Le suore, una specie protetta? Chi le sta uccidendo davvero

Sta per finire il tempo delle suore? Il Timone ha intitolato l’ultimo numero con un incisivo “Arrivederci sorelle”, ricordandoci la spaventosa emorragia di vocazioni e/o abbandoni al femminile. I numeri fanno impressione: ancor di più suscita sgomento l’idea che le figure delle suore, care e ormai familiari, saranno sempre più rare nelle nostre città e nei nostri paesi…  Abbiamo bisogno delle suore? Il monachesimo cristiano in realtà nasce intorno al III-IV secolo. E gli ordini religiosi, così come li conosciamo adesso, si sviluppano pian piano. Possiamo sostenere, ragionevolmente, che Dio può trovare altre strade – e difatti, nella storia, le ha trovate – per mostrare il Suo Volto misericordioso all’umanità, e altre voci che elevino a lui una preghiera continua. Una Cristianesimo senza suore potrebbe continuare, senza Cristo no.

Eppure.

Oggi voglio ricordare due suore.

La prima è una dei santi di cui si fa memoria liturgica in questo 13 Novembre: Santa Agostina Pietrantoni, al secolo Livia, morta sul declinare dell’Ottocento.

La storia della santa è tutta uno spendersi, fino all’estremo sacrificio di sé. Nelle fila delle suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, Suor Agostina, inizia a svolgere le sue mansioni all’Ospedale Santo Spirito di Roma. Lì prima è inviata al reparto dei bambini, poi in quello degli adulti, dove si ammala gravemente ma miracolosamente guarisce, infine in quello dei malati di tubercolosi.

A dire il vero, è difficile dire se sia più insalubre il clima dentro i reparti ospedalieri o fuori: l’anticlericalismo è virulento e suor Agostina agisce e vive il suo servizio nell’Urbe, dove i cattolici subiscono una persecuzione non sempre “educata”. Così è anche all’ospedale, diretto da un massone (che tuttavia, più tardi, seguirà tra i primi il feretro della suora). In questo clima matura il martirio della santa. La vita di suor Agostina termina, infatti, il 13 Novembre 1894, a meno di 30 anni: verrà uccisa da un ex ricoverato violento e irreligioso, che le attribuiva la responsabilità del suo allontanamento dall’ospedale. Se non fosse morta per mano di quest’uomo, l’avrebbe forse uccisa la tubercolosi, che aveva contratto negli ultimi tempi, e che non l’aveva però fatta desistere dal suo servizio. Letteralmente: una vita per gli altri.

Paolo VI, nella poetica omelia per la sua beatificazione, disse:

Onoriamo Agostina. Salutiamo tutte le sue Sorelle, e quante figlie della santa Chiesa, con analoga oblazione, fanno sacrificio di sé per conforto dell’umano dolore. Invitiamo il popolo a riconoscere in queste povere e grandi donne, tanto spesso deprezzate e disprezzate, le più pure, le più valenti, le più buone figlie della nostra terra, resa ancora da loro piae hostiae castitatis […] altare della fede e della carità.

L’altra suora è, invece, Leonella Sgorbati, al secolo Rosa, dell’Istituto delle Missionarie della Consolata.

20171109T0916-12552-CNS-POPE-CAUSES

La settimana scorsa è giunta notizia della prossima beatificazione. Suor Leonella, che in Somalia, a Mogadiscio, si occupava di una scuola per infermieri e dei bambini, fu uccisa il 17 Settembre 2006, in seguito alle violenze scoppiate in buona parte del mondo musulmano dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, purtroppo presentato male da molti media e recepito ancor peggio da tanti. Il Papa, lo stesso giorno dell’omicidio di suor Leonella, chiarì il senso del suo discorso, durante l’Angelus (dal minuto 3:14).

Questo blog ci racconta come il martirio della sorella non fosse del tutto inatteso: la strada che le suore dovevano percorrere ogni giorno tra la loro casa e l’ospedale era breve, ma pericolosa. Era necessaria una scorta anche prima delle parole di Benedetto XVI (e per non farci assalire da tentazioni anti-musulmani, ricordiamo che insieme a suor Leonella fu uccisa la sua guardia del corpo, un padre di famiglia di fede islamica). Suor Leonella, dunque, rischiava la vita ogni giorno. Ma lei era risoluta: «Dove c’è paura non c’è amore», diceva in un’intervista. Non spirò prima di pronunciare la parola “perdono”. L’uomo, il prossimo, prima di tutto, anche di una morte violenta. L’ultimo dono è proprio quel per-dono che indica la fiducia più salda nel piano di Dio e l’amore più grande, fino all’effusione del sangue.

Queste due sorelle, tra le tante, ci rendono più pensierosi di fronte al progressivo depauperamento vocazionale degli ordini religiosi femminili, a cui dobbiamo molto. Forse delle suore potremmo anche fare a meno in futuro, chissà, ma non sembra una buona notizia.

Comments: