Metti oggi Bud Spencer, sant’Ambrogio e Charles Journet…

01 Oct 1994 --- TERENCE HILL AND BUD SPENCER IN ROME --- Image by © Micheline Pelletier/Sygma/Corbis Die beiden Schauspieler Terence Hill, links, und Bud Spencer futtern gemeinsam im Oktober 1994 in Rom eine Riesenportion Spaghetti.
di don Samuele Pinna

Quando ho insegnato alle scuole elementari ho sempre parlato della solennità liturgica di Tutti i Santi e della Commemorazione di tutti i fedeli defunti: ricordo ancora le mille domande dei bambini, curiosi e recettivi, e i rimproveri dei genitori. Questi mi dicevano, infatti, che destabilizzavo i loro figli a parlare della morte così apertamente e in modo tanto schietto. Non è il giudizio, che trascurava la gioia del Paradiso che ci attende, che mi ha impressionato allora, ma quello che ne è venuto dopo, che è sotto gli occhi di tutti. Mi riferisco alla cosiddetta “notte di Halloween”, che mi ha posto delle spinose domande: come è possibile festeggiare in un modo tanto macabro? Qualcuno risponderà sicuramente che si tratta di una festa per bambini, una sorta di carnevale ante litteram, eppure non ne sono per niente convinto e proprio a partire dalle analisi – benché un poco distorte – di quei genitori. Che festa è vestirsi da streghe, da mostri e da gente ricoperta di sangue e di ferite di ogni genere? Nel mio piccolo, mi sono ancora chiesto che forse questo è educativamente grave, piuttosto che parlare ai bambini di quello che ci aspetta in modo ineludibile e che insieme non è la fine di tutto, bensì il fine di ogni cosa. A tal proposito, riporto nel mio libro Spaghetti con Gesù Cristo! La «teologia» di Bud Spencer una frase del popolarissimo attore, che diceva: «Dalla vita non ne esci vivo, disse qualcuno: siamo tutti destinati a morire. Da cattolico, provo curiosità, piuttosto» (p. 114).

La festa di Halloween, così lontana da noi per storia e cultura, degradata a qualcosa di meramente commerciale, non poggia su un messaggio positivo, anzi tutt’altro. Non fa parte della nostra tradizione e, nelle sue origini pagane, ha un nonsoché di efferato e di funereo. Non una buona festa, insomma, per i nostri ragazzi. Tuttavia, è un grande business e, infondo, in una rilettura moderna, sono persuaso voglia esorcizzare la “morte”, quasi fosse un pensiero rassicurante per chi non crede più nell’aldilà o, avendo una “fede” molto soggettivista, vive come se non ci fosse.

La Liturgia cattolica, al contrario, permette di riflettere su quello che ci attende, sul nostro approdo, la nostra meta, che possiamo raggiungere se ci incamminiamo verso quell’obiettivo. Il Regno di Dio è già qui presente in mistero, possiamo dunque pregustare, nelle fatiche quotidiane, la bellezza di ciò che ci attende. Non solo, ciò suggerisce come siamo noi a costruire il nostro futuro eterno, perché come scriveva Cervantes nel suo Don Chisciotte: «ognuno è figlio delle proprie azioni». C’è, pertanto, una vita eterna che ci attende e Bud Spencer ci insegna anche questo:

Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio1Spaghetti con Gesù Cristo!, p. 124..

Sant’Ambrogio nel Trattato sulla morte del fratello Satiro riconosce che non si devono «rinnegare i legittimi diritti della natura», ma si deve «dar sempre la preferenza ai doni della grazia»:

Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli, non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l’annuale solennità del mondo. E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare. A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio.

La morte è entrata nella storia degli uomini a causa del peccato originale, ma Dio non ci ha abbandonato al nostro destino, è venuto a recuperarci e a offrirci una redenzione eterna. Ambrogio, sorprendentemente, parla di “rimedio”.

Fu per la condanna del primo peccato – scrive ancora il Padre della Chiesa – che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisse quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio. L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi dalle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne. Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3. 4). L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3). Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).

