno per gran parte di internet perché sono dominii strettamente controllati e gestiti per “vie che non conosciamo” dal “senso di giustizia commerciale” anglosassone che è una ulteriore deformazione in negativo del “senso di giustizia ordinario” anglosassone. Quindi la prima vera forma di resilienza, secondo me, dovrebbe essere proprio quella di abbandonare i “facili approdi” comunicativi gestiti dagli anglosassoni cercando di creare una rete di comunicazioni parallela e sopratutto smettendo di alimentare economicamente tali cattedrali del Male.
    Saluti.
    RA

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