La Francia verso l’#eutanasia: ora deve morire la piccola Inès

Il fatto che il decreto francese ascriva alla categoria di accanimento terapeutico non solo i trattamenti sproporzionati o non necessari, bensì anche quelli che hanno come unico scopo il mantenimento in vita del paziente, sottintende che essere vivi non sia più una condizione sufficiente per godere dello status di persone a tutti gli effetti con annessi diritti fondamentali, direttamente discendenti dalla dignità intrinseca dell’essere umano.

Lo stato vegetativo di Inès è dichiarato dallo stato attuale della scienza medica, cioè in un hic et nunc della medicina che la storia ci ha già insegnato essere estremamente fugace e continuamente superato da nuove scoperte, rimedi, comprensioni e cure. Eppure questa istantanea interpretativa, con tutte le sue vaste zone d’ombra nelle quali la ricerca ancora scava, è ritenuta motivo sufficiente per lasciar morire, contro la volontà dei genitori, una ragazzina. Di più: la decisione di staccare la ventilazione non è presa dopo aver soppesato i costi per la collettività e i benefici per l’individuo, cosa che, nella sua brutalità, avrebbe comunque una sua logica (da dimostrare coi numeri, ma comunque teoricamente sensata), bensì è assunta dietro il paravento di un falso diritto, come eliminazione formale del “male” che sarebbe costituito dall’accanimento terapeutico, realizzato dall’intubazione.

Ucciderla per il suo bene o, peggio ancora, uccidere per rispettare una legge che, nelle intenzioni del legislatore, concede al malato il curioso diritto di non subire accanimento terapeutico, in questa sua nuova definizione allargata di sostenimento in vita mediante mezzi meccanici.

Due dubbi ci agitano però in questa diatriba dove si contrappongono parti che sembrano lottare tutte solo per i diritti del paziente, giungendo però a conclusioni diametralmente opposte, e cioè: tre triunviri della medicina con il loro referto hanno il potere di decretare la vita o la morte di Inès (la medicina dunque vale più del potere giudiziario, dal momento che i giudici sono semplicemente consequenziali ai verdetti medici) e le motivazioni sottese alla promulgazione della legge, prima, e alla sua invocazione, poi, da parte degli ospedali puzzano tanto di spending review.

La vigliaccheria conclamata delle moderne società, che promulgano leggi con scopi economici con la scusa di assicurare nuovi diritti, è nauseante: nemmeno il coraggio e l’onestà di affermare, nero su bianco, che lo stato non vuole sostenere il costo delle cure di una persona troppo malata per la medicina di oggi, senza misurabili prospettive di ripresa.

E mentre in Francia Inès attende la morte, ci sono nababbi in giro per il mondo che accantonano montagne di soldi per farsi ibernare da morti, nella certezza che prima o poi la medicina evolverà a tal punto da riportarli in vita e curare le loro malattie. A costoro non lo diciamo che lo stato attuale della scienza medica li condanna a restare morti per sempre? Non invochiamo il diritto ad una sepoltura dignitosa, negando loro la follia della permanenza in freezer per decenni?

Crederò che l’eutanasia, in tutte le sue sfumature più o meno fantasiose che le varie legislazioni sono riuscite a partorire nel tentativo di camuffarne l’essenza, abbia come scopo l’affermazione del solo diritto di autodeterminazione del paziente quando chi vuole vivere (per manifestazione sua o dei suoi parenti più stretti) sarà lasciato vivere, sempre e comunque.

Non c’è speranza che capiti, però: Terry Schiavo, Charlie Gard, e tanti altri, sono già stati sacrificati sull’altare della “vita dignitosa” (cioè poco costosa per lo stato). Fosse almeno servito a farci aprire gli occhi!

https://twitter.com/koztoujours/status/949765423674920960

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2 risposte a “La Francia verso l’#eutanasia: ora deve morire la piccola Inès”

  1. La legge prevede anche che i cittadini possano registrare delle dichiarazioni anticipate di trattamento, che saranno vincolanti per i medici più del loro parere di esperti in materia (naturalmente solo se le DAT contengono istruzioni circa una velocizzazione della dipartita, non certo se il paziente dichiara di voler vivere).

    E in Italia ci stiamo avviando a grandi passi verso l’ottenimento degli stessi “benefici”!

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