Un’analoga suggestione è sorprendentemente rintracciabile anche nel grande letterato inglese Tolkien, il quale nella sua mitologia giudica ultimamente la “morte” come “dono” di Dio:

Una “punizione” divina è anche un “dono” divino, se viene accettato, dato che il suo scopo alla fine si rivela benefico, e la suprema forza inventiva del Creatore fa sì che le “punizioni” (cioè i cambiamenti del disegno originario) producano del bene che altrimenti non sarebbe stato raggiunto2La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, p. 322..

Dal canto suo, il teologo Charles Journet ha una pagina grandiosa, dai connotati mistici, che ci aiuta a comprendere la condivisione del nostro destino da parte di Dio.

Perché la sofferenza e la morte delle persone? L’Apostolo risponde che, per colpa di uno solo, la morte ha regnato (Rm, 5, 17), che essa è la mercede del peccato (6, 23). E perché la sofferenza e la morte del Figlio dell’uomo? La risposta è nel Vangelo: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc, 19, 10). Quale ragione trovare a questa follia? «Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo unico Figlio affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia la vita eterna» (Gv, 3, 16). La prova dell’amore può andare ancora oltre? Sì: «Non vi è prova di amore maggiore che dare la propria vita per i propri amici» (15, 13). Nel mondo c’era sofferenza e morte. Il Figlio di Dio scende nel mondo per partecipare a quella sofferenza e a quella morte «per diventare in tutto simile ai suoi fratelli» (Eb, 2, 17), per «essere provato in tutto come noi, eccetto che nel peccato» (4, 15), e noi possiamo aggiungere per sposare l’umanità nel punto più profondo della sua miseria, e capovolgere per lei il senso della sofferenza e della morte. Così si svolge l’inaudita dialettica della sofferenza cristiana. La sofferenza, la morte sono un male che Dio detesta, che non vuole per il primo uomo. Ma l’uomo le introduce nel mondo con la sua ribellione, e sotto di esse è oppresso, schiacciato. Da quel momento la sofferenza e la morte cambiano aspetto agli occhi di Dio. Gli erano odiose, ora Gli divengono desiderabili, invidiabili, da quando sono divenute umane. Egli scende dal cielo per prenderle su di Sé; ma non le sopprime, fa di più: dà loro un senso, le illumina dall’interno, le trasfigura, le divinizza. Ed allora esse possono essere desiderabili per l’uomo: diventano ciò che Gesù stesso chiamava in modo profetico una croce, un riflesso della sua Croce; beati quelli che vorranno portarla con lui: essi saranno portati da lei là ove non vorrebbero andare, ma ove per loro è meglio andare. La dialettica della sofferenza cristiana è compiuta: Dio, che non voleva per noi né sofferenza né morte, le invidia quando sono diventate nostre; le trasfigura facendole Sue in Suo Figlio, affinché a nostra volta possiamo invidiarle3Il Male. “Saggio teologico”, p. 287..

La sofferenza addirittura diventa luminosa e non si riduce a un gioco macabro o a una vita schiacciata e oppressa:

La sofferenza – scrive ancora Journet – è un male nel Cristo come in noi. Ma la carità, che l’ha divinamente illuminata nel Cristo in Croce, può illuminarla anche in noi, estendendosi da lui a noi. «Il vostro sacrificio – viene detto a santa Caterina da Siena – dev’essere insieme del corpo e dello spirito, come la coppa e l’acqua che si offre al padrone: non gli si può dare l’acqua senza la coppa, e la coppa senza l’acqua non gli procurerebbe alcun piacere. Così lo vi dico, dovete offrirmi la coppa delle molteplici prove corporali secondo il modo col quale lo ve le mando: senza scegliere il luogo, il tempo, la prova, secondo il vostro desiderio, ma conformandovi al Mio. Ma questa coppa deve essere piena d’affezione, di amore e di vera pazienza, dimodoché voi portiate e sopportiate i difetti del vostro prossimo, provando odio e dolore del vostro peccato. Allora… ricevo questo dono dalle Mie dolci spose, cioè da ogni anima che Mi serve». San Paolo invitava così i Colossesi «a condividere la sorte dei santi nella luce» (1, 12)((Ivi, p. 288.).

Ecco cosa ci attende. Altro che “dolcetto o scherzetto”.

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Note   [ + ]

1. Spaghetti con Gesù Cristo!, p. 124.
2. La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, p. 322.
3. Il Male. “Saggio teologico”, p. 287.

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