Chiesa e donne: Guarisca Arrigoni (altro che “vescove”!)

A questo punto è necessaria una breve digressione.
Dopo il colpo di stato di Gian Galeazzo Visconti contro suo zio Bernabò (1385), gli Arrigoni di Vedeseta, i più potenti alleati del deposto signore di Milano in Val Taleggio, si erano schierati con il figlio di questi, Carlo Visconti, Signore di Parma. Gian Galeazzo, eliminato lo zio ed impadronitosi della signoria, sbaragliò facilmente Carlo, che si rifugiò a Verona, e bandì tutte le famiglie che si erano unite al figlio di Bernabò, tra cui gli Arrigoni. I principali membri della famiglia si rappacificarono con il nuovo signore di Milano potendo rientrare dall’esilio già nel 1394 e come “incentivo” alla loro fedeltà Gian Galeazzo li riconobbe signori della Val Taleggio. Durante la guerra tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, i veneziani invasero la Val Taleggio e gli Arrigoni, dovendo fuggire, decisero di rifugiarsi nella confinante Valsassina (1433), dove già vivevano alcuni di loro, tra i quali Guarisca. Privati dei loro possedimenti, ottennero dal Visconti una serie di privilegi ed esenzioni fiscali a titolo di riparazione delle perdite subite. Il 13 gennaio 1438, infatti, Filippo Maria Visconti, con privilegio ducale d’immunità, premiò la fedeltà degli Arrigoni della Val Taleggio, ormai rassegnati a non potere tornare nelle loro valli. Essendosi posti sotto la protezione del ducato, essi avevano fatto presente al Duca le sofferenze subite e la precarietà della loro condizione, dovuta alla necessità di lasciare forzatamente la loro terra:
Umilmente e devotamente supplicano ed espongono all’Illustrissima ed Eccellentissima Signoria Vostra i fedelissimi Arrigoni e gli altri espulsi da Taeggio, perché fu tale la fedeltà e devozione dei supplicanti verso di Voi e del Vostro stato che essi sopportarono di abbandonare i propri lari, di vedere le loro case bruciate e completamente smantellate, di essere spogliati di tutti i loro beni e, per molti di essi, di essere trucidati, piuttosto che abbandonare la predetta ed incrollabile fedeltà e devozione da sempre nutrite verso la vostra prediletta Signoria.
A causa di tali disgrazie essi affermavano di vedersi «piombati in una grande impossibilità di agire e in povertà, se l’amata misericordiosa piissima Signoria Vostra non provvede loro con qualche grazioso favore e non concede a loro tutti e singoli Arrigoni la grazie speciale dell’immunità e dell’esenzione». Grazie all’intervento di Guarisca, che intercesse per loro, Filippo Maria accolse le richieste di totale esenzione tributaria con privilegio ducale:
Considerando pertanto il contenuto delle richieste, partecipando ai dolori dei supplicanti e volendo favorirli con nostre grazie, noi, con piena cognizione e nella pienezza della nostra potestà, rendiamo completamente immuni, liberi ed esenti tutti e singoli gli Arrigoni e gli altri della predetta valle Taeggio, i loro eredi e i loro beni presenti e futuri in tutte le città e in tutti i borghi, castelli, villaggi, terre e luoghi soggetti alla Nostra Signoria, nei quali essi e le loro cose si trovino.
Quando alcuni funzionari ducali pavesi provarono a ridimensionare tali privilegi, gli Arrigoni si rivolsero ancora una volta a Guarisca affinché perorasse nuovamente la loro causa presso Francesco Sforza, nuovo signore dello stato milanese dopo la morte senza eredi maschi legittimi di suo suocero Filippo Maria Visconti. In una lettera di poco successiva al 1450 (essa infatti si rivolge a Francesco Sforza con il titolo di duca di Milano, riconosciuto al condottiero proprio in quell’anno) Guarisca si rivolgeva alla moglie del duca Bianca Maria scrivendole:
Illustrissima Madonna, la vostra devotissima Guarisca murata in la ecclesia de Sancto Antonio de Milano, ameda [zia] de Matteo de Arigoni di Bajedo et de li fratelli de Arigoni de la Valle Taegio, da longo tempo espulsi et dischatiati fora de caxa sua per li Venetiani et per lo amore et fede che sempre hanno portato ad lo Illustrissimo Signore de bona memoria vostro padre [Filippo Maria Visconti] et portano ad lo Illustrissimo Signore nostro [Francesco Sforza] et ala celsitudine vostra, […] supplica ad la Eccellenza Vostra che si degni de scrivere et espressamente mandare ad lo Referendario vostro de la dicta citade de Papia che nonostante la dicta frivola exemptione de li datiarii suprascripti observa et faccia observare ad li suprascripti fratelli la dicta exemptione. Et per amore de Guarisca siano raccomandati li suprascripti fratelli, suoi nepoti, et lei pregherà Dio in le sue orationi che ve conserva sempre et in secula, con gli fioli in felicissimo stato. Amen.
Questa supplica dimostra come gli Arrigoni riponessero grande fiducia nell’ascendente della loro illustre parente per ottenere da Bianca Maria che il marito Francesco Sforza ordinasse al Referendario della città di Pavia, con la quale intrattenevano rapporti commerciali, che le guardie daziarie rispettassero i loro diritti di esenzione. Lo Sforza, che ammirava Guarisca per la santità della sua vita, confermò tali immunità ed esenzioni nel 1452 e di nuovo nel 1465 (furono poi rinnovate nel 1495 da Ludovico il Moro, nel 1543 da Carlo V e nel 1559 da Filippo II).
Al termine di una lunga vita dedicata alla preghiera ed ai poveri, Guarisca spirò il 2 dicembre 1460 nel convento di Sant’Antonio di Milano, dove aveva vissuto dal 1436, e ricevette sepoltura nella chiesa di San Bernardino a porta Vigentina (la piccola chiesa, dopo numerosi rimaneggiamenti, crollò nel novembre 1971 durante i sciagurati lavori di “restauro” che, motivati dalla necessità di consolidare l’edificio, diedero il definitivo colpo di grazia alla navata centrale). Dall’età di 25 anni Guarisca ebbe come unico pensiero e desiderio la fondazione e l’incremento dell’Hospitale del Cantello. Venne unanimemente ricordata non solo come un modello di santità ma anche come una donna particolarmente intraprendente che seppe promuovere un’opera significativa e che riuscì ad ottenere la benevolenza della Chiesa, dei Visconti e degli Sforza, sapendo incontrare il favore sia dell’autorità ecclesiastica sia del potere politico. Come scrisse a metà dell’Ottocento padre Carlo Bazzi, autore di un interessante studio sul Monastero del Cantello,
la sua morte fu preziosa al cospetto dell’Altissimo e ovunque fu conosciuta la sua virtù in Valsassina e a Milano, diffuse e lasciò dietro di sè grato olezzo di santità. Anzi nella valle la memoria di lei vive ancora fresca come di donna che appena ieri moriva ed il suo nome, ripetuto sovente con venerazione, non è mai disgiunto dall’appellativo di Beata.
Sebbene la tradizione locale parli di un culto speciale a lei riservato dalle monache del Cantello a partire dal XVI secolo, si conservi la memoria di miracoli e guarigioni avvenute per sua intercessione ed il suo volto, in tutte le raffigurazioni giunte fino ad oggi, sia sempre aureolato dal nimbo dei santi, non sono conosciuti decreti o documenti che attestino l’intervento della Santa Sede a conferma di tale devozione popolare spontanea.
Il Cantello sopravvisse per secoli alla sua fondatrice. All’inizio del Cinquecento fu notevolmente ampliato ed assunse la classica pianta propria dei monasteri, inglobando l’Hospitale e la chiesa di S. Maria. A metà del XVI secolo le pie donne del Consortium decisero di vestire il velo di Sant’Agostino, incoraggiate in questo da San Carlo Borromeo, e l’Hospitale fu trasformato in monastero agostiniano sotto la protezione di Sant’Antonio abate. Nel 1566 il monastero ricevette la sanzione da San Carlo, che lo visitò in più occasioni. Nel 1588 vi furono accolte le monache agostiniane di Santa Maria di Onno (LC) il cui convento era stato soppresso nel 1570. Il monastero godeva di cospicue entrate grazie ai proventi di numerosi beni e rendite a Concenedo, Cremeno, Maggio, Mezzacca, Barzio, Cassina, Moggio, Baiedo, Pasturo, Ballabio, Castello di Lecco e Mandello. All’inizio del XVIII secolo il convento di Sant’Antonio poteva ormai contare su oltre cinquecento monache tra professe e novizie, una realtà rinomata ed ammirata in tutta la Lombardia.
Il monastero del Cantello fu soppresso nel 1784 nell’ambito della “riforma” promossa dall’imperatore Giuseppe II che portò alla chiusura di migliaia di conventi in tutto l’Impero asburgico, con conseguente incameramento dei relativi beni da parte dello stato. Oggi, nel luogo in cui Guarisca Arrigoni fondò il suo Hospitale oltre 600 anni fa, sorge la Casa del Clero Paolo VI, luogo di riposo e di preghiera per il clero ambrosiano, costruita nel 1977 per volere dello stesso beato Pontefice.
L’epigrafe
Un importante artefatto che documenta la memoria storica di Guarisca si trova a Canneto Pavese (PV), in Oltrepò Pavese. Si tratta di una grande lapide in marmo di Carrara fatta apporre nel 1511 da un discendente della famiglia, Giovanni Marco Arrigoni, su di un pozzo dedicato a Sant’Antonio per rendere grazie alla religiosa per la sua assistenza e per i benefici ottenuti grazie alla sua intercessione proprio in quelle terre.
A distanza di decenni dal generoso intervento di Guarisca, essendo ancora vivo il ricordo dell’antenata, gli Arrigoni, che nel 1528 sarebbero stati nominati da Carlo V feudatari della confinante Broni (PV) legando indissolubilmente la loro storia (ed indirettamente quella di Guarisca) al territorio pavese, vollero manifestarle la loro imperitura gratitudine onorandone la memoria con tale monumento celebrativo recante, nella parte superiore, lo stemma della famiglia e nella sezione inferiore un bassorilievo raffigurante, sulla sinistra, Guarisca e, a destra, Filippo Maria Visconti, entrambi in preghiera, con Sant’Antonio benedicente nella parte centrale. Nel quarto inferiore è possibile leggere la seguente epigrafe:
EQUARISCHE ARIGONE OB VITE SANCTITATEM
A PHILIPO MEDIOLANI DUCE PERPETUAM
ARIGONIS QUARTIRONIS ROGNONISQUE
EX VALLE TAEGI AB INVADENTIBUS VENETIS EXPULSIS
IMMUNITATEM ANNO 1438 DIE 13 IANUARII
IMPETRANTI JO. MARCHUS ARIGONUS POSUIT. 1511.
Purtroppo il monumento fu trafugato nel 1978 da ignoti ladri e mai più ritrovato. Qualche anno dopo il Comune di Canneto provvide a collocare nella stessa posizione una riproduzione in marmo fedele all’originale.

Bibliografia
Giuseppe Arrigoni, Documenti inediti riguardanti la storia della Valsassina e delle terre limitrofe, Milano, 1857
Eugenio Cazzani, La Beata Guarisca Arrigoni e il Monastero del Cantello, Saronno, 1976
Alessandro Cerioli, Su di un monumento alla B. Guarisca Arrigoni nella Valle Malaspina di Canneto Pavese con cenni storici sulla Val Taleggio, Alessandria, 1905
Giovanni Pietro De Crescenzi, Anfiteatro romano, nel quale, con le memorie de’ grandi si rappilogano in parte l’origine et le grandezze de’ primi potentati di Europa et si rappresenta la nobiltà delle famiglie antiche e nuove di Milano, Parte Prima, Milano, 1948
Andrea Orlandi, Le famiglie della Valsassina, Lecco, 1932 (riproduce integralmente il testamento di Guarisca, copia del quale è custodito presso l’Archivio di Stato di Milano)
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